Cornovaglia e Inghilterra del sud


 

 

a Monica

Non sempre le nuvole offuscano il cielo: a volte lo illuminano

Sei la voglia di vivere


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La leggenda fa risalire la fondazione di Bath a un certo re di stirpe celtica chiamato Bladud, padre dello shakespeariano re Lear, guarito dalla lebbra dopo un bagno nelle paludi fangose della zona, ma solo nel I secolo d.C. la città, la Aquae Salis romana, divenne una rinomata stazione termale. L’acqua sgorga da una riserva sotterranea naturale a una temperatura di 47°C. Sopra una delle tre sorgenti termali di Bath, tra il I e il V secolo d.C. i Romani edificarono un complesso termale, costituito da un bagno e un tempio dedicato a Sulis, dea celtica identificata dai colonizzatori come Minerva. Gli scavi cominciati a fine ‘800 hanno portato alla luce rilevanti resti dell’imponente struttura e di elementi decorativi, che oggi formano il Roman Baths Museum.

Gli ambienti più interessanti del museo sono il Great Bath (grande bagno) e il King’s Bath (bagno del re). Annesso al Roman Baths Museum è la Pump Room, un elegante ristorante sorto nel ‘700, che alle pareti espone i ritratti dei personaggi più in vista dell’epoca. Quando i Romani lasciarono la Gran Bretagna, le terme vennero abbandonate. La città, come il resto dell’area, venne conquistata dai Sassoni nel 577, che tra l’altro sul luogo dell’attuale abbazia costruirono il primo edificio religioso. Nel Medioevo la località divenne un importante centro manifatturiero della lana, circondato da mura. Nel XVIII secolo tuttavia si decise di tornare alla ricchezza delle acque e di sfruttare economicamente le loro qualità terapeutiche. Da quel momento in poi venne edificata la splendida città tuttora visibile. In epoca vittoriana, quando si impose la moda della vacanza termale, Bath divenne anche famosa per il gioco d’azzardo e la bella vita. Molti degli edifici più belli della città risalgono proprio al ‘700 georgiano.

 

Architettura

La città è attraversata dal fiume Avon che scorre a circa 15 metri al di sotto del livello stradale. La costruzione dell’attuale centro storico avvenne nel XVIII secolo, in stile Georgiano, per soddisfare il crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme. Alcuni importanti edifici si trovano raccolti in un breve spazio, in particolare le terme romane, l’Abbazia e Guildhall. L’Abbazia era originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII. Ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno nel XIX secolo. L’Abbazia si trova sulla stessa piazza dove sono ubicate le Terme Romane e la Guildhall, ovvero il Municipio della città. La città di Bath è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Altro aspetto caratteristico di Bath è il Royal Crescent con il vicino Circus, ideati da John Wood il Vecchio del suo progettista di dare un aspetto neo-classico e palladiano alla città di Bath e realizzati da John Wood il Giovane tra il 1754 ed il 1774. Essi rappresentano il suo sogno visionario

 

Bath visse quindi una nuova età dell’oro: gli architetti Wood (padre e figlio) progettarono i palazzi a semicerchio e su terrazze che conferiscono alla località il suo inconfondibile volto, il dottor William Oliver (che ha dato il nome al biscotto Bath Oliver, specialità gastronomica locale) fondano l’ospedale, il Bath General Hospital per assistere i poveri, il giocatore d’azzardo Richard Beau Nash detta le regole della moda per tutto il secolo la città rappresentò il centro di villeggiatura più mondano ed elegante dell’aristocrazia inglese.

Tuttavia anche queste mode finiscono e verso la metà del XIX secolo le terme di Bath decadono nuovamente. Pensate che nel 1978 un decreto del sistema sanitario nazionale britannico poneva fine a Bath come città termale. Questa decisione, a prima vista incomprensibile, fu presa in parte per via degli alti costi di manutenzione degli impianti, in parte per dei dubbi sulla purezza delle acque. Veniva meno la stessa ragion d’essere della città. Per fortuna dal 2003 un nuovo complesso termale, disegnato da Nicholas Grimshaw, in pieno centro storico, con il restauro a regola d’arte degli edifici esistenti. Bath è ritornata a essere la città termale, bellissima, che è sempre stata.

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Fu in questo contesto che la grande scrittrice inglese Jane Austen scrisse due dei suoi romanzi più belli L’Abbazia di Northanger e Persuasione, che hanno lasciato un vivido ritratto della vita sociale di Bath all’inizio del XIX secolo. In questo contesto le famiglie della piccola aristocrazia inglese con figlie in età da marito lasciavano le proprie residenze sparse nella campagna inglese e si trasferivano in appartamenti in affitto nei quartieri più alla moda della città, praticando in bagni termali, stringendo relazioni, combinando matrimoni. Jane Austen soggiornò a Bath dal 1801 al 1806, diventando l’icona letteraria del luogo. Al numero 40 di Gay Street, si trova il Jane Austern Centre che ricrea l’atmosfera dell’epoca della celebre scrittrice, che per qualche mese abitò al numero 25 della stessa via. Furono moltissimi (e ancora lo sono) i personaggi illustri, che visitarono o vissero in questa città termale, compresi molti regnanti europei e non solo. Quasi ogni edificio del centro storico li ricorda con targhe sulle facciate.

 

L’abbazia di Bath

(Chiesa abbaziale di San Pietro e San Paolo) in inglese The Abbey Church of Saint Peter and Saint Paul, Bath o semplicemente Bath Abbey) fu anticamente monastero benedettino della città di Bath, nel Somerset (Inghilterra).IMG_6928

Fondata nel VII secolo e riorganizzata nel X secolo, la chiesa fu ricostruita nel XII e XVI secolo ed è uno dei maggiori esempi di gotico perpendicolare della West Country.

La chiesa, con pianta a croce latina, può contenere circa 1200 persone e viene usata, oltre che per cerimonie religiose, per cerimonie civili, concerti e letture.IMG_6945

 

Le terme romane di Bath furono costruite ai tempi dell’imperatore Vespasiano, nel 75 d.C., nella città allora chiamata Aquae Sulis. Pare infatti che in questa zona, fin dal 10000 a.C., dal sottosuolo fuoriuscisse acqua calda termale come oggi. Erano conosciute in tutto l’Impero Romano e frequentate da gente di ogni classe sociale. IMG_6961Il complesso comprendeva anche un tempio dedicato all’antica dea celtica dell’acqua e alla dea romana Minerva. IMG_6968Nel 410, con l’abbandono della Britannia da parte delle legioni romane, le terme vennero abbandonate e l’Inghilterra fu invasa dai Sassoni, che conquistarono la città nel 577. La struttura cadde in sfacelo e si allagò. Per arginare l’acqua si mise del pietrisco negli ambienti, che con l’acqua si trasformò in fango nerastro che sommerse le terme.IMG_6972

L’acqua che alimenta le terme di Bath cade dapprima sotto forma di pioggia sulle vicine Mendip Hills. Grazie ad una serie di cunicoli sotterranei, l’acqua percola fino a una profondità compresa tra i 2,700 e i 4,300 metri, dove viene raggiunta una temperatura fra i 69 e i 96 C a causa dell’energia geotermale. L’acqua così immessa si riscalda e attraverso fenditure e porosità naturali riemerge in superficie. Questo processo ricorda molto da vicino quello artificiale dei sistemi geotermici migliorati, che pure sfrutta le succitate proprietà dell’acqua, ma per incrementare la produzione di energia elettrica. Le terme di Bath, quindi, captano 117.000 litri di acqua calda ogni giorno, che sgorga dal suolo a una temperatura di 46 C.

 

Il ponte Pulteney (in inglese: Pulteney Bridge) attraversa il fiume Avon a Bath (Inghilterra). Fu completato nel 1774 e congiunge la città con la più recente cittadina di Bathwick costruita in stile georgiano. Realizzata da Robert Adam in stile Palladiano, è una struttura eccezionale avendo negozi realizzati su entrambi i lati.IMG_6947

Nei primi 20 anni dalla sua costruzione, le modifiche e gli ampliamenti dei negozi furono tali da modificare le facciate. Alla fine del XVIII° secolo fu danneggiato dalle inondazioni, ma venne ricostruito con uno stile simile. Nel corso del secolo successivo vi furono ulteriori modifiche dei negozi che hanno comportato la realizzazione di estensioni a sbalzo nei lati nord e sud del ponte. Nel XX° secolo sono stati effettuati diversi interventi per preservare il ponte e restituirlo parzialmente al suo aspetto originario, migliorando il suo aspetto come attrazione turistica.

Il ponte è lungo 45 metri e largo 18 metri ed è uno dei quattro ponti esistenti al mondo ad avere negozi in tutto il suo pieno arco su entrambi i lati.

Anche se vi sono stati dei progetti di pedonalizzazione, il ponte è ancora usato da autobus e taxi. La parte più fotografata del ponte è quella in cui si scorge la briglia vicina al centro della città, che è un sito patrimonio dell’umanità principalmente per la sua architettura georgiana.

La struttura è stata progettata da Robert Adam: i suoi disegni originali sono conservati nel Sir John Soane’s Museum a Londra.

Il ponte prende il nome da Frances Pulteney, moglie di William Johnstone, ricco avvocato scozzese e membro del Parlamento. Frances era la terza figlia del deputato e funzionario governativo Daniel Pulteney (1684–1731) e prima cugina di William Pulteney, conte di Bath, da cui ereditò numerosi possedimenti a Somerset nel 1764. Ereditò inoltre anche le fortune del fratello più giovane nel 1767, tanto che la famiglia Johnstones cambiò il proprio cognome in Pulteney. La tenuta di campagna di Bathwick, ereditata da Frances e William nel 1767, si trovava di là dal fiume e poteva essere raggiunta solo con un traghetto. William pianificò di realizzare una nuova città, che sarebbe diventata un sobborgo della storica città di Bath, ma prima aveva bisogno di un migliore attraversamento del fiume. L’opera dei Pulteneys è ricordata dalla toponomastica locale: Great Pulteney Street a Bathwick, Henrietta Street e Laura Place, intitolate in ricordo della loro figlia Henrietta Laura Johnstone.

I progetti iniziali per il ponte furono elaborati da Thomas Paty, che stimò un costo di costruzione di 4.569 sterline, senza comprendere i negozi. Una seconda stima di £ 2.389 fu offerta dai costruttori locali John Lowther e Richard Reed e comprendeva la realizzazione di due negozi a ciascuna estremità del ponte, ma il lavoro non iniziò prima dell’inverno in quanto il tempo rese impossibile la costruzione dei pilastri. Nel 1770 i fratelli Robert e James Adam, che stavano lavorando sui progetti per la nuova città di Bathwick, adattarono il progetto originale di Paty. Robert Adam progettò una struttura elegante fiancheggiata da negozi, simile al Ponte Vecchio e al Ponte di Rialto che probabilmente vide durante la sua visita in Italia, rispettivamente a Firenze e Venezia. Il pregetto di Adam si ispira infatti strettamente al progetto abortito di Andrea Palladio per il ponte di Rialto. Il progetto modificato allargava quindi il ponte fino ai 15 metri, rispetto ai 9,1 metri di Paty, superando le obiezioni del consiglio comunale che riteneva il ponte troppo stretto.

La costruzione iniziò nel 1770 e fu completata nel 1774 per un costo di £11.000.

Il Royal Crescent è un importante complesso residenziale, composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna (in lingua inglese: crescent).rcresc

Esso fu ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774. È il più importante esempio di architettura georgiana che si può incontrare nel Regno Unito. Insieme a suo padre, John Wood il Vecchio, John Wood il Giovane si interessava di occulto e di simboli massonici; forse la creazione del Royal Crescent e del vicino Circus di Bath (in origine chiamato “King’s Circus”) rappresenta il desiderio di realizzare in larga scala un simbolo massonico: dall’alto questo complesso appare infatti come un grande cerchio con una mezzaluna, a formare il simbolo massonico soleil-lune, cioè il Sole e la Luna. Le case del Crescent appartengono a diversi proprietari – la maggior parte sono private, ma una sostanziale minoranza è controllata da un’associazione immobiliare – molte di queste case sono state divise in più appartamenti.

Il Numero 1 del Royal Crescent è un museo, tenuto dalla Bath Preservation Trust, che illustra come i ricchi proprietari dell’epoca abbiano arredato nel tempo una casa-tipo.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il Royal Crescent Hotel occupa le unità centrali del Crescent, ovvero i numeri 15 e 16.

Il Royal Victoria Park di fronte al Crescent è una piattaforma usata per il lancio di piccole mongolfiere. I lanci avvengono in estate, di solito nel primo mattino o nel tardo pomeriggio.

La strada è uno dei segni distintivi più conosciuti della Bath georgiana e per molti anni i residenti hanno dovuto sopportare il passaggio di numerosi bus turistici, soprattutto nel periodo estivo. Negli ultimi anni la strada è stata chiusa agli autobus ed alle carrozze.

 

Wells

La deliziosa Wells (10500 abitanti), è la più piccola città d’Inghilterra con una cattedrale, è situata nella contea del Somerset. Il suo nome (well in inglese significa pozzo) deriva da alcune sorgenti naturali che si trovano al suo interno. Le origini medievali di Wells si notano ovunque. La sua Cattedrale (risalente al XII secolo, una delle più belle e note della Gran Bretagna), il Bishop’s Palace (edificio circondato da un fossato e da splendidi giardini, per secoli sede del Vescovado), la Vicar’s Close (ritenuta l’unica strada medievale completa rimasta in Inghilterra) e la Market Place (la piazza del mercato). Grazie al suo aspetto e alla sua particolare atmosfera, Wells è stata usata come location per film, fiction televisive e documentari (Elizabeth, The Golden Age e I pilastri della terra).

 

 

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La cattedrale di Wells è la sintesi degli stili del gotico inglese

 

In Gran Bretagna, dove solo un’insignificante “k” finale distingue il gotico originale dal neogotico vittoriano (Gothic/Gothick) e dove il gotico primitivo ha assunto il nome orgoglioso di Early English, nessuna chiesa gotica suscita un’ammirazione tanto immediata quanto quella della cattedrale di Wells.maxresdefault

Innanzitutto per il contrasto tra l’imponenza di questa e le dimensioni ridotte della cittadina che lo ospita. Ci si stupisce di meno quando si sa che Wells contese a lungo a Bath e a Glastonbury il titolo di sede vescovile; la cattedrale doveva dimostrare i meriti di Wells a ricevere la dignità religiosa (e politica) più importante del Somerset. La rivalità sembra sia dunque all’origine del dispiegarsi di mezzi e ingegni che ha prodotto a Wells la più felice sintesi del gotico inglese.

Tutti gli stili del gotico inglese in un solo edificio

Verso il 1180, quando iniziarono i lavori della cattedrale di Wells, regnava l’Early English (1150-1280 circa): la facciata della cattedrale e le navate dell’interno ne recano i tratti.

 

Il gotico “Decorated” (1280-1380 circa) segna invece il retrocoro, la cappella absidale e la sala capitolare

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Il gotico “Perpendicular” (1380-1550 circa) ebbe invece minore fortuna: le torri della facciata rimasero incompiute ma il tempo del grande potere dei vescovi era ormai tramontato.

 

Stupende le trentasei nervature che si dipartono dall’unico pilastro centrale che sorregge la volta della Chapter House, la sala capitolare ottagonale, capolavoro del gotico “perpendicular”.Wells_Cathedral_Chapter_House,_Somerset,_UK_-_Diliff

Spettacolari sono invece gli archi “invertiti” o “a forbice” che sono la caratteristica più sorprendente dell’interno e che sostengono la torre che si alza sulla crociera.

 

 

Wells è tradizionalmente ritenuta il centro della zona di produzione del Cheddar, il più popolare tra i formaggi britannici (originario del villaggio di Cheddar), nelle Mendip Hills.

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Cheddar Gorge is a limestone gorge in the Mendip Hills, near the village of Cheddar. The gorge is part of a Site of Special Scientific Interest now called Cheddar Complex.

 

Il Cheddar è un formaggio a pasta dura, di colore che può variare dal giallo pallido fino all’arancione, dal gusto deciso. Ha origine nel villaggio inglese di Cheddar, nel Somerset, da cui prende il nome. Il Cheddar è il più diffuso formaggio britannico, e contribuisce per oltre il 50% agli 1,9 miliardi di sterline del fatturato annuo dei formaggi inglesi. È molto utilizzato anche negli altri paesi di influenza anglosassone, come l’Australia, gli Stati Uniti e il Canada.2016-08-11_lif_23611583_I1

Dal 2003 il Cheddar è diventato un prodotto a indicazione geografica protetta (IGP) con il nome di West Country farmhouse Cheddar, secondo un disciplinare che ne circoscrive la produzione nelle sole contee inglesi del Somerset, Devon, Dorset e Cornovaglia, da produttori aderenti al consorzio Cheddar Gorge Cheese Company.

Gli abitanti di Wells hanno una grande passione per il buon cibo e i prodotti locali genuini. Nella Market Place si tiene un mercato due volte la settimana, il mercoledì e il sabato. Il mercoledì è il giorno del Farmers’ Market, il mercato degli agricoltori.

Wells sorge all’estremità meridionale della AONB (Area of Outstanding Natural Beauty, in italiano Area di Eccezionale Bellezza Naturalistica) delle Mendip Hills, quindi è la base ideale per una vacanza all’insegna della scoperta della natura e delle attività outdoor. In questa AONB si trova la Cheddar Gorge, la più grande gola della Gran Bretagna.

 

Glastonbury

 

Glastonbury è una piccola città nel Somerset (Inghilterra), situata 30 miglia a sud di Bristol. Si trova nel distretto di Mendip.

La città è celebre per la sua antica storia, per i resti dell’abbazia, per la Glastonbury Tor e per le numerose leggende e i tanti miti associati con essa. È conosciuta anche per il Glastonbury Festival, un festival di musica pop/rock che si svolge ogni anno nel vicino villaggio di Pilton.IMG_7146.jpg

Storia e mitologia

La leggenda di Giuseppe di Arimatea è legata all’idea che Glastonbury sia stato il luogo di nascita della cristianità nelle isole britanniche e sede della prima chiesa, costruita per custodire il Graal più di 30 anni dopo la morte di Cristo. La leggenda dice anche che in precedenza Giuseppe d’Arimatea aveva visitato Glastonbury insieme a Gesù, quando questi era un fanciullo. Il poeta e pittore inglese William Blake credette in questa leggenda e scrisse un poema che divenne la più popolare canzone patriottica inglese Gerusalemme.

La leggenda racconta che Giuseppe giunse a Glastonbury per nave, approdando ai Somerset Levels, che erano inondati.

Nello sbarcare piantò a terra il suo bastone, che fiorì miracolosamente nel Biancospino di Glastonbury (“Spina Santa”). Questa è la spiegazione mitica dell’esistenza di questo ibrido, che cresce soltanto alcune miglia attorno a Glastonbury. Fiorisce due volte l’anno, una in primavera e un’altra nel periodo di Natale (dipende dal tempo). Ogni anno viene tagliata una spina e inviata alla regina per ornare la sua tavola di Natale.

 

 

Abbazia di Glastonbury

Glastonbury è oggi un centro religioso e di pellegrinaggio, dove misticismo e paganesimo coesistono, non senza difficoltà.

L’Abbazia di Glastonbury fu una delle più ricche e potenti strutture monastiche del Somerset, in Inghilterra. Sin dal periodo medievale essa venne associata con la leggenda di re Artù e della sua mitica terra, Avalon. Il primo impianto dell’abbazia potrebbe essere stato effettuato dai Bretoni nel VII secolo d.C., probabilmente sui resti di un edificio preesistente. Tuttavia, leggende cristiane più tarde, in pieno periodo medievale, asserirono che l’abbazia era stata fondata da Giuseppe di Arimatea nel I sec.

Come vedremo, la leggenda deriva direttamente dalle vicende narrate da Robert de Boron nel suo ciclo di romanzi su re Artù e sul Santo Graal, leggenda che successivamente i monaci di Glastonbury seppero adeguatamente sfruttare, come vedremo più avanti. Grazie anche all’associazione con questo facoltoso personaggio, da alcuni ritenuto lo zio di Maria, madre di Gesù, sin dal medioevo fiorì in questo luogo un profondo culto della Vergine tanto che l’abbazia ebbe anche l’appellativo di Nostra Signora Santa Maria di Glastonbury, che è tuttora a volte usato.

Secondo la tradizione, dunque, Giuseppe di Arimatea venne spedito in Britannia come missionario per predicare e diffondere il Vangelo. Accolti con benevolenza dal re Arvirago di Siluria, fratello di Carataco il Pendragone, Giuseppe e i suoi dodici seguaci ricevettero dal re 12 hides di terra in Glastonbury (un hide, secondo la terminologia medievale, era una quantità di terra sufficiente a provvedere al fabbisogno di una famiglia per un anno, e nel Somerset esso corrispondeva a 120 acri, circa 48,5 ettari). Qui essi edificarono una primitiva cappella con paglia, fango e canne intrecciate, su modello dell’antico Tabernacolo citato nella Bibbia.

Questa primitiva “cappella di canne” (chiamata in seguito “Old Church”, ossia la “vecchia chiesa”), potrebbe dunque essere stato il primo edificio che i Bretoni trovarono sul posto e sul quale eressero un monastero, a sua volta primo nucleo della futura Lady Chapel. Ai Bretoni, nell’VIII sec., successero i Sassoni, e a questi, nell’XI sec., subentrarono i Normanni. Con la dominazione normanna, l’abbazia aveva già raggiunto una notevole fama e ricchezza, tuttavia la sua fortuna si arrestò in seguito ad un terribile incendio che nel 1184 distrusse gran parte degli edifici monastici.

La cucina dell’abate

La cucina dell’abate (Abbot’s Kitchen), unico edificio interamente sopravvissuto alla distruzione. La sua grandiosità ben dimostra la ricchezza che aveva raggiunto l’abbazia all’apice della sua evoluzione.

Il re Enrico II garantì alla comunità di Glastonbury un atto di rinnovo e cominciò la sua ricostruzione, favorita anche (come vedremo) dal ritrovamento fortuito della tomba di re Artù, che garantì al complesso una rinnovata fama ed un cospicuo afflusso di pellegrini e di denaro. A questo periodo risale la costruzione della Lady Chapel in pietra. In seguito il complesso crebbe ancora fino a diventare una vasta abbazia benedettina, che nel XIV era diventata la seconda per dimensioni ed importanza d’Inghilterra, dopo quella di Westminster a Londra.

Come tante altre abbazie inglesi, anche il destino di Glastonbury fu definitivamente segnato dalla Dissoluzione dei Monasteri operata da Enrico VIII, a partire dal 1536. La Riforma colpì duramente il complesso di Glastonbury, che venne largamente distrutto e l’ultimo dei suoi abati, Richard Whiting (abate dal 1525 al 1539), venne appeso e squartato sul Tor insieme a due dei suoi monaci.

Le rovine che oggi, acquistate nel 1908 dalla diocesi di Bath e Wells, costituiscono una meta turistica frequentata ogni anno da migliaia di visitatori. Alcune prestigiose figure della cristianità bretone furono associate all’abbazia di Glastonbury; in particolare San Patrizio, il primo abate nel V sec., che diventerà il patrono dell’Irlanda, e San Dunstano, abate dal 940 al 946.

La tomba di re Artù

Dopo l’incendio del 1184 la ricostruzione della chiesa procedeva a rilento, soprattutto a causa dei finanziamenti insufficienti. Qualche anno dopo, una “fortuna” inaspettata capitò ai solerti monaci di Glastonbury: secondo quanto racconta il cronista Giraldus Cambrensis, sotto la guida dell’abate Henry de Sullyn, durante uno scavo effettuato sotto il pavimento della cattedrale, venne alla luce un sepolcro interrato del quale nessuno era a conoscenza.

Al suo interno venne ritrovata una cassa di quercia con due scheletri: uno apparteneva a un uomo straordinariamente alto, mentre l’altro era chiaramente quello di una donna minuta, di cui ancora si conservava la folta capigliatura. Insieme alle ossa fu ritrovata una croce di piombo che riportava la seguente iscrizione: “Hic jacet sepultus inclitus rex Arthurus in insula Avalonia cum uxore sua secunda Wenneveria” (“Qui giace sepolto il famoso re Artù nell’Isola di Avalon con la sua seconda moglie Ginevra”).IMG_7156

Le autorità ecclesiastiche, tuttavia, non gradirono l’accenno a Ginevra come “seconda moglie” di Artù, per cui decretarono che il cartiglio, e l’annessa scoperta, dovevano essere falsi. I monaci, però, non si persero d’animo. Poco tempo dopo rettificarono la loro scoperta, presentando un nuovo cartiglio nel quale era stato tolto ogni riferimento a Ginevra: “Hic jacet sepultus inclitus rex Arthurus in insula Avalonia” (“Qui giace sepolto il famoso re Artù nell’Isola di Avalon”).

I monaci avevano trovato i resti del leggendario re Artù, ma avevano persino scoperto una prova scritta dell’associazione tra Glastonbury e la mitica terra di Avalon! La cosa, in realtà, non era così ovvia: il cronista Guglielmo di Malmesbury, in proposito, aveva scritto nelle sue “Gesta Regum Anglorum” del 1127 che il corpo di re Artù, dopo la battaglia di Camba, era stato portato ad Avalon per la sepoltura, e non specifica dove si trovasse questa mitica terra. Inoltre, egli asserisce che la sua tomba non poteva essere vista da nessuna parte.

Ad ogni modo, l’espediente dei monaci funzionò, e un notevole afflusso di pellegrini amplificò le entrate dell’abate. Pare, poi, che i monaci ci abbiano preso gusto e alzarono il tiro. Qualche tempo dopo i santi uomini si armarono nuovamente di pale e di vanghe, e scavando in altri punti dell’abbazia s’imbatterono in reliquie ancora più importanti, stavolta i resti di alcuni santi: le ossa di San Patrizio e di San Gildas, e persino i resti di San Dunstano, nonostante fosse già noto che essi riposavano all’interno della Cattedrale di Canterbury da almeno 200 anni!

In breve, tra le reliquie trovate dai monaci e quelle lasciate in consegna dai visitatori, Glastonbury Abbey al tempo della Riforma poteva vantare un corposo tesoro sacro che annoverava, oltre alle reliquie già citate, anche un frammento della veste della Vergine Maria, un frammento della verga di Aronne, un paio di ampolle che erano appartenute a Giuseppe di Arimatea (in cui, si diceva, egli avesse conservato il sangue e il sudore deterso dal corpo di Gesù dopo la deposizione della croce) e persino una pietra del deserto che Gesù aveva rifiutato di trasformare in pane!

La Dissoluzione dei Monasteri nel 1539 pose fine alla prosperità dell’abbazia. Dopo la distruzione degli edifici monastici, tutte le reliquie scomparvero per sempre, inclusa la croce di piombo con l’iscrizione. Tutto ciò che oggi rimane è un cartello e un’area delimitata da una cornice di pietra che segnala il sito nel quale, nel XIII secolo, era stata collocata la tomba di marmo nero contenente i resti di re Artù in una posizione privilegiata davanti all’altare principale.

La Spina Santa

L’abbazia di Glastonbury è legata anche alla leggenda della Santa Spina. Un albero di questa pianta infatti cresce rigoglioso all’interno del giardino abbaziale, e si dice sia stato trapiantato direttamente dall’originale che miracolosamente si sviluppò a partire dal bastone di Giuseppe di Arimatea piantato nel terreno, sulla collina di Wearyall Hill. L’albero di Spina Santa si trova oggi vicino all’ingresso del complesso, nei pressi della Cappella di San Patrizio.IMG_7138

 

 

La Lady Chapel

La Lady Chapel è l’edificio più a sud del complesso abbaziale e ne costituisce il suo nucleo originario. Secondo una tradizione ben radicata nel Somerset, Giuseppe di Arimatea aveva compiuto diversi viaggi fuori della Palestina, in particolare in Inghilterra, dove importava stagno dalle miniere della Cornovaglia. Si dice che in uno di questi viaggi egli abbia portato con sé il piccolo Gesù, e che egli abbia fatto realizzare una piccola chiesa di fango e rami intrecciati di salice, che Gesù volle dedicare a sua madre Maria. Il nome di Gesù e quello di Maria vennero scritti su una pietra, probabilmente quella di fondazione. Questa pietra venne poi inglobata nelle costruzioni successive, fino alla Lady Chapel del XIII sec. che vediamo ancora oggi, e fu largamente venerata durante il medioevo al pari di una reliquia, costituendo stazione di sosta e di preghiera per i pellegrini. Ancora oggi la pietra si trova incastonata all’esterno della parete sud, dove è ben leggibile l’iscrizione della dedica: “IESUS MARIA”.

Tuttavia, se quanto tramandato su questa pietra costituisce una base di verità, allora essa suscita una serie di inquietanti interrogativi, che portano a domandarsi sulla vera identità di quel Gesù e di quella Maria citati e all’inevitabile conclusione dell’esistenza di una linea di discendenza diretta da Gesù Cristo, la controversa “Linea di Sangue” della cui esistenza questa pietra potrebbe costituire una prova indiretta! Vediamo perché, seguendo le ipotesi e le linee di indagine delineate da Laurence Gardner nel saggio “La Linea di Sangue del Santo Graal”.

Secondo le cronache medievali la vetusta ecclesia, ossia la primitiva capanna di fango e rami, non venne costruita prima dell’anno 63, e venne dedicata a Maria l’anno successivo, come attestano comunemente John Capgrave, William di Malmesbury e John di Glastonbury. Per esempio, nel “De Sancto Joseph ab Arimathea” di Capgrave si afferma che “quindici anni dopo l’Assunzione egli [Giuseppe] si recò da Filippo apostolo tra i Galli”. L’Assunzione della Vergine è comunemente attestata nell’anno 48 e San Filippo, secondo quanto afferma Freculfo, vescovo di Lisieux del IX sec., fu colui che organizzò la missione di predicazione in Inghilterra affidandola a Giuseppe di Arimatea. Per cui la missione di Giuseppe in Inghilterra cominciò nell’anno 63 (48 + 15).

Più avanti, il De Sancto Joseph afferma ancora che la dedicazione della cappella di canne avvenne nel “nel 31° anno dopo la Passione di Nostro Signore”, e cioè nell’anno 64. Quest’informazione si conforma con quanto riporta Guglielmo di Malmesbury, che indica come data di costruzione della capanna l’anno 63.

Giuseppe d’Arimatea era ritenuto parente stretto di Maria, in particolare suo zio, anche se i Vangeli canonici non citano mai questo rapporto di parentela e le altre fonti si limitano a dire che erano parenti. Un rapido calcolo, supponendo che Maria avesse circa 26 anni quando concepì Gesù e che Giuseppe poteva essere almeno una decina d’anni più anziano di lei, porta a supporre che Giuseppe era già piuttosto anziano ai tempi della Crocifissione e che l’inizio della sua nuova vita di predicazione in Britannia avvenne attorno al centesimo anno di età. Considerando, poi, che le cronache lo ritengono in vita per altri venti anni dopo quella data, ne risulta un Giuseppe estremamente longevo e insolitamente attivo.

Come poteva, poi, avere al suo seguito il piccolo Gesù, e far sì che questi dedicasse la chiesa alla propria madre Maria? Gesù, il Cristo, era morto sulla croce 31 anni prima, ma pur volendo ipotizzare che la morte sia stata soltanto inscenata e che Giuseppe di Arimatea, complice, si sia recato da Pilato a reclamarne anzitempo il corpo per portarlo nel sepolcro e “rianimarlo” in gran segreto (come molti, tra cui il citato Gardner e il trio Baigent-Leigh-Lincoln del “Santo Graal”, hanno supposto analizzando le decine e decine di anomalie contenute nei racconti evangelici della Passione), i conti continuano a non tornare. Nessuna cronaca inglese, né storica, né leggendaria, ha mai citato la presenza di un Gesù adulto in Britannia, mentre fioriscono le leggende sulla presenza di un Gesù ancora adolescente.

L’unica spiegazione logica è che il piccolo Gesù non sia il Gesù noto come il Cristo, figlio di Maria e di Giuseppe, ma suo figlio primogenito, Gesù il Giusto (chiamato spesso Gais nei romanzi del Graal), avuto da Maria Maddalena, e che Giuseppe di Arimatea fosse giustamente suo zio (cioè quel Giacomo, “fratello di Gesù”, detto “il Giusto”), e non zio di Maria (alla presunta identità tra Giuseppe di Arimatea e Giacomo il Giusto è dedicato un approfondimento a parte). A questo punto tutto torna: Giacomo il Giusto nacque nel I d.C. e nel 63 d.C. aveva una discreta ma non veneranda età, e poteva benissimo aver campato un’altra ventina di anni predicando in Inghilterra. Dopo la morte di Gesù Cristo poteva aver preso in affidamento il giovane nipote, Gesù Giusto, assumendo il titolo onorifico di Giuseppe “ha Rama Theo” (l’Altezza Divina) come si conveniva nelle successioni davidiche.

Aveva quindi costruito la piccola chiesa di canne e fango e Gesù l’aveva fatta dedicare a sua madre, Maria Maddalena. A ulteriore rinforzo di questa ipotesi, proprio in quell’anno (il 63) la Maddalena moriva nella sua grotta alla Sainte Baume, dove si era ritirata, vicino Aix-en-Provence, secondo quanto riferisce il monaco benedettino Matthew Paris nelle “Chronica Majora”, una raccolta di cronache in sette volumi riccamente illustrata, che attualmente è conservata presso il Corpus Christi College di Cambridge. Un tributo, dunque, tutto dovuto, di un figlio devoto alla madre appena deceduta, molto più credibile di una dedicazione a Maria Vergine a 15 anni dalla sua assunzione e a secoli di distanza prima che il suo culto cominciasse a diffondersi e le chiese cominciassero a venirle dedicate.

Così questa semplice pietra iscritta inserita nel muro dell’edificio, che fu tanto venerata nel periodo medievale, potrebbe costituire quel “Secretum Domini”, il “Segreto del Signore” custodito a Glastonbury, così come citato nel Domesday Book…

Il Chalice Garden-Il giardino del Calice

Nel cuore di Glastonbury, adagiato ai piedi della magica collina del Tor, un luogo fatato e misterioso accoglie il visitatore in una cornice idilliaca di lussureggiante vegetazione e fresche sorgenti di acque curative. È il “Chalice Garden”, il “Giardino del Calice”, ed è riferito al “calice” per eccellenza: il Santo Graal. La leggenda, infatti, narra che Giuseppe di Arimatea, giunto in questi luoghi da Gerusalemme, abbia nascosto nel pozzo scavato ai piedi del colle il calice che aveva portato con sé, quello utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena e nel quale egli successivamente aveva raccolto il sangue di Cristo. Questo calice, una volta entrato in contatto del sangue del Signore, aveva acquisito delle capacità straordinarie, miracolosi poteri di guarigione a chi ne avesse bevuto, diventando il leggendario Graal, protagonista nel Medioevo di una vasta letteratura. Non appena le acque della sorgente di Glastonbury entrarono a contatto con il sacro calice, ne acquisirono i suoi poteri curativi e si tinsero di rosso, come sangue. Anzi, in determinati periodi dell’anno la sorgente sgorga con tale veemenza che il rumore dei suoi fiotti ricorda il battito di un cuore umano.

 

Questa è la leggenda che sta alla base del Chalice Well. L’acqua della sorgente ha, effettivamente, un colorito rossastro, dovuto all’alto contenuto in ferro, e i visitatori del Giardino ne attingono direttamente con dei bicchieri oppure ne riempiono bottiglie di varie misure che sono vendute per poche decine di penny presso la biglietteria.

Il giardino

La vasca principa deI Giardino del Graal è un posto ideale per la meditazione: sotto i folti alberi e negli spazi appositi il silenzio e la pace sono una regola fondamentale, richiesta ad ogni visitatore e devotamente rispettata. Sono soprattutto tre i luoghi designati per la meditazione: la Corte di Re Artù, la Fontana del Leone e, ovviamente, il Pozzo del Calice.

Subito dopo l’ingresso, sulla destra, si trova una zona più ampia e aperta, nella quale è posta la vasca principale: essa ha una forma particolare, ricalcata sul simbolo della ‘Vesica Piscis’, che qui, come vedremo, ha una presenza massiccia ed una valenza tutta particolare.chal

Proseguendo oltre attraverso il sentiero ricavato nel fitto della ricca vegetazione, si risale La Vasca dei Pellegrini verso la sorgente. L’ambiente che s’incontra subito dopo è la Corte di Re Artù, una zona recintata di forma rettangolare nel quale la sorgente forma una cascatella e si riversa in una piccola piscina rettangolare, chiamata Vasca dei Pellegrini. Questo è uno dei punti più sacri di tutto il giardino qui, infatti, come assicurano gli esperti di geomanzia, si incrociano le due linee di energia principali: quella di “San Michele” e quella di “Santa Maria”. La Vasca, oggi di profondità modesta, era un tempo molto più profonda, ed in essa i pellegrini si immergevano per intero per ottenere la guarigione dai loro mali.

La Fontana del Leone Risalendo ancora la lieve pendenza su cui si adagia il Giardino, si arriva alla Fontana del Leone, così detta perché l’acqua sgorga da una cannella che ha la forma della testa di questo animale. Il leone, oltre ad essere l’animale sacro di Cibele, di Lug e di altri dei o dee legati alla fertilità, è spesso accomunato alle fonti d’acqua e non è infrequente imbattersi in fontane che hanno questa forma nei giardini dei palazzi e persino nelle nostre città. È un simbolismo che ha il suo retaggio nell’antica civiltà egizia, quando le piene del Nilo, che garantivano alla popolazione un altro anno di prosperità e di raccolti, avvenivano sempre nel periodo in cui il sole entrava nella costellazione del Leone, per cui questo animale è diventato simbolo solstiziale.

 

Il Pozzo del Calice

Infine, nella zona più interna e intima del giardino, si apre il Pozzo del Calice, al centro di una depressione di forma circolare ricoperta in cemento, nel quale sono incastonate come gemme conchiglie fossili dalla forma a spirale. Il pozzo è di fatto una struttura in pietra di epoca medievale, che racchiude una sorgente d’acqua. Oggi l’imboccatura del pozzo si trova al livello del suolo, ma in antichità doveva trovarsi in superficie: sono stati i crolli di terra dal “Chalice Hill” e dal Tor che hanno finito per interrarlo.Foto0413

Adiacente al pozzo, a una certa profondità, si apre una camera a forma di pentagono irregolare, la cui funzione è tuttora sconosciuta. La camera, le cui dimensioni presentano rapporti con le unità di misura degli antichi Egizi, data probabilmente al XVI o al XVII secolo, e fu presumibilmente utilizzata per delle cerimonie rituali. Oggi è, ovviamente, inaccessibile ma la sua sommità può essere ancora vista guardando all’interno del pozzo sul lato rivolto verso Chalice Hill.

Il coperchio del pozzo è forse l’immagine più nota associata a questo luogo, divenuta nel tempo un’icona e un simbolo del luogo stesso, a sua volta ispirato ad un simbolo ancora più antico, quello della Vesica Piscis.

Il simbolismo della Vesica Piscis

Il simbolo del Chalice WellLa Vesica Piscis costituisce un motivo ricorrente in tutto il giardino; la sua presenza si può definire massiccia, dato che la troviamo più o meno ovunque: nella cancellata d’ingresso, disegnato con dei sassi nel viottolo di accesso alla cassa, nella forma della vasca principale. L’associazione del Chalice Garden con questo simbolo, tuttavia, ha un’origine recente e risale al 1919, quando un famoso archeologo di Glastonbury, Frederick Bligh Bond, realizzò un coperchio per il pozzo in legno e ferro battuto, forgiato con questa immagine, e ne fece dono al Chalice Well Trust, che gestisce il sito. Bligh Bond lavorava da diversi anni come archeologo interno presso l’abbazia di Glastonbury ed era un esperto di geomanzia e di “energie della terra”. Il significato e la natura duale (maschile/femminile) di questo simbolismo è ampiamente trattata in una sezione apposita di questo sito.

Nel motivo che orna il coperchio del pozzo, la Vesica Piscis è attraversata in tutta la sua lunghezza da una freccia, terminante in un cuore. Essa rappresenta metaforicamente la Sacra Lancia, che, trafiggendo il costato di Gesù, che fece scaturire sangue e acqua, quello stesso sacco e quella stessa acqua dai poteri miracolosi curativi che scaturirono dalla sorgente di Glastonbury dopo l’immersione, in essa, del Santo Graal.

La coppa e la lancia, ovvero il Calice e la Lama, sono i due simboli fondamentali delle energie sessuali, femminile e maschile, e dell’unione sacra (le “nozze regali” tra il Re e la Regina) e, se vogliamo, la sacra unione che è alla base della Linea di Sangue divina simboleggiata dal Graal.

Non è un caso che i due simboli si trovino qui riuniti alla base del colle del Tor. Il pozzo, Vesica Piscis all’ingresso visto come cavità che si apre nel ventre della Madre Terra, con la sua sorgente di acque curative (fonte della vita) e, per di più, dal colore rossastro che potrebbero ricordare quello del sangue, linfa vitale, in particolare del sangue mestruale, che si genera ciclicamente in un periodo di 28 giorni come le fasi della Luna (Iside/Ishtar, la Grande Madre), può facilmente essere assimilato all’organo genitale femminile e rappresentare così il Femminino Sacro. Parallelamente, a breve distanza, si innalza il Tor, il colle magico situato sulla Linea di San Michele, dove covano le energie del drago in attesa di essere domato dall’arcangelo guerriero, e dove svetta solitaria una torre innalzandosi verso il cielo, non è altro che la rappresentazione simbolica dell’organo genitale maschile. È questa duplice presenza, dunque, che rende Glastonbury così speciale e fa di essa luogo designato per le pratiche magiche e le attività di carattere spirituale di ogni tipo.

I tassi e la Santa Spina

Nella parte più ampia del giardino, dove si trova la vasca principale, nello spiazzo tra questa e la Corte di Re Artù, si trovano due maestosi alberi di tasso. Quest’albero, che oggi è presente soprattutto nei cimiteri, aveva carattere sacrale per gli antichi Celti, in particolare per i Druidi, che li piantavano nei luoghi dove svolgevano solitamente le loro cerimonie come silenti sentinelle e guardiani dei loro luoghi sacri. Questi alberi una volta dovevano far parte di un boschetto sacro oppure di un viale cerimoniale.

Esisteva anche un altro viale di questo tipo, delineato da un altro albero sacro, la quercia, che conduceva al Tor. Oggi, nella località di Stonedown, a nord-est del Tor, sopravvivono ancora due vecchie querce, che sono state chiamate Gog e Magog, che si ritiene essere le ultime due sopravvissute di questo antico albero.

Nel folto degli alberi e delle siepi del Giardino del Calice non poteva mancare, infine, la Santa Spina, l’albero generatosi miracolosamente dal bastone di Giuseppe di Arimatea. Nel Giardino del Calice si trovavano tre diversi alberi di Santa Spina. Uno il più grande, si trovava tra i due tassi e la vasca principale Gli altri due, più piccoli, si trovano uno vicino al pozzo e l’altro subito al di sopra della Testa del Leone.

 

Glastonbury Tor

Glastonbury Tor è una collina conica che si trova nell’omonima cittadina. E’ sormontata da una torre a cielo aperto del XIV secolo dedicata a San Michele, e nei secoli ha concentrato su di sé l’attenzione di storici e letterati per il presunto legame con il ciclo arturiano.Glastonbury_Tor

Gli scavi archeologici hanno rivelato che la collina fu un luogo frequentato sia durante l’età del ferro sia nei secoli successivi dai Romani, mentre il tipico terrazzamento risalirebbe addirittura all’epoca neolitica. La prima chiesa monastica, sempre dedicata a San Michele, fu realizzata in legno e distrutta durante un terremoto, nel 1275. Qualche anno dopo, durante il 14° secolo, venne realizzata l’odierna costruzione in pietra, che si erge perfettamente conservata sulla cima dell’altura.

Le credenze riguardo la funzione della collina sono antiche e ben testimoniate. Il luogo sarebbe stato meta di pellegrinaggio per i cattolici dal basso medioevo sino alla riforma protestante, da quando lo scrittore e religioso gallese Giraldus Cambrensis, del XII secolo, associò la collina ad Avalon, la mitica isola dove riposerebbe Re Artù, in attesa che il mondo abbia nuovamente bisogno di lui.Glastonbury.Tor.original.12602

Il “Tor” (parola inglese che significa collina o roccia) venne definita “Ynys yr Afalon” quando vennero scoperte le bare del Re e della Regina Ginevra nel 1191, un evento documentato proprio da Cambrensis, che scrisse come i resti furono poi spostati. Molti studiosi sospettano che questi eventi siano frutto totale della fantasia, concepiti nell’opera di Giraldus volta a dare maggior prestigio e una storia secolare alla collina, accrescendone la fama.

Il Tor è un colle naturale alto circa 160 metri che sovrasta e caratterizza da centinaia di anni il paesaggio.IMG_7166

Glastonbury sorge nel mezzo dei Somerset Levels, una grande palude soggetta a frequenti inondazioni e per migliaia di anni, fino circa al XIII secolo d.C., questo insediamento fu un’isola circondata da un mare interno poco profondo, che si formò in seguito all’innalzamento delle acque dopo l’ultima era glaciale. L’isola era collegata alla terraferma solo da una sottile lingua di terra che si estendeva nella zona di Ponter’s Ball: un fossato lungo circa un chilometro verosimilmente costruito durante l’Età del Ferro. E’ noto che i Levels furono abitati fin da tempi antichissimi, sono state  trovate abbondanti tracce risalenti al neolitico. Durante l’Età del Ferro, nel I millennio a.C., il territorio paludoso dell’isola era disseminato dai famosi Lake Villages, estesi insediamenti umani su palafitte e piattaforme. Tuttavia nella zona dell’Isola non sono mai stati rinvenuti reperti antecedenti al VI sec.d.C. e le tracce dei primi insediamenti umani sul Tor datano intorno proprio a quest’epoca. Questo ha portato alcuni studiosi a ritenere che l’Isola fosse considerata dalle popolazioni paleocristiane un luogo sacro, un vero e proprio santuario naturale al pari di Avebury o Stonehenge e la leggenda narra che Glastonbury sia stata l’Isola di Avalon. Ponter’s Ball rappresenterebbe quindi un “temenos”, ovvero un confine costruito per demarcare l’inizio del territorio sacro. La collina del Tor, dominava tutto questo scenario e sicuramente ha profondamente attratto le popolazioni neolitiche, esperte conoscitrici dei misteri celesti e dei loro riflessi sulla terra. Il Tor è  allineato sulla St.Michael Line, una famosa ley line, o linea energetica, sul cui tracciato giacciono, fra gli altri, il Saint Michael Mount in Cornovaglia, il Tor di Glastonbury e Avebury. Molti dei posti situati su questa linea erano inconfutabili luoghi di culto in epoca neolitica e successivamente su molti di essi furono costruiti santuari cristiani dedicati a San Michele, angelo di luce. Nel mondo celtico precristiano i luoghi collinari erano dedicati a Belenos, dio della luce e del sole, che rappresentava la controparte delle forze ctonie della terra (spesso simboleggiate da un drago o un serpente). L’orientamento dell’asse del Tor con un azimut di 63 gradi fa in modo che a maggio esso sia rivolto verso l’alba: la collina di San Michele, angelo della luce, si trova a vedere sorgere il sole proprio a Beltane, la vigilia di maggio, la grande festa celtica del dio Belenos, lo Splendente. Inoltre, sempre sulla Michael line si trova, poco distante da Glastonbury, il Burrowbridge Mump, una collina conica situata nei Somerst Levels che porta sulla cima i resti di un’antica chiesa dedicata a san Michele, in pratica un piccolo Tor in miniatura. Nei giorni di Samhain e Imbolc, stando sulla cima del Tor, il sole tramonta esattamente su Burrowbridge Mump. In pratica quindi l’allineamento dell’asse del Tor indica l’alba all’inizio di maggio e agosto (beltane e lughnasadh, la metà luminosa dell’anno) e il tramonto a fine ottobre e inizio febbraio (samhain e imbolc, la metà oscura dell’anno). Glastonbury passa un’altra importante ley line, la Mary Line, sul cui percorso si trovano molti luoghi di culto dedicati alla vergine Maria. Essa passa nelle rovine della grande abbazia di Glastonbury, dalla Lady Chapel e risale il pendio del Tor, per incontrarsi con la Michael line, creando secondo alcuni un’incredibile punto di unione fra energie maschili e femminili o comunque fra polarità complementari, capaci di aprire le porte alle percezioni che molti sostengono di aver avuto percorrendo la collina. Il Tor però non è allineato solo con i cross-quarter days solari dell’anno celtico ma possiede anche un importante allineamento lunare. Tracciando una linea retta dalla sommità del Tor fino a Cadbury, località non distante, abitata fin dai tempi neolitici, imponente insediamento romano della britannia sud occidentale e, secondo la leggenda, antica sede di Camelot, si può osservare che il Tor è precisamente orientato con il Northern Major Standstill, cioè il punto più a nord del calare della luna, mentre Cadbury castle è orientato con il Southern Major Standstill, il punto più a sud in cui può calare la luna. Quindi questo significa che , per esempio, guardando la luna piena da Cadbury, questa tramonta nel punto più a nord proprio sopra al Tor e ciò avviene esattamente ogni 19 anni, un ciclo metonico (Il ciclo metonico (che prende il nome dall’astronomo greco Metone) è un ciclo di 19 anni, basato sull’osservazione che 19 anni solari corrispondono (quasi) esattame nte a 235 mesi lunari e a 6940 giorni. Sul ciclo metonico si basano i calendari lunisolari aritmetici, cioè quei calendari, che mantengono il sincronismo sia col corso del sole sia con quello della luna per mezzo di approssimazioni aritmetiche dei moti reali medi dei due astri. Sono “aritmetici”, per esempio, il calendario ebraico e quello ecclesiastico, utilizzato dalla chiesa cattolica per il calcolo della Pasqua)., la durata del periodo dell’istruzione di un druido o una sacerdotessa celtica…. La leggenda vuole che Artù percorra questo sentiero da Cadbury a Glastonbury, detto Sentiero di Caccia di Artù, nelle tempestose notti invernali, ogni 19 anni, presiedendo alla Caccia Selvaggia delle anime, proprio come Gwynn Ap Nudd, il Bianco Figlio della Notte, che abiterebbe il Glastonbury Tor e sarebbe il Signore dell’Altromondo. A Glastonbury esistono molti altri allineamenti sacri come il Landscape Diamond e lo Zodiaco di Glastonbury, nonché le geometrie sacre di Chalice Well e dell’Abbazia. I misteri che circondano il Tor sono molti e fittamente intrecciati con la sua storia. Sappiamo che sul Tor, nel X secolo vi era una piccola cappella, sostituita poi da un’abbazia, più piccola di quella al centro della città ma comunque prospera e dedicata a san Michele. Le cronache dell’epoca ci dicono però che nel 1275 (per la precisione l’11 settembre…) un “terremoto” distrusse la chiesa in cima al Tor, che fu tuttavia ricostruita dai solerti monaci, sebbene seguendo un progetto più piccolo e sobrio. Solo nel XIV secolo fu aggiunta la torre oggi esistente, l’unica che oggi sopravvive dopo la dissoluzione dei monasteri voluta da Enrico VIII nel 1539.

La leggenda narra che santa Brigida e san Patrizio visitarono Glastonbury nel V secolo. Glastonbury in epoca medioevale era considerata la prima chiesa cattolica di Britannia, fondata direttamente da Giuseppe di Arimatea nel 63 d.C., che vi avrebbe costruito la prima cappella nel sito della Lady Chapel, portando con sé dalla Palestina il sacro Graal, che si dice giaccia nei pressi della Fonte Rossa (Chalice Well). William di Malmesbury, uno storico che nel 1130 scrisse il De Antiquitate Glastonie Ecclesie, racconta che Patrizio si sarebbe recato sul Tor, dove a quel tempo sorgeva “un fitto bosco”. Una delle maggiori peculiarità del Tor, è che lungo tutte le sue scoscese pareti, esposte a gelidi e impetuosi venti di nord-ovest, sono state ricavate enorme terrazze concentriche, sette in tutto. Nonostante vari studi, a tutt’oggi esistono pochissimi dati relativi a chi , quando e soprattutto perché ha scavato le terrazze del Tor. E’ noto che i monaci medioevali costruirono alcune piccole terrazze sulle pendici più a sud a scopo agricolo e migliorarono alcune delle terrazze già esistenti sui pendii più alti per ricreare le 7 stazioni della Via Crucis da far percorrere ai pellegrini. Il Tor era la loro Montagna Sacra e la sua ascesa simboleggiava il percorso di elevamento spirituale del pellegrino. E’ evidente che le terrazze non servirono mai a scopi difensivi poiché hanno un perimetro piatto e sono privi di fossati o argini. L’ipotesi più affascinante è che siano state le popolazioni neolitiche a costruire queste opere imponenti, riconoscendo subito nel Tor un luogo sacro e privilegiato, quando ancora Glastonbury non esisteva ma vi era al suo posto un’isola ricoperta di fitti boschi di noccioli, tassi, biancospini e meli, ricca di acqua (la fonte bianca e la fonte rossa, i colori dell’Altromondo celtico) e di risorse naturali e punto di osservazione privilegiato di fenomeni astronomici. Secondo autorevoli studiosi come Nicholas Mann, il Tor fu un’area di attività preistorica e il fulcro d’importanti cerimonie religiose, dal momento che nei dintorni sono assenti monumenti di pari importanza. Altri studiosi come Rahtz , Russell e Ashe, a partire dalla fine degli anni 60 hanno notato che le sette terrazze del Tor costituiscono i resti di un labirinto tridimensionale, con tutta probabilità attribuibile all’era neolitica. Labirinti di questo genere ma di minori dimensioni sono presenti in tutto il mondo e all’interno di civiltà differenti, e sono ritenuti simboli di morte e rinascita, poiché rappresentano il viaggio di discesa e successiva riemersione dal mondo dell’aldilà. Il labirinto di Creta, secondo la tradizione classica, rappresenterebbe anche il viaggio nell’interiorità alla riscoperta del lato selvaggio e ctonio della natura umana. Ciò si sposa perfettamente con le innumerevoli leggende locali che identificano il Tor con l’ingresso dell’Altromondo. Tale apertura si troverebbe su uno dei pendii del Tor, forse contrassegnato da una Tor Burr, una delle grosse pietre ovalari che disseminano e costituiscono l’impalcatura della collina. Varie di queste pietre possono essere osservate sul Tor, ma quella più famosa giace ora accanto all’Abbott’s Kitchen nell’Abbazia: viene chiamata dalla leggenda Pietra Omphalos e sembra che fosse oggetto di culto in tempi antichissimi, potrebbe trattarsi  di una pietra oracolare su cui le sacerdotesse, in particolare nei giorni del mestruo, si sedevano a profetare.

Forse non sapremo mai con esattezza quali e quanti misteri cela questa collina sacra ma le persone che ancora la percorrono hanno esperienze che le cambiano profondamente, aprendo nuove dimensioni al loro modo di percepire la vita e quando anche questo non avvenisse è certo che stare in cima alla collina spazzata dai venti e godere del panorama meraviglioso che spazia la campagna verde smeraldo e talora arriva fino al canale di Bristol è sicuramente un momento unico ed irripetibile per cui vale la pena un viaggio in questo luogo affascinante e carico di enigmi secolari.

Kathy Jones e altre studiose che vivono a Glastonbury si sono inoltre accorte, studiando il paesaggio sacro dell’isola, che su di esso si ritrovano delle forme che possono essere paragonate ad una donna che si distende del paesaggio, con il suo ventre in corrispondenza di Chalice Well ed un seno in corrispondenza del Tor

 

Oppure, alternativamente, il paesaggio sembra delineare anche una vecchia strega che vola sul dorso di un cigno: la testa del cigno è rappresentata da Wearyall Hill mentre il Tor rappresenterebbe il grembo della Vecchia Saggia.
Il Tor viene dunque interpretato o come il seno abbondante che nutre i figli della Dea (infondo alla base del Tor sgorga la Fonte Bianca, sorprendentemente simile al latte…) o come il ventre ormai non più mestruato della vecchia Crona. Nei tempi antichi le donne anziane in menopausa erano molto rispettate poiché si pensava che trattenessero in loro il sangue magico che le rendeva sagge e potenti. La collina sacra mantiene cosi anche il questo caso il suo dualismo: porta ultraterrena che conduce alla rinascita.

Il festival di Glastonbury

Il festival di Glastonbury, che è chiamato ufficialmente Glastonbury Festival of Contemporary Performing Arts, è un festival musicale e di spettacolo che si tiene a Pilton, a circa 10 km da Glastonbury nel Somerset in Inghilterra. Il festival è conosciuto soprattutto per la sua musica, ma non sono da trascurare gli elementi relativi alla danza, la commedia, il teatro, il circo, il cabaret e altre forme d’arte. Nel 2005, il festival occupava un terreno di 3,70 km² di superficie e 150.000 persone avevano assistito ai 385 spettacoli live.Glastonbury-Festival-Sunset-800x500

Glastonbury è anche conosciuto per l’elevato consumo di droghe illegali da parte dei partecipanti, abitudine creatasi grazie alla sua origine hippie, e per questo tenuto costantemente sotto controllo dalla polizia. Si svolge di regola ogni anno durante l’ultimo week-end di giugno e dura 3 giorni. I biglietti 203.000 per l’edizione del 2019 sono andati esauriti in 36 minuti….Glasto-2019-poster

 

 

Exeter

Exeter (in cornico Karesk) è una città del Regno Unito, capoluogo della contea inglese del Devon. Antica Isca Dumnoniorum, è nota in cornico come Karesk e in gallese come Caerwysg. Semidistrutta dai bombardamenti tedeschi durante la seconda guerra mondiale, conserva numerose testimonianze di tutta la storia inglese. Il principale monumento che ospita è la sua cattedrale. La città fu fondata dai Romani con il nome di Isca Dumnoniorum nel 50 dopo Cristo. Si trattava della fortezza romana più occidentale in Anglia. Durante il periodo sassone la città (Exanceaster) fu oggetto di diversi attacchi da parte dei vichinghi che la conquistarono brevemente in due occasioni, nell’876 e nel 1001. Fu contro un discendente dei vichinghi, il normanno Guglielmo il Conquistatore, che Exeter si ribellò nel 1067. Guglielmo prontamente mise la città sotto assedio che si arrese dopo soli 18 giorni. La città è ricordata nella storia inglese per il grande contributo di navi che diede per sconfiggere l’Invincibile Armata nel 1588. Il motto stesso della città, Semper Fidelis, deriva da quel periodo. Successivamente, e sino alla fine della Guerra civile inglese, Exeter fu una città assai florida grazie al commercio della lana. All’inizio della Rivoluzione industriale poteva contare sull’energia prodotta dal suo fiume. Successivamente, tuttavia, quando la forza vapore sostituì l’acqua come forza propulsiva nel XIX secolo Exeter si trovò a essere troppo lontana dai rifornimenti di carbone. Per questo motivo la città ebbe un periodo di declino significativo. Ciò nonostante fu aperto un nuovo porto a Topsham, più vicino al mare. Con l’arrivo del treno che la collegava prima a Bristol, poi a Plymouth e a Londra, la città riprese il suo sviluppo.exeter-cathedral-early-evening

La cattedrale di Exeter

La cattedrale di Exeter (cattedrale di San Pietro, in inglese Cathedral Church of Saint Peter)  è la chiesa principale della diocesi anglicana di Exeter, nel Devon (Inghilterra). L’edificio attuale, completato intorno al 1400, presenta caratteristiche peculiari come le antiche misericordie, l’orologio astronomico e la più lunga volta continua d’Inghilterra.  La fondazione della cattedrale di Exeter, dedicata a san Pietro, risale al 1050, quando la sede del vescovo di Devon e Cornovaglia fu trasferita da Crediton per paura di scorribande dal mare. In città esisteva all’epoca un edificio di culto di epoca anglosassone dedicato a Maria e san Pietro, usato dal vescovo Leofrico come sua sede, ma per mancanza di spazio le celebrazioni avvenivano all’aperto, nelle vicinanze del sito dell’attuale cattedrale. Nel 1107 venne nominato vescovo William Warelwast, un nipote di Guglielmo il Conquistatore, dando così impulso alla costruzione di una nuova cattedrale in stile normanno. La fondazione ufficiale avvenne però solo nel 1133, dopo la fine della permanenza di Warelwast nella diocesi. In seguito all’arrivo di Walter Branscombe come vescovo nel 1258, l’edificio in costruzione venne giudicato superato e fu ricostruito in stile gotico decorato, sull’esempio della cattedrale di Salisbury. Tuttavia gran parte della costruzione gotica venne mantenuta, comprese le due massicce torri quadrate e parte delle murature perimetrali. Il materiale usato per la costruzione è tutto locale, come il marmo Purbeck. La nuova cattedrale venne completata intorno al 1400, tranne la sala capitolare e le cappelle per le messe di suffragio. Come la maggior parte delle cattedrali inglesi, quella di Exeter subì la dissoluzione dei monasteri. Ulteriori danni si verificarono durante la guerra civile inglese, con la distruzione dei chiostri. Dopo la restaurazione di Carlo II, John Loosemore costruì un nuovo organo a canne. La sorella di Carlo II Enrichetta Anna Stuart fu battezzata nella cattedrale nel 1644. Durante l’età vittoriana la chiesa subì alcuni restauri operati da George Gilbert Scott. exeter-cathedral-sideIl 4 maggio 1942, un bombardamento colpì la città, con una bomba che colpì e distrusse tra l’altro la cappella di San Giacomo della cattedrale. Fortunatamente molti preziosi oggetti conservati nella chiesa erano stati rimossi preventivamente prima dell’attacco. Successivi lavori di restauro della parte ovest dell’edificio portarono alla luce parti di strutture precedenti, inclusi alcuni resti della città romana e dell’originaria cattedrale normanna.extint

 

Torquay

Si trova sul Canale della Manica, a circa 35 km a sud di Exeter e a circa 61 km a nord-est di Plymouth e confina con la vicina cittadina di Paignton nell’ovest della baia. La popolazione di Torquay è di 63998 abitanti, come risulta dal censimento del 2001; per numero di abitanti è il terzo insediamento urbano del Devon. Se l’area di Torbay, di cui Torquay occupa un terzo, fosse riconosciuta come una unica entità, risulterebbe essere la 45esima città del Regno Unito, con una popolazione appena inferiore a quella di Brighton, località a cui è stato attribuito lo status di città nel 2000. Durante la sessione estiva la popolazione raggiunge un picco di 200.000 abitanti.IMG_3252

Originariamente l’economia di tale centro si basava sulla pesca e l’agricoltura, ma dall’inizio del XIX secolo in poi si è sviluppata una fiorente attività turistica in ragione della favorevole posizione sul mare. I primi a utilizzare la località a tale fine furono gli ufficiali della Marina britannica di stanza nel porto militare lì allestito in ragione del conflitto contro la Francia di Napoleone; successivamente fu frequentato assiduamente dall’aristocrazia e dall’alta borghesia vittoriana. Rinomata per il clima salubre, la cittadina ha guadagnato l’appellativo di English Riviera, con paragoni a Montpellier.

Tra i personaggi più famosi nati a Torquay figurano anche l’esploratore Richard Francis Burton (1821-1890) e la notissima scrittrice di letteratura poliziesca

Agatha Christie (1890-1976).

Agatha Mary Clarissa Miller nasce nel 1890 a Torquay, in Inghilterra da padre americano.Agatha_Christie_3

Quando la piccola è ancora in tenera età, la famiglia si trasferisce a Parigi dove la futura scrittrice intraprende fra l’altro studi di canto.

Orfana di padre a soli dieci anni, viene allevata dalla madre (oltre che dalla nonna), una donna dotata di una percezione straordinaria e di una fantasia romantica spesso non collimante con la realtà. Ad ogni modo, il padre della Christie non era certo un esempio di virtù familiari, essendo un uomo più dedito al cricket e alle carte che alla famiglia. Ad ogni modo, l’infanzia della Christie sarebbe una normale infanzia borghese se non fosse per il fatto che non andò mai a scuola. Anche della sua educazione scolastica si incaricò direttamente la madre, nonché talvolta le varie governanti di casa.

Inoltre, nell’adolescenza fece molta vita di società fino al matrimonio, nel 1914, con Archie Christie che in seguitò diventerà uno dei primi piloti del Royal Flying Corps durante la prima guerra mondiale. La Christie aveva sviluppato intanto una forte passione per la musica e infatti, divenuta un poco più consapevole circa il proprio futuro, aspira fortemente a diventare una cantante lirica. Purtroppo (o per fortuna, dal punto di vista della storia della letteratura), non ottiene molti riscontri in questa veste, cosa che la persuade a tornare in Inghilterra. Agatha in questo periodo inizia la sua attività di scrittrice con biografie romanzate con lo pseudonimo di Mary Westmacott che, però, vengono ignorate sia dal pubblico che dalla critica.

L’idea per il suo primo romanzo giallo, “Poirot a Styles Court”, le venne lavorando in un ospedale, come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni.

Il primo successo arrivò, nel 1926, con “Dalle nove alle dieci”. Dopo la morte della madre e l’abbandono del marito (di cui dopo il divorzio conservò il cognome per ragioni unicamente commerciali), Agatha scompare e, dopo una ricerca condotta in tutto il paese, viene ritrovata ad Harrogate nell’Inghilterra settentrionale sotto l’effetto di un’amnesia. Per due o tre anni, sotto l’effetto di una forte depressione, scrisse romanzi decisamente inferiori alle sue opere più riuscite, fino a che un viaggio in treno per Bagdad le ispirò “Assassinio sull’Orient Express” e la fece innamorare di Max Mallowan che sposò nel 1930.

Nel 1947 il suo successo è ormai talmente radicato che la Regina Mary, al compimento dei suoi ottant’anni, chiede alla scrittrice, come regalo di compleanno, la composizione di una commedia. La Christie, assai lusingata della richiesta, stende il racconto “Tre topolini ciechi”, che la Regina dimostrò in seguito di gradire moltissimo. Anche il pubblico ha sempre dimostrato di essere molto attaccato alle sue opere. Tradotti in 103 lingue, in alcuni casi è diventata talmente popolare da sfiorare il mito. In Nicaragua, ad esempio, venne addirittura emesso un francobollo con l’effigie di Poirot. Nel 1971 le viene assegnata la massima onorificenza concessa dalla Gran Bretagna ad una donna: il D.B.E. (Dama dell’Impero Britannico).

Nel Natale del 1975 nel romanzo “Sipario” la Christie decise di far morire l’ormai celeberrimo investigatore Hercule Poirot mentre, il 12 gennaio 1976, all’età di 85 anni, muore anche lei nella sua villa di campagna a Wallingford. E’ sepolta nel cimitero del villaggio di Cholsey nel Oxfordshire. Secondo un rapporto dell’UNESCO, Agatha Christie in vita guadagnò circa 20 milioni di sterline, cioè poco più di 23 milioni di euro.

A tutt’oggi, Agatha Christie è una certezza per gli editori che pubblicano i suoi romanzi, essendo uno degli autori più venduti al mondo.
Tintagel

Tintagel è un villaggio situato sulla costa settentrionale della Cornovaglia, all’interno della AONB (Area of Outstanding Natural Beauty, in italiano Area di Eccezionale Bellezza Naturalistica) della contea.  Sulla penisola di fronte al villaggio sorgono le rovine di un castello, legate sia alla storia che alla leggenda. Il Castello di Tintagel è senza dubbio una delle mete più affascinanti e suggestive della Gran Bretagna. Questa fortezza Normanna a picco sul mare fu costruita nel XIII secolo (si suppone che precedentemente il sito fosse occupato da una comunità monastica) ma ebbe vita breve, perché era già avviata al declino appena un secolo dopo la sua fondazione. Il Castello di Tintagel è collegato al mito di Re Artù,  perché secondo una leggenda questo è il luogo dove il sovrano fu concepito grazie a un sortilegio del Mago Merlino, che permise a Uther Pendragon di sedurre sua madre. Un’altra leggenda lo connette invece al mito di Tristano, uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Nei pressi delle rovine ci sono due tunnel. Il più lungo viene chiamato Merlin’s Cave (Caverna di Merlino): si dice che l’antico mago cammini ancora al suo interno, e che a volte si senta addirittura la sua voce! L’atmosfera che aleggia su Tintagel è davvero unica. Verremo trasportarti indietro nel tempo e renderemo quasi reali le favole che ci raccontavano su Re Artù. E quando ritorneremo con i piedi per terra, saremo nuovamente rapiti dai fantastici panorami che si ammirano dalle vestigia del castello. Tintagel si trova circa 60 km a nord-est di Truro.IMG_3254

 

 

 

Il castello di Tintagel

Il castello di Tintagel (in inglese: Tintagel Castlein lingua cornica: Kastell Dintagell, che significa “forte della costrizione”) è un castello medievale della cittadina di Tintagel, nel nord della Cornovaglia (Inghilterra sud-occidentale), di cui oggi rimangono soltanto delle rovine.IMG_3254

Il sito era già occupato in epoca romano-britannica, come dimostrano ritrovamenti di questo periodo. Fu poi abitata in età altomedievale, quando, probabilmente, fu una delle residenze del sovrano della Dumnonia. Dopo che la Cornovaglia era stata assorbita dal regno d’Inghilterra, tra il 1227 e il 1240 un castello sarebbe stato costruito per volere dell’re Riccardo, che poi cadde in rovina, mentre secondo un’altra teoria era stato iniziato già edificato nel 1131 da Reginaldo di Cornovaglia.

Negli anni Trenta del XX secolo gli scavi hanno portato alla luce tracce significative di un importante insediamento del tardo periodo romano. Il castello è stato per molto tempo associato con le leggende arturiane.

Tale connessione iniziò con l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth nel XII secolo, che indicò Tintagel come luogo del concepimento di Artù. Goffredo racconta  la storia secondo Uther Pendragon, con l’aiuto di Merlino, assume le sembianze del duca di Cornovaglia, Gorlois, giacendo così con sua moglie Igraine, concependo Artù. La leggenda non trova però riscontro, dato che è appurato che l’edificio dove sarebbe nato o vissuto Re Artù è sorto evidentemente vari secoli dopo. Sul luogo, pare sorgesse invece in origine un monastero del VI-IX secolo oppure un’altra fortezza oppure ancora un insediamento commerciale del VI secoloIMG_4978

Le rovine del castello, meta turistica sin dalla metà del XIX secolo, sono oggi gestite dall’English Heritage

 

 

Re Artù

Se esiste una leggenda che ancor oggi suscita incantevole fascino, senza dubbio, è quella del mitico Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. L’origine del racconto, come lo conosciamo oggi, si perde nei secoli. I bardi britannici, a partire dal VII secolo d.C., cantavano alla corte dei loro signori le gesta del grande re Artù.IMG_3257

Questo impavido e nobile condottiero è davvero esistito?

Da tempo noti studiosi si sono messi sulle tracce del mito e alcuni di essi sono certi di aver individuato la verità storica dietro re Artù.

Andiamo con ordine.

Innanzitutto, il motivo che spinge a rifiutare la storicità di re Artù è il suo magico mondo; conosciamo bene la leggenda che difatti è intrisa di racconti e figure incredibili, ovvero non reali, (Mago Merlino, la spada magica, la Dama del Lago, per citarne qualcuno). Dove finisce la leggenda e inizia la “storia” di Re Artù? Le fonti consultate dagli studiosi iniziano proprio dai canti dei bardi britannici.

Questi racconti orali, a partire dal XII secolo hanno iniziato ad avere il loro supporto scritto; diversi autori ne hanno trattato l’argomento fino al XV secolo. Di volta in volta questi racconti acquisivano dettagli in più, diventando veri e propri romanzi. I romanzi arturiani (il cosiddetto ciclo bretone) dal XII secolo al XV secolo denotano però un sovrano medievale, non più il sovrano dell’età tardo romana. Questo vale anche nelle raffigurazioni: Re Artù si veste e combatte in modo medievale, ma la leggenda parla chiaro: l’eroe unificò la Britannia nei suoi secoli bui. L’Artù della leggenda opera quindi negli anni della caduta dell’Impero romano e lotta contro le invasioni dei barbari angli, pitti e sassoni che, da ogni parte, minacciavano la delicata stabilità della Britannia. Il condottiero doveva aver quindi operato negli anni tra la fine del V e l’inizio del VI secolo.

È probabile che un uomo, magari di stirpe nobile, abbia sentito il dovere e l’esigenza di agire contro i barbari e le loro razzie?

Cosa ci dicono le fonti?

Gli annali degli Anglosassoni (ormai riuniti in un solo popolo) parlano (ovviamente) delle loro vittorie e gli stessi tacciono in merito a una loro potente arretrata in seguito a una vittoria dei Britanni. Questo vuoto nella cronaca è però raccontato dal monaco Gildas il Saggio, del VI secolo: nel suo De Excidio et conquistu Britanniae racconta che da ogni parte la Britannia è sotto minaccia barbara a causa dei signori incapaci di agire contro gli invasori Gildas a un certo punto parla dell’importante e fondamentale vittoria dei britanni contro gli anglosassoni: la battaglia di Badon Hill.

È questa la battaglia assente nella Cronaca Anglosassone

Da questa battaglia nascerebbe il mito di re Artù. Gildas scrive della battaglia di Badon Hill in un tempo in cui era viva la memoria dei fatti: furono tre giorni di combattimento in cui la cavalleria britannica, educata alla romana, ebbe la meglio. Questa frenata agli anglosassoni è documentata da ritrovi archeologici che attestano un lungo periodo di pace. Fu Artù il condottiero di Badon Hill? Ammesso che non esista la storicità di re Artù, senza dubbio è esistito un condottiero capace di unire la Britannia e dare una frenata agli invasori esteri.

Gildas e Beda il Venerabile, l’altra fonte in cui compare la battaglia di Badon Hill, non nominano il condottiero; a farlo è un’altra fonte di cui si dispone: lo storico Nennio nella sua Historia Brittonum parla della battaglia e del suo condottiero e lo nomina, senza indugio, come Artù. Nennio è ritenuto dagli storici una fonte poco credibile per l’inserimento nella sua opera di molti temi mitologici, ma è lo stesso Nennio ad avvertire il lettore: sente l’esigenza di mettere per iscritto fatti che potrebbero essere dimenticati ma lascia a noi il compito di scremare la verità dalla fantasia.

Quando parla di re Artù lo fa con gli occhi di uno storico e il racconto non è mai stravolto dall’intrusione di elementi fantastici, anzi racconta semplicemente che il condottiero Artù guidò la battaglia e la vittoria dei Britanni contro gli anglosassoni. Niente altro. Oltre a Nennio, vi è un’altra fonte storica che cita il condottiero come Artù: gli Annali del Galles. Per molti la risposta alla storicità del condottiero Artù sta nel nome stesso del mitico re. In celtico la parola arth significa orso e la dea della caccia Artio, spesso veniva rappresentata nelle sembianze di un orso.

Forse il condottiero di Badon Hill aveva sul suo stendardo l’immagine di un orso?

Ammesso questo, non si andrebbe a identificare un uomo ben preciso, sebbene alcuni lo individuerebbero nel condottiero Aureliano Ambrosio e altri nel comandante Lucio Artorio Casto. Ciò che allontanerebbe l’ipotetica storicità del re di Camelot dai due candidati e il periodo storico in cui essi vissero: Lucio Artorio Casto opera nel II secolo quindi lontano dai fatti che interesserebbero re Artù. Ambrosio Aureliano, visse intorno al 475 e, sebbene avesse riunito i popoli britanni contro i barbari invasori, ebbe una vittoria effimera perché già nel 477 (e nel 485 e ancora nel 495) la Cronaca anglosassone registra una nuova ondata di sassoni, quindi una sconfitta di Aureliano.

Il mosaico della Cattedrale di Otranto dove si legge la scritta “Rex Arturus”:

 

Grazie al condottiero di Badon Hill (516 d.C.) si ha invece un periodo di pace durato più o meno una generazione, non soltanto un paio di anni. Ritornando a Gildas, questi nel suo libro, a un tratto, si scaglia contro il sovrano Cuneglasus (suo contemporaneo) chiamandolo orso, e nella sua invettiva, sotto metafora, gli dice di non comportarsi come si addice a una persona del suo rango al comando com’è di un qualcosa di molto importante, quasi sacro, che un tempo era appartenuto all’orso. È questa la chiave secondo lo storico Graham Philips per svelare il mistero: Cuneglasus era chiamato orso da Gildas perché aveva ereditato quell’appellativo dal suo predecessore nonché padre:

Usanza celtica, infatti, era quella di dare alle personalità più importanti nomi di animali che ne denotassero tratti del carattere e della personalità. Questi nomi venivano poi tramandati nelle generazioni. È probabile che Gildas si fosse rivolto a Cuneglasus chiamandolo con l’appellativo che aveva ereditato dal padre: Artù quindi sarebbe stato l’appellativo di Owain Ddantgwyn, re del Powys.

Per alcuni studiosi non ci sarebbero più dubbi: re Artù è la figura storica realmente esistita del re Owain. Per molti altri accademici, invece, l’individuazione di un unico personaggio dietro re Artù resta confusa. L’ipotesi accettata è quella che la figura del mitico re raccolga in sé l’operato di condottieri che realizzarono le imprese attribuite a re Artù: dall’unione di personaggi storici e leggendari avrebbe preso forma il vero re Artù, quello che oltre i secoli, a prescindere dalle lotte tra gli accademici, ancora regna nella nostra memoria.

 

 Re Artù e il Sacro Graal

La tradizione medioevale narra di un grande re dei Britanni che sconfigge i nemici Sassoni, unifica il proprio paese, fonda l’Ordine dei Cavalieri della Tavola Rotonda e costituisce un governo ideale a Camelot (la reggia di Artù è stata identificata da alcuni studiosi con la fortezza neolitica di Cadbury, ai confini tra il Somerset e il Dorset, da altri con il castello di Greenan, a nord di Glasgow).

Per alcuni studiosi, Artù è un personaggio ispirato a Cu Chulainn, protagonista di poemi epici irlandesi; per altri un dio del pantheon celtico, forse il simbolo della terra stessa (Art = roccia, da cui Earth ), poi trasformato dalla leggenda in un essere umano. C’è invece chi ritiene che sia esistito veramente: nel VI secolo d.C. fu forse il re o il capo di una tribù britannica impegnata nella resistenza contro gli invasori Sassoni. Purtroppo dell’Artù storico – se mai c’è stato – si conosce ben poco: lo stesso nome “Arthur”, in inglese, non fornisce indicazioni sulla sua origine. Potrebbe derivare dal latino Artorius  (in tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum , ovvero un rappresentante locale dell’Impero Romano), dal gaelico Arth Gwyr (“Uomo Orso”), o ancora dal già citato Art (Roccia  in irlandese).

Un principe britanno chiamato “Arturius, figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada” è citato dall’agiografo Adomnan da Iona nella “Vita di San Colombano” (VIII° secolo); nella “Historia brittonum” (IX° secolo) lo storico Nennio racconta che il dux bellorum Artorius era il comandante dei Britanni durante la battaglia contro i sassoni al Mons Badonis (Bath?); gli “Annales Cambriae” (X° secolo) descrivono la sua morte e quella del traditore Medraut (“Mordred”) nella battaglia di Camlann nell’ “anno 93” (539 d.C.?); ma altri storici dell’epoca, tra cui Gildas e il Venerabile Beda, non fanno alcun cenno a un condottiero chiamato Artù. All’Artù storico sono stati attribuiti convenzionalmente una data di nascita e di morte (475-542 d.C.), ma c’è chi lo identifica con personaggi più antichi. Arthur diventa protagonista o comprimario di narrazioni gallesi intorno al 600 d.C. Nell’XI° secolo era considerato dagli inglesi un eroe nazionale, e le sue imprese – diffuse dalle canzoni dei Bardi – erano note non solo in Gran Bretagna, in Irlanda, nel nord della Francia, ma anche nella lontana Italia: lo dimostra un bassorilievo sulla “Porta della Pescheria” del Duomo di Modena realizzato intorno al 1120 (e cioè con almeno dieci anni di anticipo sul ciclo di narrazioni scritte cui dette l’avvio Chretien de Troyes, il più grande scrittore medioevale di romanzi arturiani, originario della Champagne, attivo tra il 1130 e il 1190).

L’Artù celtico-britannico era un personaggio che i romani avrebbero definito “un barbaro”: un re robusto e coraggioso quanto rozzo e incolto. La sua notorietà internazionale impose quella che oggi definiremmo un’operazione di “rinnovamento dell’immagine” allo scopo di nobilitare la sua figura e farne il signore di Camelot.

Fu l’inglese Geoffrey di Monmouth a dare il via al processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca “barbaro” a simbolo messianico di Re-Sacerdote e i suoi cavalieri in un perfetto modello per le istituzioni cavalleresche medioevali (la Tavola Rotonda). Tra il 1130 e il 1150, nell’“Historia Regum Britanniae”, nelle “Prophetiae Merlini” e nella “Vita Merlini”, Geoffrey tracciò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, recuperò e interpretò in chiave cristiana (e non più celtica) Merlino e gli altri comprimari, e pose alcuni capisaldi del futuro ciclo, battezzando, per esempio, “Avalon” il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto ” quando l’Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui “.

Escalibur

La spada denominata Escalibur, il cui nome è stato recentemente interpretato da insigni celtisti come una sorta di crasi delle parole latine, ossia ensis caliburnus, cioè la “spada calibica” , cioè forgiata dai Calibi (antica e mitica popolazione della Scizia, di cui si dice, scoprirono il ferro e ne portarono l’uso fra gli uomini).

Massimo Valerio Manfredi, storico del mondo antico e scrittore di successo, nel suo ultimo romanzo “L’ultima legione”, che ruota intorno ad un gruppo di soldati romani lealisti che si assumono il compito di far fuggire e portare in salvo in Britannia l’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, deposto nel 476 d.C. da Odoacre, insieme al suo precettore Meridius Ambrosinus, immagina che Romolo Augusto rifugiatosi in Britannia divenga re con il nome di Pendragon e abbia un figlio di nome Artù, mentre in Meridius Ambrosinus adombra Myrdin o Merlino. Quanto a Escalibur il suo significato sarebbe “Cai.Iul.Caes.Ensis Caliburnus”, cioè la spada Calibica di Giulio Cesare, che, ritrovata casualmente da Romolo e portata in Britannia sarebbe stata scagliata lontano dallo stesso Romolo (Pendragon) in segno di pace, si sarebbe conficcata in una roccia e qui, esposta alle intemperie, avrebbe finito per lasciar leggere solo alcune lettere dell’iscrizione, e cioè: E S CALIBUR.

Il Santo Graal

Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una tazza, un vaso, un calice, un catino. Questi oggetti nella mitologia sono i simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e portano vita e abbondanza. La coppa della vita dei Celti è il “Calderone di Dagda”, portato nel mondo materiale dai Tuatha De Danaan rappresentanti ultraterreni del “piccolo popolo” (il magico popolo degli abitatori dei boschi, fate, streghe, gnomi e folletti). Molti eroi celtici hanno avuto a che fare con magici calderoni. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell’Eucarestia e – sorprendentemente – la Vergine Maria. Nella ” Litania di Loreto”, antica preghiera dedicata a Maria, essa è descritta come Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso unico di devozione”: nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta.

Forse, quando, alla fine del XII° secolo, Chretien de Troyes decise di introdurre nella materia arturiana il motivo del “Vaso Sacro “, lo fece perché era al corrente dei miti celtici del Calderone e l’argomento gli sembrò particolarmente in tema. Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal e Chretien si limitò a metterla per iscritto. Forse (è l’ipotesi più probabile) elaborò in termini cristiani le antiche leggende sui contenitori sacri. Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al 1190 in “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal”. La parola “Graal” è utilizzata con il significato generico di coppa e fa parte di un gruppo di oggetti egualmente dotati di poteri mistici, ma non ha comunque alcuna associazione con il sangue di Gesù. Solo nel successivo “Joseph d’Arimathie – Le Roman de l’Estoire dou Graal”, un testo arturiano del cosiddetto “Ciclo della Vulgata” (dove però Re Artù non compare) scritto da Robert de Boron intorno al 1202, il Graal viene descritto come il calice dell’Ultima Cena, in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso.

Perché il calice fu portato proprio in Inghilterra? I sostenitori della sua esistenza materiale avanzano delle ipotesi piuttosto ardite. Durante gli anni sconosciuti della sua vita, prima della predicazione, Gesù avrebbe soggiornato per un certo periodo in Cornovaglia e avrebbe ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido. Dopo la crocefissione, Giuseppe d’Arimatea, discepolo e forse zio di Gesù, avrebbe voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino, trait d’union tra la religione celtica e quella cristiana (lo stesso che ritroviamo cinquecento anni dopo quale consigliere di Artù?). Comunque sia, le peripezie subite dal Graal dopo il suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole a seconda delle varie fonti. Ad ogni modo, secoli dopo, il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland (“La terra desolata”), uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale.

Per annullare il Wasteland – spiega Merlino ad Artù – è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Uno dei cavalieri della Tavola Rotonda, Parsifal, ispirato da sogni e presagi, superando una serie di prove, rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande “Che cos è il Graal? Di chi esso è servitore?”, contravvenendo così al suggerimento evangelico “Bussate e vi sarà aperto”. Il Graal scompare di nuovo. Dopo che il cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente Parsifal (o Galaad) pone il quesito e il Wasteland finisce. Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d’aria). Il Graal viene riportato in medio oriente da Parsifal e Galaad. Per secoli non se ne sente più parlare, finché, verso la fine del XII° secolo, esso torna improvvisamente alla ribalta. Come mai? Cos’aveva ridestato l’interesse nei confronti di un mito apparentemente dimenticato? La maggior parte degli studiosi concordano nel ritenere le Crociate l’avvenimento scatenante. A partire dal 1095 molti cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l’Europa e vi si diffuse. C’è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Cavalieri Templari (v. articolo in fondo alla pagina) e riportato nel vecchio continente. In tal caso vi si troverebbe ancora. Innumerevoli i probabili luoghi in cui sarebbe stato nascosto, molti anche in Italia, Torino, a Castel del Monte, nella nicchia del “Sacro Volto” a Lucca, nella cattedrale di Modena, sul cui portale sono riprodotti i cavalieri di Re Artù, nella cattedrale di Otranto, ove si trova un mosaico raffigurante Artù a cavallo di un gatto selvatico.Uno dei luoghi più accreditati sarebbe la cappella di Rosslyn, costruita proprio dai discendenti dei Templari più di cinque secoli fa in terra di Scozia e resa celebre dal famoso thriller esoterico di Dan Brown “Il Codice da Vinci”, ma prima di lui anche dai ricercatori britannici Knight e Lomas nell’affascinante indagine dal titolo “La chiave di Hiram”.

Non in tutte le tradizioni il Graal è un calice, infatti esso è stato associato anche a un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio .

Intorno al 1210, nel poema “Parzival”, il tedesco Wolfram Von Eschenbach conferì al Graal ulteriori connotazioni, non più una coppa, bensì ” una pietra del genere più puro (…) chiamata lapis exillis. Se un uomo continuasse a guardare( la pietra) per duecento anni, (il suo aspetto) non cambierebbe”. Il termine lapis exillis è stato interpretato come “Lapis ex coelis”, ovvero pietra caduta dal cielo: e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione.

Dunque non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l’ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l’abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. La tradizione sull’esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell’Asia, del Nord Africa e dell’Europa; il Graal è forse stato identificato con nomi diversi (la “Lampada di Aladino”, il “Vello d’Oro”, l’”Arca dell’Alleanza”).

Lo scrittore inglese Graham Hancock in “Il mistero del sacro Graal. Alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza” (1995) ipotizza che il Graal simboleggi l’Arca dell’Alleanza, costruita dall’antico popolo israelitico per contenere le tavole dei Dieci Comandamenti, venerata nei secoli come simbolo della presenza di Dio sulle terra, dotata di poteri straordinari, inspiegabilmente scomparsa dal Tempio di Salomone nel sesto secolo prima di Cristo, senza lasciare traccia, ma che forse si trova attualmente in Etiopia ad Axum.

Ad ogni modo il Graal, con qualunque cosa si identifichi materialmente, è un oggetto materiale e spirituale insieme.

Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli. Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola, il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della religione primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente. Per gli alchimisti rappresenta la conoscenza e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell’Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell’inconscio. Ci credeva e lo fece cercare anche Hitler per il quale era uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto. Per gli autori di romanzi di fantascienza e i fautori dell’ipotesi extraterrestre è un’apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare.

E per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora un altra cosa. Infatti una delle possibili etimologie di Graal comprende l’attributo “San”: “San Graal” sarebbe l’errata trascrizione di “Sang Real”, ovvero “Sangue Reale” e designerebbe una dinastia (per l’occultista inglese, Dion Fortune, quella dei sacerdoti di Atlantide). La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln avrebbero scoperto l’esistenza, dopo un’appassionata ricerca, sarebbe quella di Gesù. Salvatosi dalla crocefissione, avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi. L’ipotesi, descritta in “The Holy Blood and the Holy Grail” (Il mistero del Graal, 1982) non si ferma qui. Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal parroco Berenger Saunière dietro l’altare della chiesa di Rennes-Le-Chateau sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri documenti i quali proverebbero che, lungi dall’essersi estinti nel 751, i Merovingi (e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi, accuratamente protetti da un’antica società iniziatica denominata Il “Priorato di Sion”. Come i “Superiori Sconosciuti” di Agharti, i membri del Priorato – di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri, Nicolas Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd, Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau – costituiscono una “Sinarchia” o governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle scelte (politiche o d’altro genere) dei governi ufficiali. Purtroppo – fanno rilevare Baigent, Leigh e Lincoln nel seguito di “The Holy Blood and the Holy Grail”, intitolato “The Messianic Legacy” (L’eredità messianica, 1986) – negli ultimi tempi il “Priorato” si è parzialmente corrotto e alcune sue frange mantengono stretti contatti con la Mafia, la P2 e altre associazioni deviate.

Conclusioni

Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme. Non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l’ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l’abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. In qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso.
Le varie leggende a proposito del Graal concordano nel conferirgli un’origine ultraterrena. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l’evangelizzazione del mondo barbaro operata dai missionari, stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati da un sacerdote, Merlino. Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente; per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell Elisir di lunga vita.

 

 

La Cornovaglia

La Cornovaglia (cornico Kernow, inglese Cornwall) è una contea inglese e la più piccola non metropolitana, ubicata nella zona sud-occidentale della Gran Bretagna, all’estremità dell’omonima, lunga e vasta penisola, che si protende verso l’Atlantico. Dal punto di vista strettamente geografico la Penisola della Cornovaglia è molto più estesa dell’omonima contea, che infatti costituisce solo la sua estremità più occidentale, mentre l’intera penisola comprende anche l’intera contea del Devon ed una buona parte di quella di Somerset.

La contea di Cornovaglia è una delle sei nazioni celtiche. La lingua locale, oggi riportata in uso, seppur marginalmente, da alcuni appassionati, è imparentata con il gallese ed ancor di più con il bretone.

Il centro amministrativo e l’unica city è Truro, mentre la capitale storica è Bodmin. Comprese le isole Scilly, che si trovano a 45 chilometri dalla costa, la Cornovaglia si estende su una superficie di 3.563 chilometri quadrati. La popolazione supera i 500.000 abitanti. Il turismo è una parte importante dell’economia locale, anche se è la zona più povera del Regno Unito e che fornisce il contributo più basso all’economia nazionale

La storia della Cornovaglia cominciò con le popolazioni pre-romane, che includevano individui di lingua celtica, che si sarebbero sviluppate nel brittonico e nella cornico. Dopo un periodo di dominazione romana, la Cornovaglia tornò indipendente sotto la guida di capi celtici. Dopo aver avuto un’autonomia parziale dal regno d’Inghilterra, fu incorporata nella Gran Bretagna e infine nel Regno Unito. La Cornovaglia compare anche in opere pseudo-storiche o leggendarie come la Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth.

Cornovaglia pre-romana

La Cornovaglia e il vicino Devon erano ricchi di stagno, che fu estratto abbondantemente durante l’Età del Bronzo da popolazioni associate con la cultura del vaso campaniforme. Lo stagno è necessario per produrre il bronzo dal rame, e, a partire dal 1600 a.C., la parte occidentale della Britannia si trovò all’interno di un’importante corrente commerciale di esportazione dello stagno in Europa. Ne seguì una grande prosperità (vedi cultura di Wessex).

Evidenze archeologiche che attestano una rottura con la cultura precedente, attorno al XII secolo a.C., hanno fatto ipotizzare a un movimento migratorio o a una vera e propria invasione nella Britannia meridionale. Attorno al 750 a.C. nell’isola iniziò l’Età del Ferro, durante la quale, grazie all’introduzione di attrezzi di ferro e asce, si svilupparono le pratiche agricole. La costruzione di fortezze in collina raggiunse l’apice in questo periodo. Tra il 900 e il 500 a.C. la cultura e i popoli celtici si diffusero in tutte le isole britanniche. La prima menzione che si ha nelle fonti classiche della Cornovaglia viene da uno storico greco della Sicilia, Diodoro Siculo (circa 98–ca. 30 a.C.) che probabilmente cita o parafrasa il geografo greco di IV secolo Pitea di Marsiglia, che veleggiò verso la Britannia. Secondo Strabone erano i fenici a commerciare con gli abitanti della Cornovaglia.

La Cornovaglia continuò a fungere da principale fornitore di stagno per le civiltà mediterranee, tant’è che i romani chiamavano le isole britanniche con il nome di “isole dello stagno”, mutuando questa definizione dai mercanti fenici che commerciavano con la Britannia attraverso le colonie cartaginesi in Spagna. Esiste una forte convinzione locale secondo cui alcuni abitanti della Cornovaglia discenderebbero da coloni fenici.

Quando fecero la loro comparsa le fonti classiche la Cornovaglia era abitata da tribù di lingua celtica. I romani conoscevano l’area come Cornubia, nome correlato con le parole Kernow o Curnow (parole corniche per Cornovaglia). Si è anche ipotizzato che questo nome potrebbe derivare dalla tribù celtica dei Cornovi, che, stando ai romani, vivevano nelle odierne contee dello Staffordshire settentrionale, del Shropshire e del Cheshire, nelle Midlands Occidentali.

Un popolo con questo nome è conosciuto dai romani nell’area tra il Powys e il Shropshire, che si trovano nelle odierne Galles e Inghilterra.

Una teoria poco probabile suggerisce che un contingente fu inviato nella parte sud-occidentale del paese per regnare la terra e bloccare gli invasori irlandesi, teoria però smentita da Philip Payton nel suo libro Cornwall – A History, 1996. Una situazione simile ci fu nel Galles settentrionale. Tuttavia, non esistono prove a supporto di questo movimento verso ovest e il toponimo cornico di Durocornavium (forse Tintagel), riportato da Tolomeo farebbe pensare che lì ci fosse una tribù indipendente denominata “Cornovi” o “gente del corno”. Forse erano una sub-tribù del più grande popolo dei dumnoni, che, a quel tempo, occupava gran parte del territorio occidentale dell’isola.

Cornovaglia romana

Durante la dominazione romana, la Cornovaglia rimase un po’ fuori dalle principali correnti della romanizzazione. Le principali strade costruite dai conquistatori non si estendevano più a ovest di Isca Dumnoniorum (Exeter). Inoltre, lo stagno britannico fu ampiamente soppiantato da quello economicamente più conveniente che proveniva dalla Spagna. È anche possibile che la Cornovaglia non sia mai stata conquistata dai romani e che non cadde mai sotto il loro diretto controllo.

Secondo Léon Fleuriot, comunque, la regione rimase strettamente integrata con i territori vicini grazie alle vie di comunicazione marittime. Secondo Fleuriot, la strada che collegava Padstow con Fowey e Lostwithiel serviva, al tempo dei romani, come una conveniente via per i commerci tra la Gallia (soprattutto l’Armorica) e le aree occidentali della Britannia (Fleuriot 1982:18).

Dopo l’abbandono della zona da parte dei Romani la zona rimase relativamente autonoma fino ad essere  conquistata da popolazioni inglesi provenienti da nord. Monaci provenienti dall’Irlanda cercarono di evangelizzare il territorio costruendovi dei monasteri o semplici missioni; tra di essi spicca la figura di San Colombano evangelizzatore d’Europa.

410-936

Dopo il ritiro dei romani dall’isola, gli Anglosassoni conquistarono gran parte della Britannia orientale, mentre la Cornovaglia restò sotto il controllo dei sovrani romano-britannici locali e delle élite celtiche. Sembra che la Cornovaglia fosse una divisione della tribù dei Dumnoni (il cui centro tribale era nel Devon), anche se all’inizio non ci fu una vera e propria distinzione tra il regno di Cornovaglia e il regno di Dumnonia. Infatti, i loro nomi appaiono ampiamente interscambiabili con il latino Dumnonia per Cornovaglia e l’anglosassone Cornweal per indicare gli abitanti, cioè i gallesi del Corno” , perché il prefisso Corn-, che veniva dal celtico, significava proprio corno, indicando, ovviamente, la conformazione geografica della zona e forse anche la presenza della popolazione pre-romana dei cornavi.

È probabile che almeno fino alla metà dell’VIII secolo i sovrani della Dumnonia furono gli stessi della Cornovaglia. Nella leggenda arturiana Gorlois (Gwrlais in gallese), l’omonimo protagonista ha il titolo di “duca di Cornovaglia”, anche se non ci sono prove sufficienti a supporto di ciò. Potrebbe essere stato un sovrano secondario nella Cornovaglia. Ci fu, di certo, almeno un re, Mark di Cornovaglia. Dopo aver perduto quello che oggi è il Devon, i sovrani britannici furono definiti re di Cornovaglia, oppure i re dei gallesi occidentali.

Questo periodo è anche conosciuto come l’età dei santi (vedi cristianesimo celtico), in cui ci fu anche un revival dell’arte celtica che si diffuse dall’Irlanda e dalla Scozia in Gran Bretagna, in Bretagna e oltre. Santi come Piran, Meriasek o Geraint esercitarono una forte influenza religiosa e politica, riuscendo a mettere in stretta relazione la Cornovaglia con l’Irlanda, la Bretagna, la Scozia e il Galles, dove molti di loro si erano formati o avevano costruito monasteri. Alcuni di questi santi furono spesso strettamente legati ai sovrani locali e in alcuni casi certi santi furono anche re. Un regno di Cornovaglia emerse attorno al VI secolo, come regno dipendente dalla Dumnonia (di cui poi prese il posto). La situazione politica era molto fluttuante, ragion per cui molti re sembrano aver esteso la loro sovranità anche al di là del canale di Bretagna.

Nel frattempo i sassoni del Wessex si stavano rapidamente avvicinando da est e stavano schiacciando il regno della Dumnonia. Nel 721 furono sconfitti a “Hehil” (vedi Annales Cambriae), anche se persero ben presto la maggior parte dei loro territori. Nell’838, nella battaglia di Galford, “gli uomini della Cornovaglia”, alleatisi coi danesi, furono sconfitti da Egbert del Wessex (vedi Cronache anglosassoni)

Gli Annales Cambriae ricordano che in un’altra battaglia, combattuta attorno all’875, un re Doniert o Dungarth di Cerniu (Cornovaglia) annegò e che da questo momento la Cornovaglia fu soggetta del suo regno sul fiume Tamar, massacrando molti di quelli ancora presenti a est. Non si sa se il confine rimase al Tamar o no.

936-1485

La Cornovaglia finì sotto il controllo inglese, seppure con una certa autonomia, dai sassoni prima e dai normanni poi. Il cornico continuò a essere parlato, specie nell’area centro-occidentale del paese, diventando una lingua con le proprie particolarità.

I normanni deposero l’ultimo eorlderman di Cornovaglia, Cadoc, nel 1066, sostituendolo con uno dei loro sostenitori, Roberto, conte di Mortain. Molti di coloro che in Cornovaglia ebbero il potere dai normanni erano bretoni che parlavano bretone e che crearono una successione di earl di Cornovaglia (dal 1068 al 1336). Nel 1336 Edoardo, il principe Nero divenne “duca di Cornovaglia”. Nel XIV secolo emerse una letteratura cornica che aveva il suo centro nel Glasney College (la terza più antica università britannica).

 

Periodo dei Tudor e degli Stuart

La tendenza generale alla centralizzazione amministrativa sotto la dinastia Tudor cominciò a insidiare la condizione speciale della Cornovaglia. Per esempio, sotto i Tudor, le leggi non furono più diverse per l’Inghilterra e per la Cornovaglia. Nel 1497, tra i minatori della Cornovaglia, esplose una ribellione contro l’innalzamento delle tasse voluta da Enrico VII per fare guerra alla Scozia e che si diffuse in tutto il paese. I ribelli marciarono su Londra, guadagnando continui sostenitori, ma furono sconfitti nella battaglia di Deptford Bridge.

Nel 1549 esplose la Rivolta del libro di preghiere, che si opponeva all’introduzione, dopo la Riforma protestante del libro unico di preghiere. All’epoca, infatti, la Cornovaglia era principalmente cattolica. L’introduzione di questo libro con l'”Atto di uniformità” creò particolare scontento in questa regione, perché il testo era solo in inglese, mentre all’epoca molti cattolici parlavano il cornico e non l’inglese. Si pensa che durante questa rivolta sia stato ucciso circa il 20 per centro della popolazione della Cornovaglia. Ciò fu uno dei fattori che più ha contribuito al declino del cornico.

La Cornovaglia svolse un ruolo significativo durante la guerra civile inglese, dato che in un sud-ovest generalmente parlamentarista era una zona fedele alla corona. Per tre volte le forze parlamentari invasero la regione, dove furono anche combattute le due battaglie di Lostwithiel (1642 e 1644). Va anche ricordato l’assedio del Castello di Pendennis, a Falmouth. La difesa della Cornovaglia di Jonathan Trelawny, vescovo di Exeter, che era uno dei sette vescovi imprigionati da Giacomo II nel 1688, fu commemorata nella ben nota “Canzone degli uomini dell’ovest”.

L’attività estrattiva (1800-1900)

I secoli diciottesimi e diciannovesimi hanno visto un fiorire dell’industria estrattiva in Cornovaglia e nel Devon. L’aspetto del territorio è stato completamente modificato da questa nuova fonte industriale e l’UNESCO, nel 2006, ne ha riconosciuta l’importanza aggiungendo il territorio ai Patrimoni dell’umanità con il nome di Paesaggio minerario della Cornovaglia e del Devon occidentale.

 

Cose da fare in Cornovaglia…

  1. Visitare Port Isaac

 

Probabilmente Port Isaac è il villaggio di pescatori più filmato di tutta la Cornovaglia, però la fama cinematografica e televisiva non gli ha tolto la genuinità tipica dei paesini costieri britannici. Gli appassionati di film e telefilm riconosceranno in questo luogo Port Wenn, dove Doc Martin fa il medico condotto, oppure la location del film “L’Erba di Grace”.IMG_3251

  1. Mangiare il Cornish Pasty

Non si può dire di aver conosciuto davvero la Cornovaglia senza aver mai assaggiato un Cornish Pasty, il celeberrimo fagottino di pasta cotto al forno, ripieno di manzo tritato e verdure, la cui origine si perde nei lontani tempi in cui questa era una terra di pirati e contrabbandieri. Il Cornish Pasty è uno dei capisaldi della gastronomia britannica, perciò non comprarlo al supermercato ma cercalo in uno dei tanti posti dove la preparano ancora in modo tradizionale.

 

  1. Andare alla ricerca dei fantasmi

In Gran Bretagna i fantasmi sono un classico: visitando i luoghi più infestati della Cornovaglia avrai certamente l’occasione di incontrane qualcuno e di fare esperienze soprannaturali. Una delle zone più famose in questo senso è la bellissima Chapel Street, la via più antica di Penzance, dove gli spettri dimorano al The Regent, una ex casa di tolleranza risalente a 400 anni fa.

  1. Scoprire gli antichi monumenti

La Cornovaglia è una terra abitata fin dalla preistoria. Qui troverai numerosi siti archeologici e non avrai che l’imbarazzo della scelta tra standing stone (megaliti), stone circle (circoli di pietre) e altre vestigia dalle lontane origini e dagli scopi misteriosi. Il monumento antico più famoso della Cornovaglia è forse la strana pietra forata chiamata Men-an-Tol.

  1. Visitare Saint Ives

Saint Ives è considerata un po’ come la Saint-Tropez della Gran Bretagna e durante la stagione estiva si riempie di barche a vela, turisti e mondanità. Oppure puoi visitarla in settembre, quando la sua vita ritorna alla normalità. In ogni stagione Saint Ives regala emozioni davvero magiche.

 

  1. Cercare il tuo panorama preferito

La Cornovaglia è una terra meravigliosa fatta di promotori, scogliere a picco sull’oceano Atlantico e splendide spiagge. Perché non prendersi il tempo per andare alla ricerca del paesaggio migliore? C’è chi dice che sia The Rumps (dalle parti di Polzeath), oppure la brughiera di Bodmin. A te la scelta: sappi che in Cornovaglia ogni panorama è il migliore che esista, devi solo trovare il tuo preferito.

 

 

  1. Passare una giornata in spiaggia

Porthcurno Beach

In estate la Cornovaglia è una destinazione perfetta per andare in spiaggia e potrai anche immaginare di essere un villeggiante d’inizio ‘900. Qui ci sono spiagge per tutti gusti, dall’ampia distesa sabbiosa alla caletta nascosta. Ad esempio possiamo consigliarti Porthcurno Beach, che si trova ai piedi di grandi scogliere, oppure Kynance Cove, forse il luogo più fotografato della regione. Non scordare la protezione solare.IMG_4971

 

 

  1. Bere una birra al Rashleigh Inn

La Gran Bretagna è la patria dei pub e la Cornovaglia non fa eccezione. Il Rashleigh Inn di Polkerris sorge in una bellissima zona e si trova praticamente in riva al mare: infatti è soprannominato the inn on the beach (la locanda sulla spiaggia). È uno dei pub più famosi della regione, dove troverai ottima birra e un ampio menu con pesce e specialità locali.

 

 

St Michael’s Mount

St Michael’s Mount (Monte di San Michele) è un’isoletta situata davanti al paese di Marazion, lungo la costa meridionale della Cornovaglia. La sua particolarità sta nel fatto che si tratta di una cosiddetta isola tidale, che durante la bassa marea è collegata alla terraferma. Sicuramente avrai notato la similitudine con l’omonimo Mont Saint-Michel, altra celebre isola tidale che si trova in Normandia. In effetti le due località sono storicamente collegate, visto che nel XI secolo l’isola della Cornovaglia fu donata da re Edoardo il Confessore all’ordine monastico dell’isola francese.IMG_3656

St Michael’s Mount non è solo una curiosità geografica. Infatti qui sorgono un vero e proprio villaggio, un magnifico castello (residenza della famiglia St Aubyn) costruito sulla cima del monte, e una chiesa medievale risalente al XV secolo. Inoltre quest’isola è particolarmente nota per i suoi giardini, nei quali crescono anche piante di habitat subtropicali grazie al particolare microclima locale donato dalla Corrente del Golfo e dalla conformazione rocciosa del luogo.

Potrai raggiungere St Michael’s Mount a piedi durante la bassa marea, attraversando la stradina che la collega alla terraferma, oppure in barca quando c’è l’alta marea. Esplora il pittoresco villaggio e il suo porticciolo, visita il suo castello, ammira i suoi incredibili giardini e lasciati avvolgere dalla sua atmosfera unica: questa è una tappa imperdibile per ogni viaggiatore che si reca in Cornovaglia.IMG_3256

Land’s End (in cornico Penn an Wlas) è un capo della penisola di Penwith, nella contea della Cornovaglia (Inghilterra), celebre per essere il punto più a sud-ovest d’Inghilterra e della Gran Bretagna. Si trova a 1400 chilometri di distanza dall’estremo nord-est dell’isola (John o’ Groats), situato in Scozia.

Land’s End è il punto più occidentale della terraferma d’Inghilterra. Fa parte del territorio della parrocchia civile di Sennen. Non risulta anche il punto più occidentale di tutta l’isola della Gran Bretagna in quanto Corrachadh Mòr, in Scozia, si trova 36 km più a ovest.

Le Longships, un gruppo di isolotti rocciosi, sorgono a pochi chilometri di distanza al largo di Land’s End, mentre le Isole Scilly si trovano circa 45 km a sud-ovest; si suppone che la mitica isola perduta di Lyonesse (a cui si fa riferimento nella letteratura Arturiana) fosse ubicata tra le Scilly e la terraferma.

L’area del promontorio è stata designata quale Important Plant Area da parte dell’organizzazione Plantlife, in ragione delle rare specie botaniche.

 

Storia

Nell’anno 1987 Peter de Savary acquistò Land’s End per quasi 7 milioni di sterline da David Goldstone. Egli fece costruire due nuovi edifici e gran parte dello sviluppo dell’attuale parco a tema si deve alla sua iniziativa; nel 1991 vendette sia Land’s End sia John o’ Groats all’uomo d’affari Graham Ferguson Lacey. Gli attuali proprietari hanno acquistato Land’s End nel 1996, costituendo una società denominata Heritage Attractions Limited. Le attrazioni e il parco a tema includono un campo giochi per bambini; due volte la settimana nel mese di agosto vengono organizzati spettacoli pirotecnici. Nei pressi sorge il Land’s End Hotel.

Nel mese di maggio 2012, Land’s End è stato al centro dell’attenzione mondiale in quanto punto di partenza della staffetta della torcia olimpica dei Giochi della XXX Olimpiade

 

St.Ives

St. Ives è una cittadina di mare molto pittoresca che si trova sulla costa settentrionale della Cornovaglia che nel 2007 è stata nominata dal quotidiano inglese The Guardian come la miglior città rivierasca d’Inghilterra.

Un luogo suggestivo, dove l’andamento della marea batte un tempo a parte. Quando le barche restano in secca St. Ives si trasforma in una cartolina bizzarra, con i legni inclinati conficcati nella sabbia assetati di acqua. Questo luogo è particolarmente amato dagli artisti per il piccolo porto, le spiagge sabbiose, i profondi dirupi, ma soprattutto per la sorprendente luce che la avvolge.IMG_3255

 

La piccola località nacque sulla fortunata pesca alle sardine che diede una certa prosperità relativa al luogo. Solo dopo, solo nel novecento, arrivarono gli artisti in cerca di risposte e ispirazioni da quel pittoresco connubio.

La via principale di St. Ives è Fore Street parallela al lungomare. Nei pressi della Fore Street si trova l’atelier della scultrice Barbara Hepwort, esponente di spicco dell’astrattismo insieme a Henry Moore e Ben Nicholson negli anni Trenta. Dopo la scomparsa della scultrice, morta in un incendio scoppiato nel suo laboratorio nel 1975, il luogo e il giardino sono stati trasformati nel Barbara Hepworth Museum & Sculpture Garden.

Nella zona nord dell’abitato si trova la St. Ives Tate. Si avete letto bene, in questo villaggio si trova una sede distaccata della Tate Gallery di Londra. Aperta nel 1993 in un moderno edificio caratterizzato da ampie vetrate, progettato dagli architetti Evans e Shalev, la Tate di St. Ives espone opere di Ben Nicholson, Barbara Hepwort, Naum Gabo, Terry Frost e di altri artisti locali.

Nella periferia di St. Ives si può visitare il Leach Pottery, dedicato ai lavori d’ispirazione giapponese di uno dei più rappresentativi ceramisti inglesi, Bernard Leach. Le spiagge di St. Ives e quelle nelle immediate vicinanze sono molto belle: Porthmeor sulla costa settentrionale frequentata molto dai surfisti; la piccola baia di Porthgwidden; la lunga spiaggia di Porthminster a sud,  Carbis Baya a sud-ovest, adatta alle famiglie.

Da visitare il caratteristico villaggio di Zennor, dove lo scrittore inglese D.H. Lawrence scrisse “Women in Love”, raggiungibile anche a piedi, seguendo la costa, in circa tre ore di passeggiata (agevole).

TATE GALLERY

Porthmeor Beach – St. Ives – Cornwall – TR26 1TG

Tel: +44 1879 796226

E-mail: information@tate.org.uk

Orari di visita:

Novembre-febbraio da martedì a domenica h 10.00-16.30

marzo-ottobre tutti i giorni h 10.00-17.30

Barbara Hepworth Museum & Sculpture Garden

Barnoon Hill – St Ives – Cornwall – TR26 1AD

Tel: +44 1879 796226

Orario di visita:

novembre-febbraio da martedì a domenica h 10.00-16.30

Marzo-ottobre tutti i giorni h 10.00-17.30

 

Tra Tor e Cavalli del Dartmoor National Park

Il Parco Nazionale di Dartmoor occupa quasi tutta la parte occidentale del Devon. E’ una regione collinare, ricca di leggende e di storia. Il nome Dartmoor è associato ai pony, l’animale simbolo del parco, che compare sul logo del Dartmoor National Park, qui vive ancora allo stato brado. Il fiume Dart attraversa il parco, al quale dà il nome, ed ha qui le proprie sorgenti.IMG_5217

Questa zona, anticamente riserva di caccia reale, si estende su 945 km2 ed è tra le più piovose d’Europa. I suoi due punti più alti sono l’High Willhays (621 m) e lo Yes Tor (619 m). Circa il 15% della superficie totale è usata per le esercitazioni militari dal Ministero della Difesa ed è quindi di difficile accesso. Quest’area è stata dichiarata parco nazionale nel 1949. Caratteristiche del paesaggio sono i Tor, imponenti rilievi granitici che si innalzano nella brughiera in forme spesso bizzarre.

In molte località i massi vennero radunati, in periodo preistorico, per costituire delle tombe megalitiche, tumuli e cerchi di pietre. Le impressionanti similitudini tra i circa 80 cerchi e file di pietre disseminati sull´altopiano di Dartmoor e Stonehenge, distante 180 km a est, suggeriscono che questi monumenti potrebbero essere opera dello stesso “popolo”, inoltre, l´allineamento delle pietre con i solstizi d´estate e d´inverno sembra identica a quella di Stonehenge. Gran parte di questo territorio è ricoperto dalla brughiera costantemente spazzata dal vento e cosparsa di arbusti, soprattutto ginestra ed erica, tradizionalmente riservata a pascolo ad eccezione della zona sud-orientale, che offre un paesaggio meno selvaggio con valli boscose e villaggi di case col tetto di paglia.
Pur essendo un parco nazionale vi si trovano piccole città, molti edifici e chiese, anche se l’architettura più famosa è il carcere di massima sicurezza di Princetown. In una località vicina a Tavistock, Crowndale, in passato uno dei maggiori produttori di rame, qui nacque il famoso pirata Sir Francis Drake.

 

 

Dozmary pool

Uno strano lago formato nel periodo post-glaciale che si trova a circa 17 km dal mare in Cornovaglia, l’unico lago naturale di acqua dolce della Cornovaglia. Si trova nel Bodmin Moor a circa 300 metri sul livello del mare.

La leggenda dice che questo è il famoso lago dove fu gettata la spada Excalibur che la Dama del Lago prese. Si diceva anche che il lago non avesse fondo e portasse, tramite una serie di tunnel direttamente al mare.

Bambina inglese trova la sua spada Excalibur in un lago leggendario.

La piccola Matilda Jones ha ritrovato Excalibur nel lago inglese dove la spada fu restituita alla Dama del Lago. Leggi la simpatica storia del ritrovamento.

Si chiama Matilda Jones ed è la bambina protagonista di una vera e propria favola mediatica. La sua famiglia non immaginava di certo che una tranquilla giornata al lago li avrebbe trasformati nei protagonisti di un nuovo capitolo della saga di Re Artù. Matilda ha solo 7 anni e ha avuto la fortuna di trovare la sua Excalibur sul fondo del leggendario lago Dozmary Pool, in Cornovaglia.

Daily Mail

Matilda Jones con la spada ritrovata

Secondo la leggenda la Dama del Lago donò ad Artù la sua Excalibur, la spada il cui nome significa “in grado di tagliare l’acciaio”. Dopo essere stato ferito a morte nella battaglia di Camlann, Artù ordinò al cavaliere Sir Bedivere di restituire la spada alla sua precedente proprietaria. Sembra che il cavaliere abbia assolto il suo compito gettando Excalibur nel Lago Dozmary Pool. Dopo il lancio, una misteriosa mano è fuoriuscita dalle acque del lago per portare sul fondo la spada.

Mentre faceva il bagno, Matilda si è accorta proprio di un luccichio sul fondo del lago. La bambina ha subito avvertito i genitori e il padre, Paul Jones, ha raccontato che inizialmente hanno pensato tutti a un errore. Poi Paul si è tuffato e ha recuperato la spada lunga 1,20 metri. Matilda sarà dunque la nuova proprietaria di Excalibur. E che la spada sia sua non c’è da dubitarne, dato che è alta esattamente quanto la sua nuova proprietaria. La futura regina d’Inghilterra?

 

Salisbury

Salisbury fa parte di quel suggestivo percorso turistico del sud ovest dell’Inghilterra che comprende anche Stonehenge, che dista solo 14 chilometri.  La città che ha circa 42000 abitanti, a soli 140 km da Londra è celebrata in molti antichi libri e in vecchie canzoni. Bagnata dalle acque del Nadder, del Bourne e dell’Avon, Salisbury è famosa in tutto il mondo per la sua bellissima cattedrale, la più alta del Regno Unito, costruita nel 1220. Originata da una roccaforte romana conosciuta con il nome di Old Sarum, Salisbury diventò più avanti un importante centro commerciale anche grazie alla costruzione di varie infrastrutture come il ponte sul fiume Avon e da qui l’edificazione di un importante mercato, il Market Square, nel XIII secolo.IMG_6146

Si ritiene che Old Sarum sia stato primo luogo visitato in Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore dopo la battaglia di Hastings nel 1066.

Salisbury offre numerosi monumenti da ammirare, primo tra tutti la famosa Salisbury Catheadral. La Cattedrale di Salisbury, edificata in ben 38 anni tra il 1220 e il 1266, è una chiesa perfettamente conservata in stile Gotico primitivo, con un’unica addizione nella ‘Tower’edificata inizialmente nel 1285-1290 e continuata con l’aggiunta della guglia prima del 1315 (di ben 123 metri). La cattedrale viene descritta come unica tra le cattedrali evangeliche del medioevo nel Regno Unito, fonte di forti pellegrinaggi dall’Inghilterra e dal resto d’Europa. Al suo interno, il visitatore rimane estasiato dalla grandezza e dall’imponente semplicità secolare della sua navata a ricordare la potenza di Dio, che termina nella bellissima Trinity Chapel. Nella stessa navata sul lato sud troviamo la scultorea tomba del Vescovo Joscelyn e quindi proseguendo, il reliquiario di Saint Osmund, la Tomba diWilliam Longespée Conte di Salisbury a cui si deve l’edificazione della Cattedrale stessa, le varie tombe di Sir Richard Mompesson, di Edward Seymor e di Lady Catherine Grey, mentre nella parte del transetto a nord, si ammira la maestosa statua di Sir Richard Colt Hoare.

Da non perdere altri pezzi rari della cattedrale, il suo magnifico orologio, conosciuto per essere il più antico orologio funzionante dell’Inghilterra e d’Europa, l’Altare Alto (The High Altar) nella Trinity Chapel a Est con la bellissima finestra conosciuta con il nome di Prisoner of Conscience del Gabriel Loire, l’Icona del Sudan nella cappella di St Edmund, le magnifiche decorazioni della volta nella parte nord della cappella di Audley, e altre ancora. Dall’annesso Chiostro si accede a un altro sito, splendido per la sua imponenza storica e architettonica. Si tratta della Sala Capitolare edificata tra il 1263 e il 1284, in perfetto stile gotico, ospitante un rarissimo documento, le quattro copie originali della Magna Carta del 1215.

 

La città di Kingsbridge descritta né “I pilastri della terra” è immaginaria, nonostante in Gran Bretagna esistano vari luoghi con questo nome.

Ken Follett colloca la sua Kingsbridge più o meno dove oggi sorge la cittadina di Marlborough, a nord di Salisbury e Winchester, nel sud dell’Inghilterra.

Per descrivere l’architettura della cattedrale di Kingsbridge, Ken Follett si ispira alle cattedrali di Salisbury e Wells.

 

L’opera compiuta assomiglierà strutturalmente alla cattedrale di Salisbury, con file di alte finestre dai bellissimi vetri decorati e aguzzi pinnacoli che svettano diritti verso il cielo.

Nei dintorni della Cattedrale troviamo diversi e bellissimi edifici isolati dalla cinta muraria e dalle sue antiche porte. La parte all’interno delle mura viene denominata ‘The Close’e qui si trovano il Museo di Salisbury & South Wiltshire annoverato tra i monumenti storici dell’Inghilterra (Grade 1) e conosciuto a livello internazionale, il quale ospita importanti collezioni archeologiche (tra cui alcuni reperti provenienti dalla vicina Stonehenge e Old Sarum roccaforte romana da cui ha preso origine Salisbury, anche detta per questo New Sarum), opere d’arte di notevole bellezza e documenti di storia locale. Nell’interessante Galleria dei Costumi (Costume Gallery) troviamo una ricca collezione di costumi e tessili della zona. Il Museo del Reggimento Reale del Duca di Edinburgo (Museum of the Duke of Edinburgh’s Royal Regiment) edificato in onore delle famose Giubbe Rosse. Si ammirano inoltre gli splendidi palazzi d’epoca, come la Mompesson House e la Malmesbury House, il College of Matrons e il Palazzo Vescovile.

Salisbury conosciuta nel mondo intero per la sua Cattedrale offre altri importanti monumenti storici al visitatore, tra questi ricordiamo il Guildhall, il municipio settecentesco, i palazzi d’epoca medievale di Port e Russel, la Chiesa di St. Thomas’s del XV secolo che ospita il bellissimo dipinto del Giudizio Universale, del XV secolo, il famoso edificio conosciuto con il nome di The Old George Mall, la bella libreria d’antiquariato chiamata The Beach’s Bookshop situata in una casa del XIV secolo, il Mitre Corner del XV secolo, l’antico King’s Arms Hotel, il Red Lion Hotel e il Trinity Ospital, fondato nel 1379.

 

Nel vecchissimo pub The Haunch of Venison fino a non molto tempo fa si trovava la mano mummificata di un baro che era stato scoperto (è stata rubata di recente). Nello stesso pub Winston Churchill e Dwight Eisenhower si incontrarono in una piccola stanzetta sul retro mentre pianificavano lo sbarco in Normandia.

 

 

 

 

Winchester

Nella Contea dell’Hampshire, a sud-ovest rispetto a Londra, sorge Winchester, cittadina di circa 40.000 abitanti fondata dagli antichi romani. Il periodo di massimo splendore di Winchester fu senza dubbio l’età medievale, intorno all’anno mille, quando fu la capitale del regno di Wessex e venne scelta per ospitare le cerimonie di incoronazione dei re. Nonostante gli antichi fasti siano superati, ne rimane un vivo ricordo grazie alle numerose testimonianze storiche che accolgono il visitatore, pronte a lasciarlo a bocca aperta e a gettarlo in un vero e proprio viaggio nel passato.

Un vero e proprio capolavoro architettonico, ineguagliata o quasi nell’intera Gran Bretagna, è la maestosa Winchester Cathedral, edificata in più riprese e realizzata in impeccabile ed elegante stile gotico-normanno.  Iniziata nel lontano 1079, la Cattedrale porta i segni del passaggio Normanno specialmente nella cripta e nel transetto, mentre la grande navata venne ristrutturata nel XIV secolo, diventando la più lunga navata di Cattedrale in stile gotico. Oltre alle numerose opere d’arte, gelosamente custodite da questo imponente scrigno millenario, la chiesa comprende all’interno un’importante biblioteca, visitabile insieme al resto dell’edificio ogni giorno dell’anno, dalle 8.30 del mattino alle 6 del pomeriggio, mentre le visite guidate sono dal lunedì al sabato e si svolgono dalle 10 alle 15. La visita guidata è compresa nel prezzo del biglietto d’ingresso, che costa 5 pounds per gli adulti, 4 pounds per gli studenti, ed è gratuito per i ragazzini al di sotto dei 16 anni.

Dal lunedì al venerdì, fatta eccezione per il mercoledì e i periodi delle vacanze scolastiche, il coro della cattedrale può essere ascoltato intorno alle 17.30. Un’altra affascinante attrattiva è il Great Hall, ovvero ciò che rimane del leggendario castello fatto erigere da Guglielmo il Conquistatore e che oggi ospita la celebre e ambitissima Tavola Rotonda di Re Artù (almeno così dicono). Situato in cima all’High Street e mantenuto in buono stato dall’Hampshire County Council, il castello è stato in passato uno dei più imponenti dell’Inghilterra e oggi è sicuramente il più bello che sia sopravvissuto al logorio dei secoli.

Il maniero è visitabile ogni giorno dell’anno dalle 10 alle 17, tranne nel giorno di Natale e del Boxing Day, e su richiesta è possibile usufruire di una visita guidata. La storia ricca e appassionante di Winchester viene ripercorsa nel City Museum, un museo che riporta in vita la città dall’epoca romana sino al regno di Re Alfredo, che la scelse come sede del potere, e ancora proseguendo fino al periodo Anglo-Sassone e Normanno, per terminare con la graziosa cittadina che Winchester era già divenuta nel XVIII secolo.

Gli amanti della scienza e della tecnologia non potranno farsi scappare l’Intech Science Centre, un centro scientifico con ben 90 diverse attrazioni esposte e attività dedicate a tutta la famiglia. Oltre ad assistere agli esperimenti scientifici e a rimanere stupiti di fronte a qualche miracolo della tecnica, qui ci si può rilassare nell’area picnic o dei negozi, o si possono organizzare feste e varie attività ricreative. All’interno del centro, nel marzo del 2008 è stato aperto il più grande Planetario del Regno Unito, visitabile unitamente al resto delle esposizioni pagando un biglietto di 2 pounds.

 

Da vedere poi è il St.Cross Hospital, tra le prime istituzioni di carità del paese che ancora oggi, come in passato, offre cure e ospitalità ai più bisognosi. La bellissima costruzione, incastonata nel verde di un sereno scenario degno di un dipinto, comprende edifici del 1132, una sala medievale, una torre del XV secolo e un chiostro risalente all’età dei Tudor.

Tra i festival e gli eventi a cui Winchester fa da sfondo ricordiamo il May Fest, quattro giorni pulsanti di musica, canti e balli nelle strade e nei locali. Il festival si svolge verso la metà del mese di maggio ed ha ospitato, di anno in anno, ospiti sempre più famosi e importanti. La maggior parte dei concerti è gratuita e diverse esibizioni si svolgono nella Guildhall, nelle Lawrence’s Church, nella High Street o nella piazza. L’Art and Mind Festival si svolge a metà giugno e dura un paio di giorni, durante i quali si sperimentano i più bizzarri rapporti tra le varie forme d’arte, lasciando ampio spazio alla fantasia e alla creatività, scegliendo di anno in anno un tema diverso e sempre più stimolante.

In luglio si tengono il Winchester Hat Fair, che dura tre giorni e consiste in una variegata e colorita rassegna di esibizioni di artisti di strada, e il Winchester Festival, che celebra la bellezza di teatro, letteratura, pittura e musica in dieci giorni di festa e spettacoli.

 

 

Cosa mangiare e bere

La Cornovaglia propone un’ottima cucina, con prodotti freschi e locali. Si passa dal pesce fresco, che viene pescato proprio in queste acque, alla carne allevata fra le vaste vallate. Non perdetevi i tortini Stargazy che sono ripieni di pesce, originari della cittadina di Mousehole.

Il Cornish Pasty

E’ considerato un piatto unico molto sostanzioso e diffuso come street food un po’ ovunque in Inghilterra. Tuttavia il fagottino ripieno di carne, cipolle e patate è molto più che semplice cibo da strada, è in grado di raccontare la storia e il vissuto di un’intera comunità.

Cornish Pasty

Considerato il piatto maggiormente rappresentativo della Cornovaglia, il Cornish Pasty è un fagottino di pasta frolla salata, di sfoglia o di pane a forma di mezzaluna e riempito con carne, patate, cipolle e rutabaga o navone, più conosciuta come rapa svedese perché diffusa nel nord Europa. Una volta chiuso, viene condito con sale e pepe prima di essere cotto in forno.

Vagamente simile alle plaziche rumene e austriache, il cornish pasty ricorda anche le panadas sarde e – secondo alcuni – potrebbe derivare dalla palacinta, un tipico alimento dei legionari romani.

Cornish Pasty, storia e ricetta

Il nome cornish pasty è stato utilizzato per la prima volta nel 1860 ma le sue origini sono molto più antiche nonostante le informazioni in tal senso siano poche e incerte.

Nel 2006, un ricercatore del Devon ha scoperto la prima ricetta codificata risalente al 1510, in cui era calcolato il costo di un pasticcio di selvaggina; ciò ha fatto presumere che la prima data precisa sul cornish pastry fosse questa e non il 1746 come si riteneva fino a quel momento.

In realtà i pasties sono menzionati nei libri di cucina tradizionale di varie epoche e non solo in essi. Le prime ricette pare risalgano al 1300 ma riferimenti importanti si trovano già in una carta risalente al XIII secolo, rilasciata da Enrico III alla città di Great Yarmouth. In essa si legge come la città fosse tenuta a inviare annualmente al sovrano, per il tramite del signore del castello di East Carlton, 100 aringhe cotte e posizionate all’interno di 24 pasticci. È inoltre documentato che, nel 1465, circa 5500 pasticci di cervo furono serviti a una grande festa organizzata in onore di George Neville, arcivescovo di York e cancelliere d’Inghilterra.

Di certo c’è che inizialmente i pasties venivano serviti nelle mense dei reali e consumati unicamente dalla nobiltà. A questo riguardo disponiamo della testimonianza di un panettiere che, in una lettera degli inizi del 1500 destinata a Jane Seymour – terza moglie di Enrico VIII – si dice speranzoso che il pasticcio inviato a corte sia giunto intatto a differenza di quanto accaduto in precedenza.

Dalle mense reali alla merenda dei minatori

Solo in seguito, tra il XVII e XVIII secolo, i pasties divennero popolari anche presso le classi meno abbienti e soprattutto tra i minatori che nel 1800 affollavano le miniere di rame e di stagno della contea. Essi, infatti, li adottarono come cibo quotidiano perchè costituivano un pasto semplice e completo allo stesso tempo, facile da trasportare e da mangiare con le mani, in grado di garantire il giusto apporto di proteine, verdure e carboidrati, utile a supportare un lavoro faticoso. Posizionando poi il pasticcio sulla pala posta a sua volta sopra una candela, lo si poteva scaldare agevolmente.

Le mogli dei minatori erano solite farcirli generosamente con un ripieno di carne da una parte e di fragole dall’altra, in modo da avere il dolce e il salato nello stesso pasto. Quando erano ancora in uso i forni comuni, ogni pasty veniva inciso con le iniziali del minatore cui era destinato, per evitare confusione nel momento in cui venivano sfornati e, soprattutto, litigi tra gli uomini all’ora di pranzo.

 

 

Tanti ripieni dolci e salati

Il termine pasty, in realtà, è da considerarsi il nome generico riferito a una tipologia di pietanza. I ripieni, infatti, possono variare e, se oggi vengono generalmente riempiti con patate, cipolle, verdure di stagione e carne di manzo a cui alcuni aggiungono una noce di burro, le prime ricette includono carne di cervo e vitello, oltre al manzo.

Solo tra il XVII e XVIII secolo si diffonderà una versione più simile a quelle in uso oggi con un ripieno di maiale e mele, pollo tikka oppure di sole verdure così da accontentare anche i vegetariani. Non mancano neppure le versioni dolci con mele e fichi o banana e cioccolato, molto comuni in alcune aree della Cornovaglia.

Versione dolce del Cornish Pasty

Un fagotto goloso da chiudere con cura

Chiuderli bene per non far uscire il ripieno è sempre stata considerata un’operazione particolarmente importante. Soprattutto nel passato la perizia nel racchiudere gli ingredienti all’interno del fagottino di pasta e l’accurata sigillatura di essa, derivavano dalla necessità di garantire ai propri compagni un pasto caldo in grado di rendere meno aspre le lunghe ore trascorse sottoterra.

 

Una bontà tra tradizione e superstizione

Come spesso accade, non mancano superstizioni e credenze anche intorno all’umile pasto dei minatori, tramandate attraverso i secoli e accettate alla fine come rituali.

Tra queste si racconta che il Diavolo non avrebbe mai attraversato il fiume Tamar in Cornovaglia per paura di diventare parte del ripieno di un Pasty dopo che gli era giunta voce dell’inclinazione delle donne della Cornovaglia a trasformare qualsiasi cosa in un gustoso ripieno per i fagottini di carne.

È poi diffusa una seconda leggenda, di cui però esistono due versioni, e riguarderebbe l’abitudine dei minatori a gettar via l’ultimo boccone del Pasty. La prima versione racconta che essi lanciassero l’ultimo boccone agli Knockers, gli spiriti delle miniere, così da calmare le loro ire ed evitare il loro sopraggiungere. Si credeva che questi causassero il caos e la sfortuna a meno che non fossero corrotti con piccole quantità di cibo. Per lungo tempo si ritenne che le iniziali incise sui pasticci facessero in modo che i Knockers potessero distinguere coloro che lasciavano ad essi un pezzetto del fagottino da quelli che, invece, non lo facevano.

La seconda versione della leggenda, verosimilmente la più concreta, invece, vuole che l’ultimo boccone di Pasty non fosse mangiato dai minatori per proteggersi dall’arsenico, un potente veleno presente nelle miniere. I minatori erano soliti consumare il loro pasto con le mani sporche e, proprio per questo motivo fosse loro consuetudine tenere il fagottino dai bordi, gettando l’ultimo pezzetto, l’unico che era entrato in contatto con le mani, così da evitare la contaminazione da arsenico.

L’economia della Cornovaglia ha ruotato per lungo tempo intorno alle miniere di rame e stagno. Nella seconda metà del XIX secolo, tuttavia, l’attività estrattiva entrò in crisi e molti minatori si videro costretti a emigrare, portando con sé oltre alle loro conoscenze e al loro saper fare anche la ricetta dei Pasties che presero perciò a diffondersi anche in altre regioni del pianeta. Oggi, infatti, essi sono diffusi in Australia, Stati Uniti, Argentina e Messico.

Un pasticcio tutelato a livello europeo con l’IGP

The Cornish Pasty Association l’associazione che tutela il famoso fagottino, nell’agosto del 2003 ha ottenuto lo status di protezione europea (IGP) per il Cornish Pasty, il che significa che solo i pasticci fatti in Cornovaglia, secondo una ricetta e modi tradizionali, possono essere definiti legalmente pasticci della Cornovaglia.

Come tutti i prodotti protetti, affinché esso possa essere venduto con il nome Cornish Pasty, oltre a dover essere prodotto unicamente in Cornovaglia, deve rispettare alcune norme precise. Secondo l’IGP, in particolare, un Cornish Pasty deve avere le seguenti caratteristiche:

  • la forma a D, arricciato da una parte e non in cima;
  • Includere tra gli ingredienti manzo crudo, rape o patate, cipolle tagliate a cubetti e una leggera spolverata di sale e pepe a condirlo;
  • La sfoglia deve essere dorata e mantenere la sua forma anche una volta che il pasticcio è stato cotto ed è stato fatto raffreddare.

Il tipo di pasta, invece, non è definito e se oggi si usa indifferentemente la briseè, la sfoglia o la pasta di pane, in origine sappiamo con certezza che si utilizzava un impasto composto da farina di orzo, ideale per garantire una maggiore consistenza.

Ricetta dei Cornish Pasty (per 4 persone)

Cornish Pasty appena sfornati

Ingredienti per la pasta

  • 500 gr di farina
  • 125 gr di burro
  • 125 gr di strutto
  • 2 cucchiaini di sale
  • latte qb
  • 1 uovo per spennellare i Pasties prima della cottura

In alternativa, potrete anche scegliere di acquistare un rotolo di pasta briseè già pronta all’uso. In questo caso dovrete semplicemente preoccuparvi di ricavare 4 dischi con un diametro di circa 10 o 15 cm oppure 8 dischi dal diametro inferiore.

Ingredienti per il ripieno

  • 500 gr di carne di manzo a cubetti
  • 200 gr di patate e/o 200 gr di patate o 1 rutabaga
  • 1 cipolla tritata non troppo finemente
  • 250 ml di brodo di carne
  • 2 cucchiai da minestra di olio d’oliva
  • sale e pepe qb
  • erbe miste: salvia, timo e rosmarino, qb (facoltativo)
  • 1 cucchiaio da minestra di Worcestershire Sauce (facoltativo)

Procedimento

  • In un ampio tegame rosolare con l’olio di oliva la cipolla tritata e lasciar cuocere per 5 o 6 minuti.
  • Aggiungere la carne tagliata a cubetti, insaporirla con sale e pepe, unirvi il brodo e, eventualmente, la Worcestershire Sauce e il trito di erbe aromatiche.
  • Nel frattempo scottare in acqua salata le patate e sgocciolarle con l’uso di una schiumarola. Se utilizzate anche le rape o la rutabaga, tuffarle nella medesima acqua di cottura delle patate e sbianchite qualche minuto.
  • Unire le verdure a tocchetti al composto di carne e cuocere fino alla riduzione completa del brodo. Spegnere il fuoco e lasciar riposare il pasticcio di carne e verdure.
  • Intanto, a mano o utilizzando un mixer o una planetaria, mescolare la farina al sale, unire il burro e lo strutto e a filo aggiungere anche il latte.
  • Lavorate il composto fino a ottenere un impasto che si stacchi dal contenitore usato.
  • Dividere l’impasto in 8 porzioni o in 4 (se vorrete realizzare dei fagottini più grandi) e, con l’uso di un mattarello, stendete la pasta così da ricavare dei dischi che andrete a farcire con il pasticcio di carne e verdure, cotto precedentemente.
  • Chiudete ciascun disco così da formare un fagottino a forma di mezzaluna, sigillarne i bordi pizzicando il lato aperto o chiudete il Pasty con la tecnica a “spighetta”.
  • Spennellate con l’uovo sbattuto e lasciate riposare in frigorifero per circa 30 minuti.
  • Cuocere in forno preriscaldato a 200° per circa 20 minuti, successivamente abbassate la temperatura a 180° e proseguite la cottura per altri 20 minuti. Sfornare appena la superficie dei Pasties sarà dorata.
  • I Pasties si mangiano caldi o freddi. Naturalmente appena usciti dal forno sono una vera delizia.

Il Cornish cream Tea

Devon e Cornovaglia si contendono la paternità di una specialità golosa e particolare, il cream tea. Vi spiego di che cosa si tratta e come gustarlo.

In effetti, se non si ha idea di che cosa sia il cream tea, è facile immaginare che si tratti di tè a cui si è aggiunta della panna. Se poi si ricorda che è una tipica specialità inglese, il gioco è fatto: tutti sanno che oltremanica si suole offrire il tè con il latte. Ebbene, se anche voi avete pensato a qualcosa di simile, siete fuori strada. Il tè c’è, ma se ne sta garbatamente per i fatti suoi.

Il cream tea è  più che altro un’usanza culinaria pomeridiana, molto in voga in Cornovaglia e nel Devon, benché anche a Londra lo si possa ordinare senza troppe difficoltà. Oltre all’immancabile tazza di tè, vi verrà servito uno scone con, a parte, marmellata di fragole e clotted cream. Quest’ultima, tradotta alla lettera, sarebbe della panna rappresa. Per consistenza, aspetto e sapore si avvicina molto al nostro mascarpone. Se invece non avete mai avuto il piacere di assaggiare uno scone, ricordatevi di provarne uno la prossima volta che visitate la Gran Bretagna (ma anche in Irlanda si trovano). Per motivi a me ignoti, gran parte dei dizionari rendono la parola con “focaccina” oppure con “pasticcino”. Sinceramente lo scone non si avvicina né all’una né all’altro. E’ una sorta di panino piuttosto secco e friabile, alto almeno tre dita, dal sapore non particolarmente definito e guarnito di uvetta. Lo si mangia anche da solo, più che altro per raggiungere un senso di sazietà, visto che sa di poco. La poca personalità dello scone si sposa a meraviglia con gli altri due ingredienti, decisamente più interessanti dal punto di vista del gusto, del cream tea. Insomma: anche l’umile scone riesce a farsi apprezzare.

Una volta ottenuti scone, clotted cream e marmellata, bisogna armarsi di coltello, tagliare lo scone a metà nel senso della larghezza (come per preparare un panino) e poi spalmare gli altri due ingredienti. Qui, però, inizia il vero dilemma: i puristi del Devon sostengono che prima si debba mettere uno strato di marmellata e poi la panna, mentre in Cornovaglia si giura che è tutto il contrario, cioè prima la panna e poi la marmellata. Dal punto di vista del risultato finale non cambia molto, quanto a praticità credo che il metodo proposto nel Devon sia un tantino più pratico. D’altra parte, la foto che vi presento è stata scattata in Cornovaglia, ma con tutta evidenza la signora che ci ha servito il cream tea doveva essere del Devon!

Eseguita l’operazione di cui sopra, finalmente non resta che versare il tè, sistemarsi comodamente sulla seggiola e sorseggiare la prelibata bevanda gustando anche lo scone così guarnito. Ogni ospite riceve uno scone, cioè due metà, e vi assicuro che è più che abbastanza.

Se vi state chiedendo qual è l’origine di questa merenda, ebbene nessuno lo sa! Infatti, a Tavistock (Devon) si ricorda con orgoglio che già nell’XI secolo i monaci della locale abbazia solevano mangiare pane, panna e marmellata. Non mi sembra che questi benedettini fossero particolarmente originali perché credo che a nessuno di noi verrebbe mai in mente di indagare dove e quando sia nata quella leccornia che è pane, burro e marmellata. Vero è, d’altro canto, che l’abbazia di Tavistock aveva numerosi possedimenti in Cornovaglia e questo spiegherebbe la ragione per la quale il cream tea è particolarmente diffuso nelle due regioni. La locuzione “cream tea“, invece, è assai più recente perché la si trova citata in alcuni romanzi solo a partire dal XX secolo. Forse, semplicemente, un’antica tradizione tornò di moda per una qualche ragione… i corsi e i ricorsi storici ci sono anche in cucina!

 

In ogni caso, un viaggio in Cornovaglia (ma anche nel Devon) non può concludersi senza una pausa pomeridiana a base di cream tea. Anche perché, anche quando il tempo è uggioso, i colori decisi e il gusto dolce e delicato di questa merenda sono capaci di mettere chiunque di buon umore.

La Birra Inglese

Beh, il primo pensiero va all’immagine del “Pub”, la “public house”, dove gli anglosassoni si ritrovano per socializzare, conoscere, acculturarsi e ovviamente consumare cibo e bevande.. una su tutte la birra.

In inglese si usa la parola “bier” per tradurre il concetto generico, ma poi ci si affida molto agli stili di birra per definire e riconoscere il prodotto principe di tutti i pubs.

Quella che più viene usata in vari stili è la Ale. Con questa parola si indica un tipo di birra ad alta fermentazione. A differenza di altre tradizioni brassicole europee, è il prodotto più tipico e riconosciuto nel Regno Unito, insomma la birra di casa.

In Gran Bretagna e in Irlanda si usa consumare di più la birra in fusti (cask), piuttosto che in bottiglia. In questo modo, con la presenza di lieviti vivi nel prodotto, la birra continua a maturare nelle cantine dei pubs, fino al momento di essere consumata.

La Birra Inglese ha una tradizione importante, molto diversa dagli altri paesi. Circa quaranta anni fa, fu fondato il “CAMRA”, Campaign for Real Ale, un’associazione di consumatori che voleva tutelare la qualità della birra tradizionale inglese, a dispetto della nascita e sempre più forte distribuzione di birre commerciali e poco piacevoli da parte dell’industria. Oggi il Camra conta più di 120 mila iscritti e ha ottenuto leggi a beneficio delle piccole birrerie tradizionali che riconoscono le birre di qualità come “Real Ale”, birre vere e ne favoriscono la conoscenza e lo sviluppo.Raven Ale

Tipicamente, le birre inglesi (quelle “real”) si bevono a temperature più alte di quelle usate per le birre a bassa fermentazione, per comprenderne a pieno gusto e personalità. Il metodo di spillatura “a pompa”, cioè che inserisce aria dentro al fusto, aiuta ad alleggerire il sapore spesso intenso e a renderle “vive”.

Gli stili delle birre anglosassoni sono ormai famosi nel mondo e rappresentano di solito le varie regioni di produzione, nonché il carattere e la personalità di coloro che le producono.

In Inghilterra, punto di partenza, per la tradizione brassicola anglo-sassone, abbiamo la più grande varietà di stili e tendenze. Questo dovuto anche al fatto che gli ambienti di produzione e le possibilità di materie prime variavano molto di regione in regione. Gli stili più riconosciuti anche oggi sono parole molto usuali per chi almeno una volta ha visitato un pub inglese: Pale Ale, Bitter, Lager, Porter, Ipa.

Con Pale Ale si intende una birra “pallida” ad alta fermentazione, insomma la birra chiara, prodotta con la tradizione inglese, di solito di grado alcolico contenuto e molto equilibrata e rotonda.

Con Bitter e con tutte le sue varianti (XB – Extra Bitter, Special Bitter ecc.) si intende invece una birra dove i luppoli hanno prevalenza di gusto e rendono la birra amarognola e leggermente secca.

Con IPA – India Pale Ale si intendono quelle birre, adesso molto di moda, che erano una volta prodotte per le Indie, le colonie più lontane dell’impero britannico, che venivano volutamente rese leggermente più alcoliche e amare, per la perdita di gusto e freschezza che causava il trasporto verso le colonie.

Con Porter si intendono invece le birre scure, cremose e intense, precursori dello stile Stout, più tipico dell’Irlanda.

Con Lager invece si intendono quelle birre, prodotte con bassa fermentazione, più vicine alla tradizione germanica e sicuramente prodotte all’inizio per soddisfare un pubblico più estero che anglosassone.

Tradizione simile ma con le dovute differenze si hanno in Irlanda, regno della birra Stout. Questa birra particolare nasce da una versione più forte (stout) della Porter inglese. Una su tutte quella prodotta da Arthur Guinness a Dublino, famosa in tutto il mondo. Si producono anche ottime Ales, caratterizzate da una estrema morbidezza e rotondità, dovute al fatto che non si utilizzano luppoli nella loro produzione. Una novità nel panorama irlandese, è la Irish Red Ale, una ale dai malti affumicati più di carattere.

In Scozia invece, per tradizione (e penso per necessità di temperatura esterna!) si producono birre più strutturate e corpose. La Scotch Ale, originariamente “strong ale” è una birra tipicamente corposa, abbastanza alcolica e carica di sapori, inventata e riproposta da John Martin, mastro birraio scozzese, trasferitosi in Belgio. Grazie alle attività del Camra recentemente si vengono a scoprire altri stili più vecchi e tradizionali.

Lo stile “Barley Wine”, che da un tipo di birra molto forte, di solito quasi sciropposa e poco beverina, piuttosto luppolata, con un finale dolce e maltato; lo stile “Mild Ale”, che da una birra scura, molto beverina, delicata e saporita nonostante la gradazione leggera; lo stile “Olde Ale”, che da una birra ambrata o scura, dolciastra, ma di forte gradazione.

Grazie dell’attenzione

Luca

Insomma, un mondo tutto da scoprire e da assaggiare…! In ogni pub la troverete diversa…..

 

 

 

 

 

 

 

 

a Monica

Non sempre le nuvole offuscano il cielo: a volte lo illuminano

Sei la voglia di vivere


Bath

La leggenda fa risalire la fondazione di Bath a un certo re di stirpe celtica chiamato Bladud, padre dello shakespeariano re Lear, guarito dalla lebbra dopo un bagno nelle paludi fangose della zona, ma solo nel I secolo d.C. la città, la Aquae Salis romana, divenne una rinomata stazione termale. L’acqua sgorga da una riserva sotterranea naturale a una temperatura di 47°C. Sopra una delle tre sorgenti termali di Bath, tra il I e il V secolo d.C. i Romani edificarono un complesso termale, costituito da un bagno e un tempio dedicato a Sulis, dea celtica identificata dai colonizzatori come Minerva. Gli scavi cominciati a fine ‘800 hanno portato alla luce rilevanti resti dell’imponente struttura e di elementi decorativi, che oggi formano il Roman Baths Museum.

Gli ambienti più interessanti del museo sono il Great Bath (grande bagno) e il King’s Bath (bagno del re). Annesso al Roman Baths Museum è la Pump Room, un elegante ristorante sorto nel ‘700, che alle pareti espone i ritratti dei personaggi più in vista dell’epoca. Quando i Romani lasciarono la Gran Bretagna, le terme vennero abbandonate. La città, come il resto dell’area, venne conquistata dai Sassoni nel 577, che tra l’altro sul luogo dell’attuale abbazia costruirono il primo edificio religioso. Nel Medioevo la località divenne un importante centro manifatturiero della lana, circondato da mura. Nel XVIII secolo tuttavia si decise di tornare alla ricchezza delle acque e di sfruttare economicamente le loro qualità terapeutiche. Da quel momento in poi venne edificata la splendida città tuttora visibile. In epoca vittoriana, quando si impose la moda della vacanza termale, Bath divenne anche famosa per il gioco d’azzardo e la bella vita. Molti degli edifici più belli della città risalgono proprio al ‘700 georgiano.

 

Architettura

La città è attraversata dal fiume Avon che scorre a circa 15 metri al di sotto del livello stradale. La costruzione dell’attuale centro storico avvenne nel XVIII secolo, in stile Georgiano, per soddisfare il crescente bisogno di benessere e comfort da parte dei visitatori delle terme. Alcuni importanti edifici si trovano raccolti in un breve spazio, in particolare le terme romane, l’Abbazia e Guildhall. L’Abbazia era originariamente una cattedrale normanna che venne poi ricostruita in stile gotico nel secolo XVII. Ulteriori lavori di ristrutturazione vennero poi fatti all’interno nel XIX secolo. L’Abbazia si trova sulla stessa piazza dove sono ubicate le Terme Romane e la Guildhall, ovvero il Municipio della città. La città di Bath è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Altro aspetto caratteristico di Bath è il Royal Crescent con il vicino Circus, ideati da John Wood il Vecchio del suo progettista di dare un aspetto neo-classico e palladiano alla città di Bath e realizzati da John Wood il Giovane tra il 1754 ed il 1774. Essi rappresentano il suo sogno visionario

 

Bath visse quindi una nuova età dell’oro: gli architetti Wood (padre e figlio) progettarono i palazzi a semicerchio e su terrazze che conferiscono alla località il suo inconfondibile volto, il dottor William Oliver (che ha dato il nome al biscotto Bath Oliver, specialità gastronomica locale) fondano l’ospedale, il Bath General Hospital per assistere i poveri, il giocatore d’azzardo Richard Beau Nash detta le regole della moda per tutto il secolo la città rappresentò il centro di villeggiatura più mondano ed elegante dell’aristocrazia inglese.

Tuttavia anche queste mode finiscono e verso la metà del XIX secolo le terme di Bath decadono nuovamente. Pensate che nel 1978 un decreto del sistema sanitario nazionale britannico poneva fine a Bath come città termale. Questa decisione, a prima vista incomprensibile, fu presa in parte per via degli alti costi di manutenzione degli impianti, in parte per dei dubbi sulla purezza delle acque. Veniva meno la stessa ragion d’essere della città. Per fortuna dal 2003 un nuovo complesso termale, disegnato da Nicholas Grimshaw, in pieno centro storico, con il restauro a regola d’arte degli edifici esistenti. Bath è ritornata a essere la città termale, bellissima, che è sempre stata.

Jane Austen

Fu in questo contesto che la grande scrittrice inglese Jane Austen scrisse due dei suoi romanzi più belli L’Abbazia di Northanger e Persuasione, che hanno lasciato un vivido ritratto della vita sociale di Bath all’inizio del XIX secolo. In questo contesto le famiglie della piccola aristocrazia inglese con figlie in età da marito lasciavano le proprie residenze sparse nella campagna inglese e si trasferivano in appartamenti in affitto nei quartieri più alla moda della città, praticando in bagni termali, stringendo relazioni, combinando matrimoni. Jane Austen soggiornò a Bath dal 1801 al 1806, diventando l’icona letteraria del luogo. Al numero 40 di Gay Street, si trova il Jane Austern Centre che ricrea l’atmosfera dell’epoca della celebre scrittrice, che per qualche mese abitò al numero 25 della stessa via. Furono moltissimi (e ancora lo sono) i personaggi illustri, che visitarono o vissero in questa città termale, compresi molti regnanti europei e non solo. Quasi ogni edificio del centro storico li ricorda con targhe sulle facciate.

 

L’abbazia di Bath

(Chiesa abbaziale di San Pietro e San Paolo) in inglese The Abbey Church of Saint Peter and Saint Paul, Bath o semplicemente Bath Abbey) fu anticamente monastero benedettino della città di Bath, nel Somerset (Inghilterra).

Fondata nel VII secolo e riorganizzata nel X secolo, la chiesa fu ricostruita nel XII e XVI secolo ed è uno dei maggiori esempi di gotico perpendicolare della West Country.

La chiesa, con pianta a croce latina, può contenere circa 1200 persone e viene usata, oltre che per cerimonie religiose, per cerimonie civili, concerti e letture.

 

Le terme romane di Bath furono costruite ai tempi dell’imperatore Vespasiano, nel 75 d.C., nella città allora chiamata Aquae Sulis. Pare infatti che in questa zona, fin dal 10000 a.C., dal sottosuolo fuoriuscisse acqua calda termale come oggi. Erano conosciute in tutto l’Impero Romano e frequentate da gente di ogni classe sociale. Il complesso comprendeva anche un tempio dedicato all’antica dea celtica dell’acqua e alla dea romana Minerva. Nel 410, con l’abbandono della Britannia da parte delle legioni romane, le terme vennero abbandonate e l’Inghilterra fu invasa dai Sassoni, che conquistarono la città nel 577. La struttura cadde in sfacelo e si allagò. Per arginare l’acqua si mise del pietrisco negli ambienti, che con l’acqua si trasformò in fango nerastro che sommerse le terme.

L’acqua che alimenta le terme di Bath cade dapprima sotto forma di pioggia sulle vicine Mendip Hills. Grazie ad una serie di cunicoli sotterranei, l’acqua percola fino a una profondità compresa tra i 2,700 e i 4,300 metri, dove viene raggiunta una temperatura fra i 69 e i 96 C a causa dell’energia geotermale. L’acqua così immessa si riscalda e attraverso fenditure e porosità naturali riemerge in superficie. Questo processo ricorda molto da vicino quello artificiale dei sistemi geotermici migliorati, che pure sfrutta le succitate proprietà dell’acqua, ma per incrementare la produzione di energia elettrica. Le terme di Bath, quindi, captano 117.000 litri di acqua calda ogni giorno, che sgorga dal suolo a una temperatura di 46 C.

 

Il ponte Pulteney (in inglese: Pulteney Bridge) attraversa il fiume Avon a Bath (Inghilterra). Fu completato nel 1774 e congiunge la città con la più recente cittadina di Bathwick costruita in stile georgiano. Realizzata da Robert Adam in stile Palladiano, è una struttura eccezionale avendo negozi realizzati su entrambi i lati.

Nei primi 20 anni dalla sua costruzione, le modifiche e gli ampliamenti dei negozi furono tali da modificare le facciate. Alla fine del XVIII° secolo fu danneggiato dalle inondazioni, ma venne ricostruito con uno stile simile. Nel corso del secolo successivo vi furono ulteriori modifiche dei negozi che hanno comportato la realizzazione di estensioni a sbalzo nei lati nord e sud del ponte. Nel XX° secolo sono stati effettuati diversi interventi per preservare il ponte e restituirlo parzialmente al suo aspetto originario, migliorando il suo aspetto come attrazione turistica.

Il ponte è lungo 45 metri e largo 18 metri ed è uno dei quattro ponti esistenti al mondo ad avere negozi in tutto il suo pieno arco su entrambi i lati.

Anche se vi sono stati dei progetti di pedonalizzazione, il ponte è ancora usato da autobus e taxi. La parte più fotografata del ponte è quella in cui si scorge la briglia vicina al centro della città, che è un sito patrimonio dell’umanità principalmente per la sua architettura georgiana.

La struttura è stata progettata da Robert Adam: i suoi disegni originali sono conservati nel Sir John Soane’s Museum a Londra.

Il ponte prende il nome da Frances Pulteney, moglie di William Johnstone, ricco avvocato scozzese e membro del Parlamento. Frances era la terza figlia del deputato e funzionario governativo Daniel Pulteney (1684–1731) e prima cugina di William Pulteney, conte di Bath, da cui ereditò numerosi possedimenti a Somerset nel 1764. Ereditò inoltre anche le fortune del fratello più giovane nel 1767, tanto che la famiglia Johnstones cambiò il proprio cognome in Pulteney. La tenuta di campagna di Bathwick, ereditata da Frances e William nel 1767, si trovava di là dal fiume e poteva essere raggiunta solo con un traghetto. William pianificò di realizzare una nuova città, che sarebbe diventata un sobborgo della storica città di Bath, ma prima aveva bisogno di un migliore attraversamento del fiume. L’opera dei Pulteneys è ricordata dalla toponomastica locale: Great Pulteney Street a Bathwick, Henrietta Street e Laura Place, intitolate in ricordo della loro figlia Henrietta Laura Johnstone.

I progetti iniziali per il ponte furono elaborati da Thomas Paty, che stimò un costo di costruzione di 4.569 sterline, senza comprendere i negozi. Una seconda stima di £ 2.389 fu offerta dai costruttori locali John Lowther e Richard Reed e comprendeva la realizzazione di due negozi a ciascuna estremità del ponte, ma il lavoro non iniziò prima dell’inverno in quanto il tempo rese impossibile la costruzione dei pilastri. Nel 1770 i fratelli Robert e James Adam, che stavano lavorando sui progetti per la nuova città di Bathwick, adattarono il progetto originale di Paty. Robert Adam progettò una struttura elegante fiancheggiata da negozi, simile al Ponte Vecchio e al Ponte di Rialto che probabilmente vide durante la sua visita in Italia, rispettivamente a Firenze e Venezia. Il pregetto di Adam si ispira infatti strettamente al progetto abortito di Andrea Palladio per il ponte di Rialto. Il progetto modificato allargava quindi il ponte fino ai 15 metri, rispetto ai 9,1 metri di Paty, superando le obiezioni del consiglio comunale che riteneva il ponte troppo stretto.

La costruzione iniziò nel 1770 e fu completata nel 1774 per un costo di £11.000.

Il Royal Crescent è un importante complesso residenziale, composto da 30 unità abitative a schiera disposte secondo una mezzaluna (in lingua inglese: crescent).

Esso fu ideato e progettato da John Wood il Giovane e costruito fra il 1767 e il 1774. È il più importante esempio di architettura georgiana che si può incontrare nel Regno Unito. Insieme a suo padre, John Wood il Vecchio, John Wood il Giovane si interessava di occulto e di simboli massonici; forse la creazione del Royal Crescent e del vicino Circus di Bath (in origine chiamato “King’s Circus”) rappresenta il desiderio di realizzare in larga scala un simbolo massonico: dall’alto questo complesso appare infatti come un grande cerchio con una mezzaluna, a formare il simbolo massonico soleil-lune, cioè il Sole e la Luna. Le case del Crescent appartengono a diversi proprietari – la maggior parte sono private, ma una sostanziale minoranza è controllata da un’associazione immobiliare – molte di queste case sono state divise in più appartamenti.

Il Numero 1 del Royal Crescent è un museo, tenuto dalla Bath Preservation Trust, che illustra come i ricchi proprietari dell’epoca abbiano arredato nel tempo una casa-tipo.

Il Royal Crescent Hotel occupa le unità centrali del Crescent, ovvero i numeri 15 e 16.

Il Royal Victoria Park di fronte al Crescent è una piattaforma usata per il lancio di piccole mongolfiere. I lanci avvengono in estate, di solito nel primo mattino o nel tardo pomeriggio.

La strada è uno dei segni distintivi più conosciuti della Bath georgiana e per molti anni i residenti hanno dovuto sopportare il passaggio di numerosi bus turistici, soprattutto nel periodo estivo. Negli ultimi anni la strada è stata chiusa agli autobus ed alle carrozze.

 

Wells

La deliziosa Wells (10500 abitanti), è la più piccola città d’Inghilterra con una cattedrale, è situata nella contea del Somerset. Il suo nome (well in inglese significa pozzo) deriva da alcune sorgenti naturali che si trovano al suo interno. Le origini medievali di Wells si notano ovunque. La sua Cattedrale (risalente al XII secolo, una delle più belle e note della Gran Bretagna), il Bishop’s Palace (edificio circondato da un fossato e da splendidi giardini, per secoli sede del Vescovado), la Vicar’s Close (ritenuta l’unica strada medievale completa rimasta in Inghilterra) e la Market Place (la piazza del mercato). Grazie al suo aspetto e alla sua particolare atmosfera, Wells è stata usata come location per film, fiction televisive e documentari (Elizabeth, The Golden Age e I pilastri della terra).

 

La Cattedrale di Wells

La cattedrale di Wells è la sintesi degli stili del gotico inglese

 

In Gran Bretagna, dove solo un’insignificante “k” finale distingue il gotico originale dal neogotico vittoriano (Gothic/Gothick) e dove il gotico primitivo ha assunto il nome orgoglioso di Early English, nessuna chiesa gotica suscita un’ammirazione tanto immediata quanto quella della cattedrale di Wells.

Innanzitutto per il contrasto tra l’imponenza di questa e le dimensioni ridotte della cittadina che lo ospita. Ci si stupisce di meno quando si sa che Wells contese a lungo a Bath e a Glastonbury il titolo di sede vescovile; la cattedrale doveva dimostrare i meriti di Wells a ricevere la dignità religiosa (e politica) più importante del Somerset. La rivalità sembra sia dunque all’origine del dispiegarsi di mezzi e ingegni che ha prodotto a Wells la più felice sintesi del gotico inglese.

Tutti gli stili del gotico inglese in un solo edificio

Verso il 1180, quando iniziarono i lavori della cattedrale di Wells, regnava l’Early English (1150-1280 circa): la facciata della cattedrale e le navate dell’interno ne recano i tratti.

 

Il gotico “Decorated” (1280-1380 circa) segna invece il retrocoro, la cappella absidale e la sala capitolare.

Il gotico “Perpendicular” (1380-1550 circa) ebbe invece minore fortuna: le torri della facciata rimasero incompiute ma il tempo del grande potere dei vescovi era ormai tramontato.

 

Stupende le trentasei nervature che si dipartono dall’unico pilastro centrale che sorregge la volta della Chapter House, la sala capitolare ottagonale, capolavoro del gotico “perpendicular”.

Spettacolari sono invece gli archi “invertiti” o “a forbice” che sono la caratteristica più sorprendente dell’interno e che sostengono la torre che si alza sulla crociera.

 

 

Wells è tradizionalmente ritenuta il centro della zona di produzione del Cheddar, il più popolare tra i formaggi britannici (originario del villaggio di Cheddar), nelle Mendip Hills.

 

Il Cheddar è un formaggio a pasta dura, di colore che può variare dal giallo pallido fino all’arancione, dal gusto deciso. Ha origine nel villaggio inglese di Cheddar, nel Somerset, da cui prende il nome. Il Cheddar è il più diffuso formaggio britannico, e contribuisce per oltre il 50% agli 1,9 miliardi di sterline del fatturato annuo dei formaggi inglesi. È molto utilizzato anche negli altri paesi di influenza anglosassone, come l’Australia, gli Stati Uniti e il Canada.

Dal 2003 il Cheddar è diventato un prodotto a indicazione geografica protetta (IGP) con il nome di West Country farmhouse Cheddar, secondo un disciplinare che ne circoscrive la produzione nelle sole contee inglesi del Somerset, Devon, Dorset e Cornovaglia, da produttori aderenti al consorzio Cheddar Gorge Cheese Company.

Gli abitanti di Wells hanno una grande passione per il buon cibo e i prodotti locali genuini. Nella Market Place si tiene un mercato due volte la settimana, il mercoledì e il sabato. Il mercoledì è il giorno del Farmers’ Market, il mercato degli agricoltori.

Wells sorge all’estremità meridionale della AONB (Area of Outstanding Natural Beauty, in italiano Area di Eccezionale Bellezza Naturalistica) delle Mendip Hills, quindi è la base ideale per una vacanza all’insegna della scoperta della natura e delle attività outdoor. In questa AONB si trova la Cheddar Gorge, la più grande gola della Gran Bretagna.

 

Glastonbury

 

Glastonbury è una piccola città nel Somerset (Inghilterra), situata 30 miglia a sud di Bristol. Si trova nel distretto di Mendip.

La città è celebre per la sua antica storia, per i resti dell’abbazia, per la Glastonbury Tor e per le numerose leggende e i tanti miti associati con essa. È conosciuta anche per il Glastonbury Festival, un festival di musica pop/rock che si svolge ogni anno nel vicino villaggio di Pilton.

Storia e mitologia

La leggenda di Giuseppe di Arimatea è legata all’idea che Glastonbury sia stato il luogo di nascita della cristianità nelle isole britanniche e sede della prima chiesa, costruita per custodire il Graal più di 30 anni dopo la morte di Cristo. La leggenda dice anche che in precedenza Giuseppe d’Arimatea aveva visitato Glastonbury insieme a Gesù, quando questi era un fanciullo. Il poeta e pittore inglese William Blake credette in questa leggenda e scrisse un poema che divenne la più popolare canzone patriottica inglese Gerusalemme.

La leggenda racconta che Giuseppe giunse a Glastonbury per nave, approdando ai Somerset Levels, che erano inondati.

Nello sbarcare piantò a terra il suo bastone, che fiorì miracolosamente nel Biancospino di Glastonbury (“Spina Santa”). Questa è la spiegazione mitica dell’esistenza di questo ibrido, che cresce soltanto alcune miglia attorno a Glastonbury. Fiorisce due volte l’anno, una in primavera e un’altra nel periodo di Natale (dipende dal tempo). Ogni anno viene tagliata una spina e inviata alla regina per ornare la sua tavola di Natale.

 

 

Abbazia di Glastonbury

Glastonbury è oggi un centro religioso e di pellegrinaggio, dove misticismo e paganesimo coesistono, non senza difficoltà.

L’Abbazia di Glastonbury fu una delle più ricche e potenti strutture monastiche del Somerset, in Inghilterra. Sin dal periodo medievale essa venne associata con la leggenda di re Artù e della sua mitica terra, Avalon. Il primo impianto dell’abbazia potrebbe essere stato effettuato dai Bretoni nel VII secolo d.C., probabilmente sui resti di un edificio preesistente. Tuttavia, leggende cristiane più tarde, in pieno periodo medievale, asserirono che l’abbazia era stata fondata da Giuseppe di Arimatea nel I sec.

Come vedremo, la leggenda deriva direttamente dalle vicende narrate da Robert de Boron nel suo ciclo di romanzi su re Artù e sul Santo Graal, leggenda che successivamente i monaci di Glastonbury seppero adeguatamente sfruttare, come vedremo più avanti. Grazie anche all’associazione con questo facoltoso personaggio, da alcuni ritenuto lo zio di Maria, madre di Gesù, sin dal medioevo fiorì in questo luogo un profondo culto della Vergine tanto che l’abbazia ebbe anche l’appellativo di Nostra Signora Santa Maria di Glastonbury, che è tuttora a volte usato.

Secondo la tradizione, dunque, Giuseppe di Arimatea venne spedito in Britannia come missionario per predicare e diffondere il Vangelo. Accolti con benevolenza dal re Arvirago di Siluria, fratello di Carataco il Pendragone, Giuseppe e i suoi dodici seguaci ricevettero dal re 12 hides di terra in Glastonbury (un hide, secondo la terminologia medievale, era una quantità di terra sufficiente a provvedere al fabbisogno di una famiglia per un anno, e nel Somerset esso corrispondeva a 120 acri, circa 48,5 ettari). Qui essi edificarono una primitiva cappella con paglia, fango e canne intrecciate, su modello dell’antico Tabernacolo citato nella Bibbia.

Questa primitiva “cappella di canne” (chiamata in seguito “Old Church”, ossia la “vecchia chiesa”), potrebbe dunque essere stato il primo edificio che i Bretoni trovarono sul posto e sul quale eressero un monastero, a sua volta primo nucleo della futura Lady Chapel. Ai Bretoni, nell’VIII sec., successero i Sassoni, e a questi, nell’XI sec., subentrarono i Normanni. Con la dominazione normanna, l’abbazia aveva già raggiunto una notevole fama e ricchezza, tuttavia la sua fortuna si arrestò in seguito ad un terribile incendio che nel 1184 distrusse gran parte degli edifici monastici.

La cucina dell’abate

La cucina dell’abate (Abbot’s Kitchen), unico edificio interamente sopravvissuto alla distruzione. La sua grandiosità ben dimostra la ricchezza che aveva raggiunto l’abbazia all’apice della sua evoluzione.

Il re Enrico II garantì alla comunità di Glastonbury un atto di rinnovo e cominciò la sua ricostruzione, favorita anche (come vedremo) dal ritrovamento fortuito della tomba di re Artù, che garantì al complesso una rinnovata fama ed un cospicuo afflusso di pellegrini e di denaro. A questo periodo risale la costruzione della Lady Chapel in pietra. In seguito il complesso crebbe ancora fino a diventare una vasta abbazia benedettina, che nel XIV era diventata la seconda per dimensioni ed importanza d’Inghilterra, dopo quella di Westminster a Londra.

Come tante altre abbazie inglesi, anche il destino di Glastonbury fu definitivamente segnato dalla Dissoluzione dei Monasteri operata da Enrico VIII, a partire dal 1536. La Riforma colpì duramente il complesso di Glastonbury, che venne largamente distrutto e l’ultimo dei suoi abati, Richard Whiting (abate dal 1525 al 1539), venne appeso e squartato sul Tor insieme a due dei suoi monaci.

Le rovine che oggi, acquistate nel 1908 dalla diocesi di Bath e Wells, costituiscono una meta turistica frequentata ogni anno da migliaia di visitatori. Alcune prestigiose figure della cristianità bretone furono associate all’abbazia di Glastonbury; in particolare San Patrizio, il primo abate nel V sec., che diventerà il patrono dell’Irlanda, e San Dunstano, abate dal 940 al 946.

La tomba di re Artù

Dopo l’incendio del 1184 la ricostruzione della chiesa procedeva a rilento, soprattutto a causa dei finanziamenti insufficienti. Qualche anno dopo, una “fortuna” inaspettata capitò ai solerti monaci di Glastonbury: secondo quanto racconta il cronista Giraldus Cambrensis, sotto la guida dell’abate Henry de Sullyn, durante uno scavo effettuato sotto il pavimento della cattedrale, venne alla luce un sepolcro interrato del quale nessuno era a conoscenza.

Al suo interno venne ritrovata una cassa di quercia con due scheletri: uno apparteneva a un uomo straordinariamente alto, mentre l’altro era chiaramente quello di una donna minuta, di cui ancora si conservava la folta capigliatura. Insieme alle ossa fu ritrovata una croce di piombo che riportava la seguente iscrizione: “Hic jacet sepultus inclitus rex Arthurus in insula Avalonia cum uxore sua secunda Wenneveria” (“Qui giace sepolto il famoso re Artù nell’Isola di Avalon con la sua seconda moglie Ginevra”).

Le autorità ecclesiastiche, tuttavia, non gradirono l’accenno a Ginevra come “seconda moglie” di Artù, per cui decretarono che il cartiglio, e l’annessa scoperta, dovevano essere falsi. I monaci, però, non si persero d’animo. Poco tempo dopo rettificarono la loro scoperta, presentando un nuovo cartiglio nel quale era stato tolto ogni riferimento a Ginevra: “Hic jacet sepultus inclitus rex Arthurus in insula Avalonia” (“Qui giace sepolto il famoso re Artù nell’Isola di Avalon”).

I monaci avevano trovato i resti del leggendario re Artù, ma avevano persino scoperto una prova scritta dell’associazione tra Glastonbury e la mitica terra di Avalon! La cosa, in realtà, non era così ovvia: il cronista Guglielmo di Malmesbury, in proposito, aveva scritto nelle sue “Gesta Regum Anglorum” del 1127 che il corpo di re Artù, dopo la battaglia di Camba, era stato portato ad Avalon per la sepoltura, e non specifica dove si trovasse questa mitica terra. Inoltre, egli asserisce che la sua tomba non poteva essere vista da nessuna parte.

Ad ogni modo, l’espediente dei monaci funzionò, e un notevole afflusso di pellegrini amplificò le entrate dell’abate. Pare, poi, che i monaci ci abbiano preso gusto e alzarono il tiro. Qualche tempo dopo i santi uomini si armarono nuovamente di pale e di vanghe, e scavando in altri punti dell’abbazia s’imbatterono in reliquie ancora più importanti, stavolta i resti di alcuni santi: le ossa di San Patrizio e di San Gildas, e persino i resti di San Dunstano, nonostante fosse già noto che essi riposavano all’interno della Cattedrale di Canterbury da almeno 200 anni!

In breve, tra le reliquie trovate dai monaci e quelle lasciate in consegna dai visitatori, Glastonbury Abbey al tempo della Riforma poteva vantare un corposo tesoro sacro che annoverava, oltre alle reliquie già citate, anche un frammento della veste della Vergine Maria, un frammento della verga di Aronne, un paio di ampolle che erano appartenute a Giuseppe di Arimatea (in cui, si diceva, egli avesse conservato il sangue e il sudore deterso dal corpo di Gesù dopo la deposizione della croce) e persino una pietra del deserto che Gesù aveva rifiutato di trasformare in pane!

La Dissoluzione dei Monasteri nel 1539 pose fine alla prosperità dell’abbazia. Dopo la distruzione degli edifici monastici, tutte le reliquie scomparvero per sempre, inclusa la croce di piombo con l’iscrizione. Tutto ciò che oggi rimane è un cartello e un’area delimitata da una cornice di pietra che segnala il sito nel quale, nel XIII secolo, era stata collocata la tomba di marmo nero contenente i resti di re Artù in una posizione privilegiata davanti all’altare principale.

La Spina Santa

L’abbazia di Glastonbury è legata anche alla leggenda della Santa Spina. Un albero di questa pianta infatti cresce rigoglioso all’interno del giardino abbaziale, e si dice sia stato trapiantato direttamente dall’originale che miracolosamente si sviluppò a partire dal bastone di Giuseppe di Arimatea piantato nel terreno, sulla collina di Wearyall Hill. L’albero di Spina Santa si trova oggi vicino all’ingresso del complesso, nei pressi della Cappella di San Patrizio.

 

 

La Lady Chapel

La Lady Chapel è l’edificio più a sud del complesso abbaziale e ne costituisce il suo nucleo originario. Secondo una tradizione ben radicata nel Somerset, Giuseppe di Arimatea aveva compiuto diversi viaggi fuori della Palestina, in particolare in Inghilterra, dove importava stagno dalle miniere della Cornovaglia. Si dice che in uno di questi viaggi egli abbia portato con sé il piccolo Gesù, e che egli abbia fatto realizzare una piccola chiesa di fango e rami intrecciati di salice, che Gesù volle dedicare a sua madre Maria. Il nome di Gesù e quello di Maria vennero scritti su una pietra, probabilmente quella di fondazione. Questa pietra venne poi inglobata nelle costruzioni successive, fino alla Lady Chapel del XIII sec. che vediamo ancora oggi, e fu largamente venerata durante il medioevo al pari di una reliquia, costituendo stazione di sosta e di preghiera per i pellegrini. Ancora oggi la pietra si trova incastonata all’esterno della parete sud, dove è ben leggibile l’iscrizione della dedica: “IESUS MARIA”.

Tuttavia, se quanto tramandato su questa pietra costituisce una base di verità, allora essa suscita una serie di inquietanti interrogativi, che portano a domandarsi sulla vera identità di quel Gesù e di quella Maria citati e all’inevitabile conclusione dell’esistenza di una linea di discendenza diretta da Gesù Cristo, la controversa “Linea di Sangue” della cui esistenza questa pietra potrebbe costituire una prova indiretta! Vediamo perché, seguendo le ipotesi e le linee di indagine delineate da Laurence Gardner nel saggio “La Linea di Sangue del Santo Graal”.

Secondo le cronache medievali la vetusta ecclesia, ossia la primitiva capanna di fango e rami, non venne costruita prima dell’anno 63, e venne dedicata a Maria l’anno successivo, come attestano comunemente John Capgrave, William di Malmesbury e John di Glastonbury. Per esempio, nel “De Sancto Joseph ab Arimathea” di Capgrave si afferma che “quindici anni dopo l’Assunzione egli [Giuseppe] si recò da Filippo apostolo tra i Galli”. L’Assunzione della Vergine è comunemente attestata nell’anno 48 e San Filippo, secondo quanto afferma Freculfo, vescovo di Lisieux del IX sec., fu colui che organizzò la missione di predicazione in Inghilterra affidandola a Giuseppe di Arimatea. Per cui la missione di Giuseppe in Inghilterra cominciò nell’anno 63 (48 + 15).

Più avanti, il De Sancto Joseph afferma ancora che la dedicazione della cappella di canne avvenne nel “nel 31° anno dopo la Passione di Nostro Signore”, e cioè nell’anno 64. Quest’informazione si conforma con quanto riporta Guglielmo di Malmesbury, che indica come data di costruzione della capanna l’anno 63.

Giuseppe d’Arimatea era ritenuto parente stretto di Maria, in particolare suo zio, anche se i Vangeli canonici non citano mai questo rapporto di parentela e le altre fonti si limitano a dire che erano parenti. Un rapido calcolo, supponendo che Maria avesse circa 26 anni quando concepì Gesù e che Giuseppe poteva essere almeno una decina d’anni più anziano di lei, porta a supporre che Giuseppe era già piuttosto anziano ai tempi della Crocifissione e che l’inizio della sua nuova vita di predicazione in Britannia avvenne attorno al centesimo anno di età. Considerando, poi, che le cronache lo ritengono in vita per altri venti anni dopo quella data, ne risulta un Giuseppe estremamente longevo e insolitamente attivo.

Come poteva, poi, avere al suo seguito il piccolo Gesù, e far sì che questi dedicasse la chiesa alla propria madre Maria? Gesù, il Cristo, era morto sulla croce 31 anni prima, ma pur volendo ipotizzare che la morte sia stata soltanto inscenata e che Giuseppe di Arimatea, complice, si sia recato da Pilato a reclamarne anzitempo il corpo per portarlo nel sepolcro e “rianimarlo” in gran segreto (come molti, tra cui il citato Gardner e il trio Baigent-Leigh-Lincoln del “Santo Graal”, hanno supposto analizzando le decine e decine di anomalie contenute nei racconti evangelici della Passione), i conti continuano a non tornare. Nessuna cronaca inglese, né storica, né leggendaria, ha mai citato la presenza di un Gesù adulto in Britannia, mentre fioriscono le leggende sulla presenza di un Gesù ancora adolescente.

L’unica spiegazione logica è che il piccolo Gesù non sia il Gesù noto come il Cristo, figlio di Maria e di Giuseppe, ma suo figlio primogenito, Gesù il Giusto (chiamato spesso Gais nei romanzi del Graal), avuto da Maria Maddalena, e che Giuseppe di Arimatea fosse giustamente suo zio (cioè quel Giacomo, “fratello di Gesù”, detto “il Giusto”), e non zio di Maria (alla presunta identità tra Giuseppe di Arimatea e Giacomo il Giusto è dedicato un approfondimento a parte). A questo punto tutto torna: Giacomo il Giusto nacque nel I d.C. e nel 63 d.C. aveva una discreta ma non veneranda età, e poteva benissimo aver campato un’altra ventina di anni predicando in Inghilterra. Dopo la morte di Gesù Cristo poteva aver preso in affidamento il giovane nipote, Gesù Giusto, assumendo il titolo onorifico di Giuseppe “ha Rama Theo” (l’Altezza Divina) come si conveniva nelle successioni davidiche.

Aveva quindi costruito la piccola chiesa di canne e fango e Gesù l’aveva fatta dedicare a sua madre, Maria Maddalena. A ulteriore rinforzo di questa ipotesi, proprio in quell’anno (il 63) la Maddalena moriva nella sua grotta alla Sainte Baume, dove si era ritirata, vicino Aix-en-Provence, secondo quanto riferisce il monaco benedettino Matthew Paris nelle “Chronica Majora”, una raccolta di cronache in sette volumi riccamente illustrata, che attualmente è conservata presso il Corpus Christi College di Cambridge. Un tributo, dunque, tutto dovuto, di un figlio devoto alla madre appena deceduta, molto più credibile di una dedicazione a Maria Vergine a 15 anni dalla sua assunzione e a secoli di distanza prima che il suo culto cominciasse a diffondersi e le chiese cominciassero a venirle dedicate.

Così questa semplice pietra iscritta inserita nel muro dell’edificio, che fu tanto venerata nel periodo medievale, potrebbe costituire quel “Secretum Domini”, il “Segreto del Signore” custodito a Glastonbury, così come citato nel Domesday Book…

Il Chalice Garden-Il giardino del Calice

Nel cuore di Glastonbury, adagiato ai piedi della magica collina del Tor, un luogo fatato e misterioso accoglie il visitatore in una cornice idilliaca di lussureggiante vegetazione e fresche sorgenti di acque curative. È il “Chalice Garden”, il “Giardino del Calice”, ed è riferito al “calice” per eccellenza: il Santo Graal. La leggenda, infatti, narra che Giuseppe di Arimatea, giunto in questi luoghi da Gerusalemme, abbia nascosto nel pozzo scavato ai piedi del colle il calice che aveva portato con sé, quello utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena e nel quale egli successivamente aveva raccolto il sangue di Cristo. Questo calice, una volta entrato in contatto del sangue del Signore, aveva acquisito delle capacità straordinarie, miracolosi poteri di guarigione a chi ne avesse bevuto, diventando il leggendario Graal, protagonista nel Medioevo di una vasta letteratura. Non appena le acque della sorgente di Glastonbury entrarono a contatto con il sacro calice, ne acquisirono i suoi poteri curativi e si tinsero di rosso, come sangue. Anzi, in determinati periodi dell’anno la sorgente sgorga con tale veemenza che il rumore dei suoi fiotti ricorda il battito di un cuore umano.

 

Questa è la leggenda che sta alla base del Chalice Well. L’acqua della sorgente ha, effettivamente, un colorito rossastro, dovuto all’alto contenuto in ferro, e i visitatori del Giardino ne attingono direttamente con dei bicchieri oppure ne riempiono bottiglie di varie misure che sono vendute per poche decine di penny presso la biglietteria.

Il giardino

La vasca principa deI Giardino del Graal è un posto ideale per la meditazione: sotto i folti alberi e negli spazi appositi il silenzio e la pace sono una regola fondamentale, richiesta ad ogni visitatore e devotamente rispettata. Sono soprattutto tre i luoghi designati per la meditazione: la Corte di Re Artù, la Fontana del Leone e, ovviamente, il Pozzo del Calice.

Subito dopo l’ingresso, sulla destra, si trova una zona più ampia e aperta, nella quale è posta la vasca principale: essa ha una forma particolare, ricalcata sul simbolo della ‘Vesica Piscis’, che qui, come vedremo, ha una presenza massiccia ed una valenza tutta particolare.

Proseguendo oltre attraverso il sentiero ricavato nel fitto della ricca vegetazione, si risale La Vasca dei Pellegrini verso la sorgente. L’ambiente che s’incontra subito dopo è la Corte di Re Artù, una zona recintata di forma rettangolare nel quale la sorgente forma una cascatella e si riversa in una piccola piscina rettangolare, chiamata Vasca dei Pellegrini. Questo è uno dei punti più sacri di tutto il giardino qui, infatti, come assicurano gli esperti di geomanzia, si incrociano le due linee di energia principali: quella di “San Michele” e quella di “Santa Maria”. La Vasca, oggi di profondità modesta, era un tempo molto più profonda, ed in essa i pellegrini si immergevano per intero per ottenere la guarigione dai loro mali.

La Fontana del Leone Risalendo ancora la lieve pendenza su cui si adagia il Giardino, si arriva alla Fontana del Leone, così detta perché l’acqua sgorga da una cannella che ha la forma della testa di questo animale. Il leone, oltre ad essere l’animale sacro di Cibele, di Lug e di altri dei o dee legati alla fertilità, è spesso accomunato alle fonti d’acqua e non è infrequente imbattersi in fontane che hanno questa forma nei giardini dei palazzi e persino nelle nostre città. È un simbolismo che ha il suo retaggio nell’antica civiltà egizia, quando le piene del Nilo, che garantivano alla popolazione un altro anno di prosperità e di raccolti, avvenivano sempre nel periodo in cui il sole entrava nella costellazione del Leone, per cui questo animale è diventato simbolo solstiziale.

 

Il Pozzo del Calice

Infine, nella zona più interna e intima del giardino, si apre il Pozzo del Calice, al centro di una depressione di forma circolare ricoperta in cemento, nel quale sono incastonate come gemme conchiglie fossili dalla forma a spirale. Il pozzo è di fatto una struttura in pietra di epoca medievale, che racchiude una sorgente d’acqua. Oggi l’imboccatura del pozzo si trova al livello del suolo, ma in antichità doveva trovarsi in superficie: sono stati i crolli di terra dal “Chalice Hill” e dal Tor che hanno finito per interrarlo.

Adiacente al pozzo, a una certa profondità, si apre una camera a forma di pentagono irregolare, la cui funzione è tuttora sconosciuta. La camera, le cui dimensioni presentano rapporti con le unità di misura degli antichi Egizi, data probabilmente al XVI o al XVII secolo, e fu presumibilmente utilizzata per delle cerimonie rituali. Oggi è, ovviamente, inaccessibile ma la sua sommità può essere ancora vista guardando all’interno del pozzo sul lato rivolto verso Chalice Hill.

Il coperchio del pozzo è forse l’immagine più nota associata a questo luogo, divenuta nel tempo un’icona e un simbolo del luogo stesso, a sua volta ispirato ad un simbolo ancora più antico, quello della Vesica Piscis.

Il simbolismo della Vesica Piscis

Il simbolo del Chalice WellLa Vesica Piscis costituisce un motivo ricorrente in tutto il giardino; la sua presenza si può definire massiccia, dato che la troviamo più o meno ovunque: nella cancellata d’ingresso, disegnato con dei sassi nel viottolo di accesso alla cassa, nella forma della vasca principale. L’associazione del Chalice Garden con questo simbolo, tuttavia, ha un’origine recente e risale al 1919, quando un famoso archeologo di Glastonbury, Frederick Bligh Bond, realizzò un coperchio per il pozzo in legno e ferro battuto, forgiato con questa immagine, e ne fece dono al Chalice Well Trust, che gestisce il sito. Bligh Bond lavorava da diversi anni come archeologo interno presso l’abbazia di Glastonbury ed era un esperto di geomanzia e di “energie della terra”. Il significato e la natura duale (maschile/femminile) di questo simbolismo è ampiamente trattata in una sezione apposita di questo sito.

Nel motivo che orna il coperchio del pozzo, la Vesica Piscis è attraversata in tutta la sua lunghezza da una freccia, terminante in un cuore. Essa rappresenta metaforicamente la Sacra Lancia, che, trafiggendo il costato di Gesù, che fece scaturire sangue e acqua, quello stesso sacco e quella stessa acqua dai poteri miracolosi curativi che scaturirono dalla sorgente di Glastonbury dopo l’immersione, in essa, del Santo Graal.

La coppa e la lancia, ovvero il Calice e la Lama, sono i due simboli fondamentali delle energie sessuali, femminile e maschile, e dell’unione sacra (le “nozze regali” tra il Re e la Regina) e, se vogliamo, la sacra unione che è alla base della Linea di Sangue divina simboleggiata dal Graal.

Non è un caso che i due simboli si trovino qui riuniti alla base del colle del Tor. Il pozzo, Vesica Piscis all’ingresso visto come cavità che si apre nel ventre della Madre Terra, con la sua sorgente di acque curative (fonte della vita) e, per di più, dal colore rossastro che potrebbero ricordare quello del sangue, linfa vitale, in particolare del sangue mestruale, che si genera ciclicamente in un periodo di 28 giorni come le fasi della Luna (Iside/Ishtar, la Grande Madre), può facilmente essere assimilato all’organo genitale femminile e rappresentare così il Femminino Sacro. Parallelamente, a breve distanza, si innalza il Tor, il colle magico situato sulla Linea di San Michele, dove covano le energie del drago in attesa di essere domato dall’arcangelo guerriero, e dove svetta solitaria una torre innalzandosi verso il cielo, non è altro che la rappresentazione simbolica dell’organo genitale maschile. È questa duplice presenza, dunque, che rende Glastonbury così speciale e fa di essa luogo designato per le pratiche magiche e le attività di carattere spirituale di ogni tipo.

I tassi e la Santa Spina

Nella parte più ampia del giardino, dove si trova la vasca principale, nello spiazzo tra questa e la Corte di Re Artù, si trovano due maestosi alberi di tasso. Quest’albero, che oggi è presente soprattutto nei cimiteri, aveva carattere sacrale per gli antichi Celti, in particolare per i Druidi, che li piantavano nei luoghi dove svolgevano solitamente le loro cerimonie come silenti sentinelle e guardiani dei loro luoghi sacri. Questi alberi una volta dovevano far parte di un boschetto sacro oppure di un viale cerimoniale.

Esisteva anche un altro viale di questo tipo, delineato da un altro albero sacro, la quercia, che conduceva al Tor. Oggi, nella località di Stonedown, a nord-est del Tor, sopravvivono ancora due vecchie querce, che sono state chiamate Gog e Magog, che si ritiene essere le ultime due sopravvissute di questo antico albero.

Nel folto degli alberi e delle siepi del Giardino del Calice non poteva mancare, infine, la Santa Spina, l’albero generatosi miracolosamente dal bastone di Giuseppe di Arimatea. Nel Giardino del Calice si trovavano tre diversi alberi di Santa Spina. Uno il più grande, si trovava tra i due tassi e la vasca principale Gli altri due, più piccoli, si trovano uno vicino al pozzo e l’altro subito al di sopra della Testa del Leone.

 

Glastonbury Tor

Glastonbury Tor è una collina conica che si trova nell’omonima cittadina. E’ sormontata da una torre a cielo aperto del XIV secolo dedicata a San Michele, e nei secoli ha concentrato su di sé l’attenzione di storici e letterati per il presunto legame con il ciclo arturiano.

Gli scavi archeologici hanno rivelato che la collina fu un luogo frequentato sia durante l’età del ferro sia nei secoli successivi dai Romani, mentre il tipico terrazzamento risalirebbe addirittura all’epoca neolitica. La prima chiesa monastica, sempre dedicata a San Michele, fu realizzata in legno e distrutta durante un terremoto, nel 1275. Qualche anno dopo, durante il 14° secolo, venne realizzata l’odierna costruzione in pietra, che si erge perfettamente conservata sulla cima dell’altura.

Le credenze riguardo la funzione della collina sono antiche e ben testimoniate. Il luogo sarebbe stato meta di pellegrinaggio per i cattolici dal basso medioevo sino alla riforma protestante, da quando lo scrittore e religioso gallese Giraldus Cambrensis, del XII secolo, associò la collina ad Avalon, la mitica isola dove riposerebbe Re Artù, in attesa che il mondo abbia nuovamente bisogno di lui.

Il “Tor” (parola inglese che significa collina o roccia) venne definita “Ynys yr Afalon” quando vennero scoperte le bare del Re e della Regina Ginevra nel 1191, un evento documentato proprio da Cambrensis, che scrisse come i resti furono poi spostati. Molti studiosi sospettano che questi eventi siano frutto totale della fantasia, concepiti nell’opera di Giraldus volta a dare maggior prestigio e una storia secolare alla collina, accrescendone la fama.

Il Tor è un colle naturale alto circa 160 metri che sovrasta e caratterizza da centinaia di anni il paesaggio.

Glastonbury sorge nel mezzo dei Somerset Levels, una grande palude soggetta a frequenti inondazioni e per migliaia di anni, fino circa al XIII secolo d.C., questo insediamento fu un’isola circondata da un mare interno poco profondo, che si formò in seguito all’innalzamento delle acque dopo l’ultima era glaciale. L’isola era collegata alla terraferma solo da una sottile lingua di terra che si estendeva nella zona di Ponter’s Ball: un fossato lungo circa un chilometro verosimilmente costruito durante l’Età del Ferro. E’ noto che i Levels furono abitati fin da tempi antichissimi, sono state  trovate abbondanti tracce risalenti al neolitico. Durante l’Età del Ferro, nel I millennio a.C., il territorio paludoso dell’isola era disseminato dai famosi Lake Villages, estesi insediamenti umani su palafitte e piattaforme. Tuttavia nella zona dell’Isola non sono mai stati rinvenuti reperti antecedenti al VI sec.d.C. e le tracce dei primi insediamenti umani sul Tor datano intorno proprio a quest’epoca. Questo ha portato alcuni studiosi a ritenere che l’Isola fosse considerata dalle popolazioni paleocristiane un luogo sacro, un vero e proprio santuario naturale al pari di Avebury o Stonehenge e la leggenda narra che Glastonbury sia stata l’Isola di Avalon. Ponter’s Ball rappresenterebbe quindi un “temenos”, ovvero un confine costruito per demarcare l’inizio del territorio sacro. La collina del Tor, dominava tutto questo scenario e sicuramente ha profondamente attratto le popolazioni neolitiche, esperte conoscitrici dei misteri celesti e dei loro riflessi sulla terra. Il Tor è  allineato sulla St.Michael Line, una famosa ley line, o linea energetica, sul cui tracciato giacciono, fra gli altri, il Saint Michael Mount in Cornovaglia, il Tor di Glastonbury e Avebury. Molti dei posti situati su questa linea erano inconfutabili luoghi di culto in epoca neolitica e successivamente su molti di essi furono costruiti santuari cristiani dedicati a San Michele, angelo di luce. Nel mondo celtico precristiano i luoghi collinari erano dedicati a Belenos, dio della luce e del sole, che rappresentava la controparte delle forze ctonie della terra (spesso simboleggiate da un drago o un serpente). L’orientamento dell’asse del Tor con un azimut di 63 gradi fa in modo che a maggio esso sia rivolto verso l’alba: la collina di San Michele, angelo della luce, si trova a vedere sorgere il sole proprio a Beltane, la vigilia di maggio, la grande festa celtica del dio Belenos, lo Splendente. Inoltre, sempre sulla Michael line si trova, poco distante da Glastonbury, il Burrowbridge Mump, una collina conica situata nei Somerst Levels che porta sulla cima i resti di un’antica chiesa dedicata a san Michele, in pratica un piccolo Tor in miniatura. Nei giorni di Samhain e Imbolc, stando sulla cima del Tor, il sole tramonta esattamente su Burrowbridge Mump. In pratica quindi l’allineamento dell’asse del Tor indica l’alba all’inizio di maggio e agosto (beltane e lughnasadh, la metà luminosa dell’anno) e il tramonto a fine ottobre e inizio febbraio (samhain e imbolc, la metà oscura dell’anno). Glastonbury passa un’altra importante ley line, la Mary Line, sul cui percorso si trovano molti luoghi di culto dedicati alla vergine Maria. Essa passa nelle rovine della grande abbazia di Glastonbury, dalla Lady Chapel e risale il pendio del Tor, per incontrarsi con la Michael line, creando secondo alcuni un’incredibile punto di unione fra energie maschili e femminili o comunque fra polarità complementari, capaci di aprire le porte alle percezioni che molti sostengono di aver avuto percorrendo la collina. Il Tor però non è allineato solo con i cross-quarter days solari dell’anno celtico ma possiede anche un importante allineamento lunare. Tracciando una linea retta dalla sommità del Tor fino a Cadbury, località non distante, abitata fin dai tempi neolitici, imponente insediamento romano della britannia sud occidentale e, secondo la leggenda, antica sede di Camelot, si può osservare che il Tor è precisamente orientato con il Northern Major Standstill, cioè il punto più a nord del calare della luna, mentre Cadbury castle è orientato con il Southern Major Standstill, il punto più a sud in cui può calare la luna. Quindi questo significa che , per esempio, guardando la luna piena da Cadbury, questa tramonta nel punto più a nord proprio sopra al Tor e ciò avviene esattamente ogni 19 anni, un ciclo metonico (Il ciclo metonico (che prende il nome dall’astronomo greco Metone) è un ciclo di 19 anni, basato sull’osservazione che 19 anni solari corrispondono (quasi) esattame nte a 235 mesi lunari e a 6940 giorni. Sul ciclo metonico si basano i calendari lunisolari aritmetici, cioè quei calendari, che mantengono il sincronismo sia col corso del sole sia con quello della luna per mezzo di approssimazioni aritmetiche dei moti reali medi dei due astri. Sono “aritmetici”, per esempio, il calendario ebraico e quello ecclesiastico, utilizzato dalla chiesa cattolica per il calcolo della Pasqua)., la durata del periodo dell’istruzione di un druido o una sacerdotessa celtica…. La leggenda vuole che Artù percorra questo sentiero da Cadbury a Glastonbury, detto Sentiero di Caccia di Artù, nelle tempestose notti invernali, ogni 19 anni, presiedendo alla Caccia Selvaggia delle anime, proprio come Gwynn Ap Nudd, il Bianco Figlio della Notte, che abiterebbe il Glastonbury Tor e sarebbe il Signore dell’Altromondo. A Glastonbury esistono molti altri allineamenti sacri come il Landscape Diamond e lo Zodiaco di Glastonbury, nonché le geometrie sacre di Chalice Well e dell’Abbazia. I misteri che circondano il Tor sono molti e fittamente intrecciati con la sua storia. Sappiamo che sul Tor, nel X secolo vi era una piccola cappella, sostituita poi da un’abbazia, più piccola di quella al centro della città ma comunque prospera e dedicata a san Michele. Le cronache dell’epoca ci dicono però che nel 1275 (per la precisione l’11 settembre…) un “terremoto” distrusse la chiesa in cima al Tor, che fu tuttavia ricostruita dai solerti monaci, sebbene seguendo un progetto più piccolo e sobrio. Solo nel XIV secolo fu aggiunta la torre oggi esistente, l’unica che oggi sopravvive dopo la dissoluzione dei monasteri voluta da Enrico VIII nel 1539.

La leggenda narra che santa Brigida e san Patrizio visitarono Glastonbury nel V secolo. Glastonbury in epoca medioevale era considerata la prima chiesa cattolica di Britannia, fondata direttamente da Giuseppe di Arimatea nel 63 d.C., che vi avrebbe costruito la prima cappella nel sito della Lady Chapel, portando con sé dalla Palestina il sacro Graal, che si dice giaccia nei pressi della Fonte Rossa (Chalice Well). William di Malmesbury, uno storico che nel 1130 scrisse il De Antiquitate Glastonie Ecclesie, racconta che Patrizio si sarebbe recato sul Tor, dove a quel tempo sorgeva “un fitto bosco”. Una delle maggiori peculiarità del Tor, è che lungo tutte le sue scoscese pareti, esposte a gelidi e impetuosi venti di nord-ovest, sono state ricavate enorme terrazze concentriche, sette in tutto. Nonostante vari studi, a tutt’oggi esistono pochissimi dati relativi a chi , quando e soprattutto perché ha scavato le terrazze del Tor. E’ noto che i monaci medioevali costruirono alcune piccole terrazze sulle pendici più a sud a scopo agricolo e migliorarono alcune delle terrazze già esistenti sui pendii più alti per ricreare le 7 stazioni della Via Crucis da far percorrere ai pellegrini. Il Tor era la loro Montagna Sacra e la sua ascesa simboleggiava il percorso di elevamento spirituale del pellegrino. E’ evidente che le terrazze non servirono mai a scopi difensivi poiché hanno un perimetro piatto e sono privi di fossati o argini. L’ipotesi più affascinante è che siano state le popolazioni neolitiche a costruire queste opere imponenti, riconoscendo subito nel Tor un luogo sacro e privilegiato, quando ancora Glastonbury non esisteva ma vi era al suo posto un’isola ricoperta di fitti boschi di noccioli, tassi, biancospini e meli, ricca di acqua (la fonte bianca e la fonte rossa, i colori dell’Altromondo celtico) e di risorse naturali e punto di osservazione privilegiato di fenomeni astronomici. Secondo autorevoli studiosi come Nicholas Mann, il Tor fu un’area di attività preistorica e il fulcro d’importanti cerimonie religiose, dal momento che nei dintorni sono assenti monumenti di pari importanza. Altri studiosi come Rahtz , Russell e Ashe, a partire dalla fine degli anni 60 hanno notato che le sette terrazze del Tor costituiscono i resti di un labirinto tridimensionale, con tutta probabilità attribuibile all’era neolitica. Labirinti di questo genere ma di minori dimensioni sono presenti in tutto il mondo e all’interno di civiltà differenti, e sono ritenuti simboli di morte e rinascita, poiché rappresentano il viaggio di discesa e successiva riemersione dal mondo dell’aldilà. Il labirinto di Creta, secondo la tradizione classica, rappresenterebbe anche il viaggio nell’interiorità alla riscoperta del lato selvaggio e ctonio della natura umana. Ciò si sposa perfettamente con le innumerevoli leggende locali che identificano il Tor con l’ingresso dell’Altromondo. Tale apertura si troverebbe su uno dei pendii del Tor, forse contrassegnato da una Tor Burr, una delle grosse pietre ovalari che disseminano e costituiscono l’impalcatura della collina. Varie di queste pietre possono essere osservate sul Tor, ma quella più famosa giace ora accanto all’Abbott’s Kitchen nell’Abbazia: viene chiamata dalla leggenda Pietra Omphalos e sembra che fosse oggetto di culto in tempi antichissimi, potrebbe trattarsi  di una pietra oracolare su cui le sacerdotesse, in particolare nei giorni del mestruo, si sedevano a profetare.

Forse non sapremo mai con esattezza quali e quanti misteri cela questa collina sacra ma le persone che ancora la percorrono hanno esperienze che le cambiano profondamente, aprendo nuove dimensioni al loro modo di percepire la vita e quando anche questo non avvenisse è certo che stare in cima alla collina spazzata dai venti e godere del panorama meraviglioso che spazia la campagna verde smeraldo e talora arriva fino al canale di Bristol è sicuramente un momento unico ed irripetibile per cui vale la pena un viaggio in questo luogo affascinante e carico di enigmi secolari.

Kathy Jones e altre studiose che vivono a Glastonbury si sono inoltre accorte, studiando il paesaggio sacro dell’isola, che su di esso si ritrovano delle forme che possono essere paragonate ad una donna che si distende del paesaggio, con il suo ventre in corrispondenza di Chalice Well ed un seno in corrispondenza del Tor

 

Oppure, alternativamente, il paesaggio sembra delineare anche una vecchia strega che vola sul dorso di un cigno: la testa del cigno è rappresentata da Wearyall Hill mentre il Tor rappresenterebbe il grembo della Vecchia Saggia.
Il Tor viene dunque interpretato o come il seno abbondante che nutre i figli della Dea (infondo alla base del Tor sgorga la Fonte Bianca, sorprendentemente simile al latte…) o come il ventre ormai non più mestruato della vecchia Crona. Nei tempi antichi le donne anziane in menopausa erano molto rispettate poiché si pensava che trattenessero in loro il sangue magico che le rendeva sagge e potenti. La collina sacra mantiene cosi anche il questo caso il suo dualismo: porta ultraterrena che conduce alla rinascita.

Il festival di Glastonbury

Il festival di Glastonbury, che è chiamato ufficialmente Glastonbury Festival of Contemporary Performing Arts, è un festival musicale e di spettacolo che si tiene a Pilton, a circa 10 km da Glastonbury nel Somerset in Inghilterra. Il festival è conosciuto soprattutto per la sua musica, ma non sono da trascurare gli elementi relativi alla danza, la commedia, il teatro, il circo, il cabaret e altre forme d’arte. Nel 2005, il festival occupava un terreno di 3,70 km² di superficie e 150.000 persone avevano assistito ai 385 spettacoli live.

Glastonbury è anche conosciuto per l’elevato consumo di droghe illegali da parte dei partecipanti, abitudine creatasi grazie alla sua origine hippie, e per questo tenuto costantemente sotto controllo dalla polizia. Si svolge di regola ogni anno durante l’ultimo week-end di giugno e dura 3 giorni. I biglietti 203.000 per l’edizione del 2019 sono andati esauriti in 36 minuti….

 

 

Exeter

Exeter (in cornico Karesk) è una città del Regno Unito, capoluogo della contea inglese del Devon. Antica Isca Dumnoniorum, è nota in cornico come Karesk e in gallese come Caerwysg. Semidistrutta dai bombardamenti tedeschi durante la seconda guerra mondiale, conserva numerose testimonianze di tutta la storia inglese. Il principale monumento che ospita è la sua cattedrale. La città fu fondata dai Romani con il nome di Isca Dumnoniorum nel 50 dopo Cristo. Si trattava della fortezza romana più occidentale in Anglia. Durante il periodo sassone la città (Exanceaster) fu oggetto di diversi attacchi da parte dei vichinghi che la conquistarono brevemente in due occasioni, nell’876 e nel 1001. Fu contro un discendente dei vichinghi, il normanno Guglielmo il Conquistatore, che Exeter si ribellò nel 1067. Guglielmo prontamente mise la città sotto assedio che si arrese dopo soli 18 giorni. La città è ricordata nella storia inglese per il grande contributo di navi che diede per sconfiggere l’Invincibile Armata nel 1588. Il motto stesso della città, Semper Fidelis, deriva da quel periodo. Successivamente, e sino alla fine della Guerra civile inglese, Exeter fu una città assai florida grazie al commercio della lana. All’inizio della Rivoluzione industriale poteva contare sull’energia prodotta dal suo fiume. Successivamente, tuttavia, quando la forza vapore sostituì l’acqua come forza propulsiva nel XIX secolo Exeter si trovò a essere troppo lontana dai rifornimenti di carbone. Per questo motivo la città ebbe un periodo di declino significativo. Ciò nonostante fu aperto un nuovo porto a Topsham, più vicino al mare. Con l’arrivo del treno che la collegava prima a Bristol, poi a Plymouth e a Londra, la città riprese il suo sviluppo.

La cattedrale di Exeter

La cattedrale di Exeter (cattedrale di San Pietro, in inglese Cathedral Church of Saint Peter)  è la chiesa principale della diocesi anglicana di Exeter, nel Devon (Inghilterra). L’edificio attuale, completato intorno al 1400, presenta caratteristiche peculiari come le antiche misericordie, l’orologio astronomico e la più lunga volta continua d’Inghilterra.  La fondazione della cattedrale di Exeter, dedicata a san Pietro, risale al 1050, quando la sede del vescovo di Devon e Cornovaglia fu trasferita da Crediton per paura di scorribande dal mare. In città esisteva all’epoca un edificio di culto di epoca anglosassone dedicato a Maria e san Pietro, usato dal vescovo Leofrico come sua sede, ma per mancanza di spazio le celebrazioni avvenivano all’aperto, nelle vicinanze del sito dell’attuale cattedrale. Nel 1107 venne nominato vescovo William Warelwast, un nipote di Guglielmo il Conquistatore, dando così impulso alla costruzione di una nuova cattedrale in stile normanno. La fondazione ufficiale avvenne però solo nel 1133, dopo la fine della permanenza di Warelwast nella diocesi. In seguito all’arrivo di Walter Branscombe come vescovo nel 1258, l’edificio in costruzione venne giudicato superato e fu ricostruito in stile gotico decorato, sull’esempio della cattedrale di Salisbury. Tuttavia gran parte della costruzione gotica venne mantenuta, comprese le due massicce torri quadrate e parte delle murature perimetrali. Il materiale usato per la costruzione è tutto locale, come il marmo Purbeck. La nuova cattedrale venne completata intorno al 1400, tranne la sala capitolare e le cappelle per le messe di suffragio. Come la maggior parte delle cattedrali inglesi, quella di Exeter subì la dissoluzione dei monasteri. Ulteriori danni si verificarono durante la guerra civile inglese, con la distruzione dei chiostri. Dopo la restaurazione di Carlo II, John Loosemore costruì un nuovo organo a canne. La sorella di Carlo II Enrichetta Anna Stuart fu battezzata nella cattedrale nel 1644. Durante l’età vittoriana la chiesa subì alcuni restauri operati da George Gilbert Scott. Il 4 maggio 1942, un bombardamento colpì la città, con una bomba che colpì e distrusse tra l’altro la cappella di San Giacomo della cattedrale. Fortunatamente molti preziosi oggetti conservati nella chiesa erano stati rimossi preventivamente prima dell’attacco. Successivi lavori di restauro della parte ovest dell’edificio portarono alla luce parti di strutture precedenti, inclusi alcuni resti della città romana e dell’originaria cattedrale normanna.

 

Torquay

Si trova sul Canale della Manica, a circa 35 km a sud di Exeter e a circa 61 km a nord-est di Plymouth e confina con la vicina cittadina di Paignton nell’ovest della baia. La popolazione di Torquay è di 63998 abitanti, come risulta dal censimento del 2001; per numero di abitanti è il terzo insediamento urbano del Devon. Se l’area di Torbay, di cui Torquay occupa un terzo, fosse riconosciuta come una unica entità, risulterebbe essere la 45esima città del Regno Unito, con una popolazione appena inferiore a quella di Brighton, località a cui è stato attribuito lo status di città nel 2000. Durante la sessione estiva la popolazione raggiunge un picco di 200.000 abitanti.

Originariamente l’economia di tale centro si basava sulla pesca e l’agricoltura, ma dall’inizio del XIX secolo in poi si è sviluppata una fiorente attività turistica in ragione della favorevole posizione sul mare. I primi a utilizzare la località a tale fine furono gli ufficiali della Marina britannica di stanza nel porto militare lì allestito in ragione del conflitto contro la Francia di Napoleone; successivamente fu frequentato assiduamente dall’aristocrazia e dall’alta borghesia vittoriana. Rinomata per il clima salubre, la cittadina ha guadagnato l’appellativo di English Riviera, con paragoni a Montpellier.

Tra i personaggi più famosi nati a Torquay figurano anche l’esploratore Richard Francis Burton (1821-1890) e la notissima scrittrice di letteratura poliziesca

Agatha Christie (1890-1976).

Agatha Mary Clarissa Miller nasce nel 1890 a Torquay, in Inghilterra da padre americano.

Quando la piccola è ancora in tenera età, la famiglia si trasferisce a Parigi dove la futura scrittrice intraprende fra l’altro studi di canto.

Orfana di padre a soli dieci anni, viene allevata dalla madre (oltre che dalla nonna), una donna dotata di una percezione straordinaria e di una fantasia romantica spesso non collimante con la realtà. Ad ogni modo, il padre della Christie non era certo un esempio di virtù familiari, essendo un uomo più dedito al cricket e alle carte che alla famiglia. Ad ogni modo, l’infanzia della Christie sarebbe una normale infanzia borghese se non fosse per il fatto che non andò mai a scuola. Anche della sua educazione scolastica si incaricò direttamente la madre, nonché talvolta le varie governanti di casa.

Inoltre, nell’adolescenza fece molta vita di società fino al matrimonio, nel 1914, con Archie Christie che in seguitò diventerà uno dei primi piloti del Royal Flying Corps durante la prima guerra mondiale. La Christie aveva sviluppato intanto una forte passione per la musica e infatti, divenuta un poco più consapevole circa il proprio futuro, aspira fortemente a diventare una cantante lirica. Purtroppo (o per fortuna, dal punto di vista della storia della letteratura), non ottiene molti riscontri in questa veste, cosa che la persuade a tornare in Inghilterra. Agatha in questo periodo inizia la sua attività di scrittrice con biografie romanzate con lo pseudonimo di Mary Westmacott che, però, vengono ignorate sia dal pubblico che dalla critica.

L’idea per il suo primo romanzo giallo, “Poirot a Styles Court”, le venne lavorando in un ospedale, come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni.

Il primo successo arrivò, nel 1926, con “Dalle nove alle dieci”. Dopo la morte della madre e l’abbandono del marito (di cui dopo il divorzio conservò il cognome per ragioni unicamente commerciali), Agatha scompare e, dopo una ricerca condotta in tutto il paese, viene ritrovata ad Harrogate nell’Inghilterra settentrionale sotto l’effetto di un’amnesia. Per due o tre anni, sotto l’effetto di una forte depressione, scrisse romanzi decisamente inferiori alle sue opere più riuscite, fino a che un viaggio in treno per Bagdad le ispirò “Assassinio sull’Orient Express” e la fece innamorare di Max Mallowan che sposò nel 1930.

Nel 1947 il suo successo è ormai talmente radicato che la Regina Mary, al compimento dei suoi ottant’anni, chiede alla scrittrice, come regalo di compleanno, la composizione di una commedia. La Christie, assai lusingata della richiesta, stende il racconto “Tre topolini ciechi”, che la Regina dimostrò in seguito di gradire moltissimo. Anche il pubblico ha sempre dimostrato di essere molto attaccato alle sue opere. Tradotti in 103 lingue, in alcuni casi è diventata talmente popolare da sfiorare il mito. In Nicaragua, ad esempio, venne addirittura emesso un francobollo con l’effigie di Poirot. Nel 1971 le viene assegnata la massima onorificenza concessa dalla Gran Bretagna ad una donna: il D.B.E. (Dama dell’Impero Britannico).

Nel Natale del 1975 nel romanzo “Sipario” la Christie decise di far morire l’ormai celeberrimo investigatore Hercule Poirot mentre, il 12 gennaio 1976, all’età di 85 anni, muore anche lei nella sua villa di campagna a Wallingford. E’ sepolta nel cimitero del villaggio di Cholsey nel Oxfordshire. Secondo un rapporto dell’UNESCO, Agatha Christie in vita guadagnò circa 20 milioni di sterline, cioè poco più di 23 milioni di euro.

A tutt’oggi, Agatha Christie è una certezza per gli editori che pubblicano i suoi romanzi, essendo uno degli autori più venduti al mondo.
Tintagel

Tintagel è un villaggio situato sulla costa settentrionale della Cornovaglia, all’interno della AONB (Area of Outstanding Natural Beauty, in italiano Area di Eccezionale Bellezza Naturalistica) della contea.  Sulla penisola di fronte al villaggio sorgono le rovine di un castello, legate sia alla storia che alla leggenda. Il Castello di Tintagel è senza dubbio una delle mete più affascinanti e suggestive della Gran Bretagna. Questa fortezza Normanna a picco sul mare fu costruita nel XIII secolo (si suppone che precedentemente il sito fosse occupato da una comunità monastica) ma ebbe vita breve, perché era già avviata al declino appena un secolo dopo la sua fondazione. Il Castello di Tintagel è collegato al mito di Re Artù,  perché secondo una leggenda questo è il luogo dove il sovrano fu concepito grazie a un sortilegio del Mago Merlino, che permise a Uther Pendragon di sedurre sua madre. Un’altra leggenda lo connette invece al mito di Tristano, uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Nei pressi delle rovine ci sono due tunnel. Il più lungo viene chiamato Merlin’s Cave (Caverna di Merlino): si dice che l’antico mago cammini ancora al suo interno, e che a volte si senta addirittura la sua voce! L’atmosfera che aleggia su Tintagel è davvero unica. Verremo trasportarti indietro nel tempo e renderemo quasi reali le favole che ci raccontavano su Re Artù. E quando ritorneremo con i piedi per terra, saremo nuovamente rapiti dai fantastici panorami che si ammirano dalle vestigia del castello. Tintagel si trova circa 60 km a nord-est di Truro.

 

 

 

Il castello di Tintagel

Il castello di Tintagel (in inglese: Tintagel Castlein lingua cornica: Kastell Dintagell, che significa “forte della costrizione”) è un castello medievale della cittadina di Tintagel, nel nord della Cornovaglia (Inghilterra sud-occidentale), di cui oggi rimangono soltanto delle rovine.

Il sito era già occupato in epoca romano-britannica, come dimostrano ritrovamenti di questo periodo. Fu poi abitata in età altomedievale, quando, probabilmente, fu una delle residenze del sovrano della Dumnonia. Dopo che la Cornovaglia era stata assorbita dal regno d’Inghilterra, tra il 1227 e il 1240 un castello sarebbe stato costruito per volere dell’re Riccardo, che poi cadde in rovina, mentre secondo un’altra teoria era stato iniziato già edificato nel 1131 da Reginaldo di Cornovaglia.

Negli anni Trenta del XX secolo gli scavi hanno portato alla luce tracce significative di un importante insediamento del tardo periodo romano. Il castello è stato per molto tempo associato con le leggende arturiane.

Tale connessione iniziò con l’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth nel XII secolo, che indicò Tintagel come luogo del concepimento di Artù. Goffredo racconta  la storia secondo Uther Pendragon, con l’aiuto di Merlino, assume le sembianze del duca di Cornovaglia, Gorlois, giacendo così con sua moglie Igraine, concependo Artù. La leggenda non trova però riscontro, dato che è appurato che l’edificio dove sarebbe nato o vissuto Re Artù è sorto evidentemente vari secoli dopo. Sul luogo, pare sorgesse invece in origine un monastero del VI-IX secolo oppure un’altra fortezza oppure ancora un insediamento commerciale del VI secolo

Le rovine del castello, meta turistica sin dalla metà del XIX secolo, sono oggi gestite dall’English Heritage

 

 

Re Artù

Se esiste una leggenda che ancor oggi suscita incantevole fascino, senza dubbio, è quella del mitico Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. L’origine del racconto, come lo conosciamo oggi, si perde nei secoli. I bardi britannici, a partire dal VII secolo d.C., cantavano alla corte dei loro signori le gesta del grande re Artù.

Questo impavido e nobile condottiero è davvero esistito?

Da tempo noti studiosi si sono messi sulle tracce del mito e alcuni di essi sono certi di aver individuato la verità storica dietro re Artù.

Andiamo con ordine.

Innanzitutto, il motivo che spinge a rifiutare la storicità di re Artù è il suo magico mondo; conosciamo bene la leggenda che difatti è intrisa di racconti e figure incredibili, ovvero non reali, (Mago Merlino, la spada magica, la Dama del Lago, per citarne qualcuno). Dove finisce la leggenda e inizia la “storia” di Re Artù? Le fonti consultate dagli studiosi iniziano proprio dai canti dei bardi britannici.

Questi racconti orali, a partire dal XII secolo hanno iniziato ad avere il loro supporto scritto; diversi autori ne hanno trattato l’argomento fino al XV secolo. Di volta in volta questi racconti acquisivano dettagli in più, diventando veri e propri romanzi. I romanzi arturiani (il cosiddetto ciclo bretone) dal XII secolo al XV secolo denotano però un sovrano medievale, non più il sovrano dell’età tardo romana. Questo vale anche nelle raffigurazioni: Re Artù si veste e combatte in modo medievale, ma la leggenda parla chiaro: l’eroe unificò la Britannia nei suoi secoli bui. L’Artù della leggenda opera quindi negli anni della caduta dell’Impero romano e lotta contro le invasioni dei barbari angli, pitti e sassoni che, da ogni parte, minacciavano la delicata stabilità della Britannia. Il condottiero doveva aver quindi operato negli anni tra la fine del V e l’inizio del VI secolo.

È probabile che un uomo, magari di stirpe nobile, abbia sentito il dovere e l’esigenza di agire contro i barbari e le loro razzie?

Cosa ci dicono le fonti?

Gli annali degli Anglosassoni (ormai riuniti in un solo popolo) parlano (ovviamente) delle loro vittorie e gli stessi tacciono in merito a una loro potente arretrata in seguito a una vittoria dei Britanni. Questo vuoto nella cronaca è però raccontato dal monaco Gildas il Saggio, del VI secolo: nel suo De Excidio et conquistu Britanniae racconta che da ogni parte la Britannia è sotto minaccia barbara a causa dei signori incapaci di agire contro gli invasori Gildas a un certo punto parla dell’importante e fondamentale vittoria dei britanni contro gli anglosassoni: la battaglia di Badon Hill.

È questa la battaglia assente nella Cronaca Anglosassone

Da questa battaglia nascerebbe il mito di re Artù. Gildas scrive della battaglia di Badon Hill in un tempo in cui era viva la memoria dei fatti: furono tre giorni di combattimento in cui la cavalleria britannica, educata alla romana, ebbe la meglio. Questa frenata agli anglosassoni è documentata da ritrovi archeologici che attestano un lungo periodo di pace. Fu Artù il condottiero di Badon Hill? Ammesso che non esista la storicità di re Artù, senza dubbio è esistito un condottiero capace di unire la Britannia e dare una frenata agli invasori esteri.

Gildas e Beda il Venerabile, l’altra fonte in cui compare la battaglia di Badon Hill, non nominano il condottiero; a farlo è un’altra fonte di cui si dispone: lo storico Nennio nella sua Historia Brittonum parla della battaglia e del suo condottiero e lo nomina, senza indugio, come Artù. Nennio è ritenuto dagli storici una fonte poco credibile per l’inserimento nella sua opera di molti temi mitologici, ma è lo stesso Nennio ad avvertire il lettore: sente l’esigenza di mettere per iscritto fatti che potrebbero essere dimenticati ma lascia a noi il compito di scremare la verità dalla fantasia.

Quando parla di re Artù lo fa con gli occhi di uno storico e il racconto non è mai stravolto dall’intrusione di elementi fantastici, anzi racconta semplicemente che il condottiero Artù guidò la battaglia e la vittoria dei Britanni contro gli anglosassoni. Niente altro. Oltre a Nennio, vi è un’altra fonte storica che cita il condottiero come Artù: gli Annali del Galles. Per molti la risposta alla storicità del condottiero Artù sta nel nome stesso del mitico re. In celtico la parola arth significa orso e la dea della caccia Artio, spesso veniva rappresentata nelle sembianze di un orso.

Forse il condottiero di Badon Hill aveva sul suo stendardo l’immagine di un orso?

Ammesso questo, non si andrebbe a identificare un uomo ben preciso, sebbene alcuni lo individuerebbero nel condottiero Aureliano Ambrosio e altri nel comandante Lucio Artorio Casto. Ciò che allontanerebbe l’ipotetica storicità del re di Camelot dai due candidati e il periodo storico in cui essi vissero: Lucio Artorio Casto opera nel II secolo quindi lontano dai fatti che interesserebbero re Artù. Ambrosio Aureliano, visse intorno al 475 e, sebbene avesse riunito i popoli britanni contro i barbari invasori, ebbe una vittoria effimera perché già nel 477 (e nel 485 e ancora nel 495) la Cronaca anglosassone registra una nuova ondata di sassoni, quindi una sconfitta di Aureliano.

Il mosaico della Cattedrale di Otranto dove si legge la scritta “Rex Arturus”:

 

Grazie al condottiero di Badon Hill (516 d.C.) si ha invece un periodo di pace durato più o meno una generazione, non soltanto un paio di anni. Ritornando a Gildas, questi nel suo libro, a un tratto, si scaglia contro il sovrano Cuneglasus (suo contemporaneo) chiamandolo orso, e nella sua invettiva, sotto metafora, gli dice di non comportarsi come si addice a una persona del suo rango al comando com’è di un qualcosa di molto importante, quasi sacro, che un tempo era appartenuto all’orso. È questa la chiave secondo lo storico Graham Philips per svelare il mistero: Cuneglasus era chiamato orso da Gildas perché aveva ereditato quell’appellativo dal suo predecessore nonché padre:

Usanza celtica, infatti, era quella di dare alle personalità più importanti nomi di animali che ne denotassero tratti del carattere e della personalità. Questi nomi venivano poi tramandati nelle generazioni. È probabile che Gildas si fosse rivolto a Cuneglasus chiamandolo con l’appellativo che aveva ereditato dal padre: Artù quindi sarebbe stato l’appellativo di Owain Ddantgwyn, re del Powys.

Per alcuni studiosi non ci sarebbero più dubbi: re Artù è la figura storica realmente esistita del re Owain. Per molti altri accademici, invece, l’individuazione di un unico personaggio dietro re Artù resta confusa. L’ipotesi accettata è quella che la figura del mitico re raccolga in sé l’operato di condottieri che realizzarono le imprese attribuite a re Artù: dall’unione di personaggi storici e leggendari avrebbe preso forma il vero re Artù, quello che oltre i secoli, a prescindere dalle lotte tra gli accademici, ancora regna nella nostra memoria.

 

 Re Artù e il Sacro Graal

La tradizione medioevale narra di un grande re dei Britanni che sconfigge i nemici Sassoni, unifica il proprio paese, fonda l’Ordine dei Cavalieri della Tavola Rotonda e costituisce un governo ideale a Camelot (la reggia di Artù è stata identificata da alcuni studiosi con la fortezza neolitica di Cadbury, ai confini tra il Somerset e il Dorset, da altri con il castello di Greenan, a nord di Glasgow).

Per alcuni studiosi, Artù è un personaggio ispirato a Cu Chulainn, protagonista di poemi epici irlandesi; per altri un dio del pantheon celtico, forse il simbolo della terra stessa (Art = roccia, da cui Earth ), poi trasformato dalla leggenda in un essere umano. C’è invece chi ritiene che sia esistito veramente: nel VI secolo d.C. fu forse il re o il capo di una tribù britannica impegnata nella resistenza contro gli invasori Sassoni. Purtroppo dell’Artù storico – se mai c’è stato – si conosce ben poco: lo stesso nome “Arthur”, in inglese, non fornisce indicazioni sulla sua origine. Potrebbe derivare dal latino Artorius  (in tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum , ovvero un rappresentante locale dell’Impero Romano), dal gaelico Arth Gwyr (“Uomo Orso”), o ancora dal già citato Art (Roccia  in irlandese).

Un principe britanno chiamato “Arturius, figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada” è citato dall’agiografo Adomnan da Iona nella “Vita di San Colombano” (VIII° secolo); nella “Historia brittonum” (IX° secolo) lo storico Nennio racconta che il dux bellorum Artorius era il comandante dei Britanni durante la battaglia contro i sassoni al Mons Badonis (Bath?); gli “Annales Cambriae” (X° secolo) descrivono la sua morte e quella del traditore Medraut (“Mordred”) nella battaglia di Camlann nell’ “anno 93” (539 d.C.?); ma altri storici dell’epoca, tra cui Gildas e il Venerabile Beda, non fanno alcun cenno a un condottiero chiamato Artù. All’Artù storico sono stati attribuiti convenzionalmente una data di nascita e di morte (475-542 d.C.), ma c’è chi lo identifica con personaggi più antichi. Arthur diventa protagonista o comprimario di narrazioni gallesi intorno al 600 d.C. Nell’XI° secolo era considerato dagli inglesi un eroe nazionale, e le sue imprese – diffuse dalle canzoni dei Bardi – erano note non solo in Gran Bretagna, in Irlanda, nel nord della Francia, ma anche nella lontana Italia: lo dimostra un bassorilievo sulla “Porta della Pescheria” del Duomo di Modena realizzato intorno al 1120 (e cioè con almeno dieci anni di anticipo sul ciclo di narrazioni scritte cui dette l’avvio Chretien de Troyes, il più grande scrittore medioevale di romanzi arturiani, originario della Champagne, attivo tra il 1130 e il 1190).

L’Artù celtico-britannico era un personaggio che i romani avrebbero definito “un barbaro”: un re robusto e coraggioso quanto rozzo e incolto. La sua notorietà internazionale impose quella che oggi definiremmo un’operazione di “rinnovamento dell’immagine” allo scopo di nobilitare la sua figura e farne il signore di Camelot.

Fu l’inglese Geoffrey di Monmouth a dare il via al processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca “barbaro” a simbolo messianico di Re-Sacerdote e i suoi cavalieri in un perfetto modello per le istituzioni cavalleresche medioevali (la Tavola Rotonda). Tra il 1130 e il 1150, nell’“Historia Regum Britanniae”, nelle “Prophetiae Merlini” e nella “Vita Merlini”, Geoffrey tracciò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, recuperò e interpretò in chiave cristiana (e non più celtica) Merlino e gli altri comprimari, e pose alcuni capisaldi del futuro ciclo, battezzando, per esempio, “Avalon” il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto ” quando l’Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui “.

Escalibur

La spada denominata Escalibur, il cui nome è stato recentemente interpretato da insigni celtisti come una sorta di crasi delle parole latine, ossia ensis caliburnus, cioè la “spada calibica” , cioè forgiata dai Calibi (antica e mitica popolazione della Scizia, di cui si dice, scoprirono il ferro e ne portarono l’uso fra gli uomini).

Massimo Valerio Manfredi, storico del mondo antico e scrittore di successo, nel suo ultimo romanzo “L’ultima legione”, che ruota intorno ad un gruppo di soldati romani lealisti che si assumono il compito di far fuggire e portare in salvo in Britannia l’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, deposto nel 476 d.C. da Odoacre, insieme al suo precettore Meridius Ambrosinus, immagina che Romolo Augusto rifugiatosi in Britannia divenga re con il nome di Pendragon e abbia un figlio di nome Artù, mentre in Meridius Ambrosinus adombra Myrdin o Merlino. Quanto a Escalibur il suo significato sarebbe “Cai.Iul.Caes.Ensis Caliburnus”, cioè la spada Calibica di Giulio Cesare, che, ritrovata casualmente da Romolo e portata in Britannia sarebbe stata scagliata lontano dallo stesso Romolo (Pendragon) in segno di pace, si sarebbe conficcata in una roccia e qui, esposta alle intemperie, avrebbe finito per lasciar leggere solo alcune lettere dell’iscrizione, e cioè: E S CALIBUR.

Il Santo Graal

Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una tazza, un vaso, un calice, un catino. Questi oggetti nella mitologia sono i simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e portano vita e abbondanza. La coppa della vita dei Celti è il “Calderone di Dagda”, portato nel mondo materiale dai Tuatha De Danaan rappresentanti ultraterreni del “piccolo popolo” (il magico popolo degli abitatori dei boschi, fate, streghe, gnomi e folletti). Molti eroi celtici hanno avuto a che fare con magici calderoni. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell’Eucarestia e – sorprendentemente – la Vergine Maria. Nella ” Litania di Loreto”, antica preghiera dedicata a Maria, essa è descritta come Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso unico di devozione”: nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta.

Forse, quando, alla fine del XII° secolo, Chretien de Troyes decise di introdurre nella materia arturiana il motivo del “Vaso Sacro “, lo fece perché era al corrente dei miti celtici del Calderone e l’argomento gli sembrò particolarmente in tema. Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal e Chretien si limitò a metterla per iscritto. Forse (è l’ipotesi più probabile) elaborò in termini cristiani le antiche leggende sui contenitori sacri. Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al 1190 in “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal”. La parola “Graal” è utilizzata con il significato generico di coppa e fa parte di un gruppo di oggetti egualmente dotati di poteri mistici, ma non ha comunque alcuna associazione con il sangue di Gesù. Solo nel successivo “Joseph d’Arimathie – Le Roman de l’Estoire dou Graal”, un testo arturiano del cosiddetto “Ciclo della Vulgata” (dove però Re Artù non compare) scritto da Robert de Boron intorno al 1202, il Graal viene descritto come il calice dell’Ultima Cena, in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso.

Perché il calice fu portato proprio in Inghilterra? I sostenitori della sua esistenza materiale avanzano delle ipotesi piuttosto ardite. Durante gli anni sconosciuti della sua vita, prima della predicazione, Gesù avrebbe soggiornato per un certo periodo in Cornovaglia e avrebbe ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido. Dopo la crocefissione, Giuseppe d’Arimatea, discepolo e forse zio di Gesù, avrebbe voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino, trait d’union tra la religione celtica e quella cristiana (lo stesso che ritroviamo cinquecento anni dopo quale consigliere di Artù?). Comunque sia, le peripezie subite dal Graal dopo il suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole a seconda delle varie fonti. Ad ogni modo, secoli dopo, il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland (“La terra desolata”), uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale.

Per annullare il Wasteland – spiega Merlino ad Artù – è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Uno dei cavalieri della Tavola Rotonda, Parsifal, ispirato da sogni e presagi, superando una serie di prove, rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande “Che cos è il Graal? Di chi esso è servitore?”, contravvenendo così al suggerimento evangelico “Bussate e vi sarà aperto”. Il Graal scompare di nuovo. Dopo che il cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente Parsifal (o Galaad) pone il quesito e il Wasteland finisce. Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d’aria). Il Graal viene riportato in medio oriente da Parsifal e Galaad. Per secoli non se ne sente più parlare, finché, verso la fine del XII° secolo, esso torna improvvisamente alla ribalta. Come mai? Cos’aveva ridestato l’interesse nei confronti di un mito apparentemente dimenticato? La maggior parte degli studiosi concordano nel ritenere le Crociate l’avvenimento scatenante. A partire dal 1095 molti cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l’Europa e vi si diffuse. C’è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Cavalieri Templari (v. articolo in fondo alla pagina) e riportato nel vecchio continente. In tal caso vi si troverebbe ancora. Innumerevoli i probabili luoghi in cui sarebbe stato nascosto, molti anche in Italia, Torino, a Castel del Monte, nella nicchia del “Sacro Volto” a Lucca, nella cattedrale di Modena, sul cui portale sono riprodotti i cavalieri di Re Artù, nella cattedrale di Otranto, ove si trova un mosaico raffigurante Artù a cavallo di un gatto selvatico.Uno dei luoghi più accreditati sarebbe la cappella di Rosslyn, costruita proprio dai discendenti dei Templari più di cinque secoli fa in terra di Scozia e resa celebre dal famoso thriller esoterico di Dan Brown “Il Codice da Vinci”, ma prima di lui anche dai ricercatori britannici Knight e Lomas nell’affascinante indagine dal titolo “La chiave di Hiram”.

Non in tutte le tradizioni il Graal è un calice, infatti esso è stato associato anche a un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio .

Intorno al 1210, nel poema “Parzival”, il tedesco Wolfram Von Eschenbach conferì al Graal ulteriori connotazioni, non più una coppa, bensì ” una pietra del genere più puro (…) chiamata lapis exillis. Se un uomo continuasse a guardare( la pietra) per duecento anni, (il suo aspetto) non cambierebbe”. Il termine lapis exillis è stato interpretato come “Lapis ex coelis”, ovvero pietra caduta dal cielo: e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione.

Dunque non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l’ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l’abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. La tradizione sull’esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell’Asia, del Nord Africa e dell’Europa; il Graal è forse stato identificato con nomi diversi (la “Lampada di Aladino”, il “Vello d’Oro”, l’”Arca dell’Alleanza”).

Lo scrittore inglese Graham Hancock in “Il mistero del sacro Graal. Alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza” (1995) ipotizza che il Graal simboleggi l’Arca dell’Alleanza, costruita dall’antico popolo israelitico per contenere le tavole dei Dieci Comandamenti, venerata nei secoli come simbolo della presenza di Dio sulle terra, dotata di poteri straordinari, inspiegabilmente scomparsa dal Tempio di Salomone nel sesto secolo prima di Cristo, senza lasciare traccia, ma che forse si trova attualmente in Etiopia ad Axum.

Ad ogni modo il Graal, con qualunque cosa si identifichi materialmente, è un oggetto materiale e spirituale insieme.

Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli. Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola, il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della religione primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente. Per gli alchimisti rappresenta la conoscenza e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell’Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell’inconscio. Ci credeva e lo fece cercare anche Hitler per il quale era uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto. Per gli autori di romanzi di fantascienza e i fautori dell’ipotesi extraterrestre è un’apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare.

E per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora un altra cosa. Infatti una delle possibili etimologie di Graal comprende l’attributo “San”: “San Graal” sarebbe l’errata trascrizione di “Sang Real”, ovvero “Sangue Reale” e designerebbe una dinastia (per l’occultista inglese, Dion Fortune, quella dei sacerdoti di Atlantide). La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln avrebbero scoperto l’esistenza, dopo un’appassionata ricerca, sarebbe quella di Gesù. Salvatosi dalla crocefissione, avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi. L’ipotesi, descritta in “The Holy Blood and the Holy Grail” (Il mistero del Graal, 1982) non si ferma qui. Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal parroco Berenger Saunière dietro l’altare della chiesa di Rennes-Le-Chateau sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri documenti i quali proverebbero che, lungi dall’essersi estinti nel 751, i Merovingi (e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi, accuratamente protetti da un’antica società iniziatica denominata Il “Priorato di Sion”. Come i “Superiori Sconosciuti” di Agharti, i membri del Priorato – di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri, Nicolas Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd, Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau – costituiscono una “Sinarchia” o governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle scelte (politiche o d’altro genere) dei governi ufficiali. Purtroppo – fanno rilevare Baigent, Leigh e Lincoln nel seguito di “The Holy Blood and the Holy Grail”, intitolato “The Messianic Legacy” (L’eredità messianica, 1986) – negli ultimi tempi il “Priorato” si è parzialmente corrotto e alcune sue frange mantengono stretti contatti con la Mafia, la P2 e altre associazioni deviate.

Conclusioni

Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme. Non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l’ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l’abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. In qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso.
Le varie leggende a proposito del Graal concordano nel conferirgli un’origine ultraterrena. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l’evangelizzazione del mondo barbaro operata dai missionari, stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati da un sacerdote, Merlino. Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente; per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell Elisir di lunga vita.

 

 

La CornovagliaIMG_7279

La Cornovaglia (cornico Kernow, inglese Cornwall) è una contea inglese e la più piccola non metropolitana, ubicata nella zona sud-occidentale della Gran Bretagna, all’estremità dell’omonima, lunga e vasta penisola, che si protende verso l’Atlantico. Dal punto di vista strettamente geografico la Penisola della Cornovaglia è molto più estesa dell’omonima contea, che infatti costituisce solo la sua estremità più occidentale, mentre l’intera penisola comprende anche l’intera contea del Devon ed una buona parte di quella di Somerset.

La contea di Cornovaglia è una delle sei nazioni celtiche. La lingua locale, oggi riportata in uso, seppur marginalmente, da alcuni appassionati, è imparentata con il gallese ed ancor di più con il bretone.

Il centro amministrativo e l’unica city è Truro, mentre la capitale storica è Bodmin. Comprese le isole Scilly, che si trovano a 45 chilometri dalla costa, la Cornovaglia si estende su una superficie di 3.563 chilometri quadrati. La popolazione supera i 500.000 abitanti. Il turismo è una parte importante dell’economia locale, anche se è la zona più povera del Regno Unito e che fornisce il contributo più basso all’economia nazionale

La storia della Cornovaglia cominciò con le popolazioni pre-romane, che includevano individui di lingua celtica, che si sarebbero sviluppate nel brittonico e nella cornico. Dopo un periodo di dominazione romana, la Cornovaglia tornò indipendente sotto la guida di capi celtici. Dopo aver avuto un’autonomia parziale dal regno d’Inghilterra, fu incorporata nella Gran Bretagna e infine nel Regno Unito. La Cornovaglia compare anche in opere pseudo-storiche o leggendarie come la Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth.

Cornovaglia pre-romana

La Cornovaglia e il vicino Devon erano ricchi di stagno, che fu estratto abbondantemente durante l’Età del Bronzo da popolazioni associate con la cultura del vaso campaniforme. Lo stagno è necessario per produrre il bronzo dal rame, e, a partire dal 1600 a.C., la parte occidentale della Britannia si trovò all’interno di un’importante corrente commerciale di esportazione dello stagno in Europa. Ne seguì una grande prosperità (vedi cultura di Wessex).

Evidenze archeologiche che attestano una rottura con la cultura precedente, attorno al XII secolo a.C., hanno fatto ipotizzare a un movimento migratorio o a una vera e propria invasione nella Britannia meridionale. Attorno al 750 a.C. nell’isola iniziò l’Età del Ferro, durante la quale, grazie all’introduzione di attrezzi di ferro e asce, si svilupparono le pratiche agricole. La costruzione di fortezze in collina raggiunse l’apice in questo periodo. Tra il 900 e il 500 a.C. la cultura e i popoli celtici si diffusero in tutte le isole britanniche. La prima menzione che si ha nelle fonti classiche della Cornovaglia viene da uno storico greco della Sicilia, Diodoro Siculo (circa 98–ca. 30 a.C.) che probabilmente cita o parafrasa il geografo greco di IV secolo Pitea di Marsiglia, che veleggiò verso la Britannia. Secondo Strabone erano i fenici a commerciare con gli abitanti della Cornovaglia.

La Cornovaglia continuò a fungere da principale fornitore di stagno per le civiltà mediterranee, tant’è che i romani chiamavano le isole britanniche con il nome di “isole dello stagno”, mutuando questa definizione dai mercanti fenici che commerciavano con la Britannia attraverso le colonie cartaginesi in Spagna. Esiste una forte convinzione locale secondo cui alcuni abitanti della Cornovaglia discenderebbero da coloni fenici.

Quando fecero la loro comparsa le fonti classiche la Cornovaglia era abitata da tribù di lingua celtica. I romani conoscevano l’area come Cornubia, nome correlato con le parole Kernow o Curnow (parole corniche per Cornovaglia). Si è anche ipotizzato che questo nome potrebbe derivare dalla tribù celtica dei Cornovi, che, stando ai romani, vivevano nelle odierne contee dello Staffordshire settentrionale, del Shropshire e del Cheshire, nelle Midlands Occidentali.

Un popolo con questo nome è conosciuto dai romani nell’area tra il Powys e il Shropshire, che si trovano nelle odierne Galles e Inghilterra.

Una teoria poco probabile suggerisce che un contingente fu inviato nella parte sud-occidentale del paese per regnare la terra e bloccare gli invasori irlandesi, teoria però smentita da Philip Payton nel suo libro Cornwall – A History, 1996. Una situazione simile ci fu nel Galles settentrionale. Tuttavia, non esistono prove a supporto di questo movimento verso ovest e il toponimo cornico di Durocornavium (forse Tintagel), riportato da Tolomeo farebbe pensare che lì ci fosse una tribù indipendente denominata “Cornovi” o “gente del corno”. Forse erano una sub-tribù del più grande popolo dei dumnoni, che, a quel tempo, occupava gran parte del territorio occidentale dell’isola.

Cornovaglia romana

Durante la dominazione romana, la Cornovaglia rimase un po’ fuori dalle principali correnti della romanizzazione. Le principali strade costruite dai conquistatori non si estendevano più a ovest di Isca Dumnoniorum (Exeter). Inoltre, lo stagno britannico fu ampiamente soppiantato da quello economicamente più conveniente che proveniva dalla Spagna. È anche possibile che la Cornovaglia non sia mai stata conquistata dai romani e che non cadde mai sotto il loro diretto controllo.

Secondo Léon Fleuriot, comunque, la regione rimase strettamente integrata con i territori vicini grazie alle vie di comunicazione marittime. Secondo Fleuriot, la strada che collegava Padstow con Fowey e Lostwithiel serviva, al tempo dei romani, come una conveniente via per i commerci tra la Gallia (soprattutto l’Armorica) e le aree occidentali della Britannia (Fleuriot 1982:18).

Dopo l’abbandono della zona da parte dei Romani la zona rimase relativamente autonoma fino ad essere  conquistata da popolazioni inglesi provenienti da nord. Monaci provenienti dall’Irlanda cercarono di evangelizzare il territorio costruendovi dei monasteri o semplici missioni; tra di essi spicca la figura di San Colombano evangelizzatore d’Europa.

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Dopo il ritiro dei romani dall’isola, gli Anglosassoni conquistarono gran parte della Britannia orientale, mentre la Cornovaglia restò sotto il controllo dei sovrani romano-britannici locali e delle élite celtiche. Sembra che la Cornovaglia fosse una divisione della tribù dei Dumnoni (il cui centro tribale era nel Devon), anche se all’inizio non ci fu una vera e propria distinzione tra il regno di Cornovaglia e il regno di Dumnonia. Infatti, i loro nomi appaiono ampiamente interscambiabili con il latino Dumnonia per Cornovaglia e l’anglosassone Cornweal per indicare gli abitanti, cioè i gallesi del Corno” , perché il prefisso Corn-, che veniva dal celtico, significava proprio corno, indicando, ovviamente, la conformazione geografica della zona e forse anche la presenza della popolazione pre-romana dei cornavi.

È probabile che almeno fino alla metà dell’VIII secolo i sovrani della Dumnonia furono gli stessi della Cornovaglia. Nella leggenda arturiana Gorlois (Gwrlais in gallese), l’omonimo protagonista ha il titolo di “duca di Cornovaglia”, anche se non ci sono prove sufficienti a supporto di ciò. Potrebbe essere stato un sovrano secondario nella Cornovaglia. Ci fu, di certo, almeno un re, Mark di Cornovaglia. Dopo aver perduto quello che oggi è il Devon, i sovrani britannici furono definiti re di Cornovaglia, oppure i re dei gallesi occidentali.

Questo periodo è anche conosciuto come l’età dei santi (vedi cristianesimo celtico), in cui ci fu anche un revival dell’arte celtica che si diffuse dall’Irlanda e dalla Scozia in Gran Bretagna, in Bretagna e oltre. Santi come Piran, Meriasek o Geraint esercitarono una forte influenza religiosa e politica, riuscendo a mettere in stretta relazione la Cornovaglia con l’Irlanda, la Bretagna, la Scozia e il Galles, dove molti di loro si erano formati o avevano costruito monasteri. Alcuni di questi santi furono spesso strettamente legati ai sovrani locali e in alcuni casi certi santi furono anche re. Un regno di Cornovaglia emerse attorno al VI secolo, come regno dipendente dalla Dumnonia (di cui poi prese il posto). La situazione politica era molto fluttuante, ragion per cui molti re sembrano aver esteso la loro sovranità anche al di là del canale di Bretagna.

Nel frattempo i sassoni del Wessex si stavano rapidamente avvicinando da est e stavano schiacciando il regno della Dumnonia. Nel 721 furono sconfitti a “Hehil” (vedi Annales Cambriae), anche se persero ben presto la maggior parte dei loro territori. Nell’838, nella battaglia di Galford, “gli uomini della Cornovaglia”, alleatisi coi danesi, furono sconfitti da Egbert del Wessex (vedi Cronache anglosassoni)

Gli Annales Cambriae ricordano che in un’altra battaglia, combattuta attorno all’875, un re Doniert o Dungarth di Cerniu (Cornovaglia) annegò e che da questo momento la Cornovaglia fu soggetta del suo regno sul fiume Tamar, massacrando molti di quelli ancora presenti a est. Non si sa se il confine rimase al Tamar o no.

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La Cornovaglia finì sotto il controllo inglese, seppure con una certa autonomia, dai sassoni prima e dai normanni poi. Il cornico continuò a essere parlato, specie nell’area centro-occidentale del paese, diventando una lingua con le proprie particolarità.

I normanni deposero l’ultimo eorlderman di Cornovaglia, Cadoc, nel 1066, sostituendolo con uno dei loro sostenitori, Roberto, conte di Mortain. Molti di coloro che in Cornovaglia ebbero il potere dai normanni erano bretoni che parlavano bretone e che crearono una successione di earl di Cornovaglia (dal 1068 al 1336). Nel 1336 Edoardo, il principe Nero divenne “duca di Cornovaglia”. Nel XIV secolo emerse una letteratura cornica che aveva il suo centro nel Glasney College (la terza più antica università britannica).

 

Periodo dei Tudor e degli Stuart

La tendenza generale alla centralizzazione amministrativa sotto la dinastia Tudor cominciò a insidiare la condizione speciale della Cornovaglia. Per esempio, sotto i Tudor, le leggi non furono più diverse per l’Inghilterra e per la Cornovaglia. Nel 1497, tra i minatori della Cornovaglia, esplose una ribellione contro l’innalzamento delle tasse voluta da Enrico VII per fare guerra alla Scozia e che si diffuse in tutto il paese. I ribelli marciarono su Londra, guadagnando continui sostenitori, ma furono sconfitti nella battaglia di Deptford Bridge.

Nel 1549 esplose la Rivolta del libro di preghiere, che si opponeva all’introduzione, dopo la Riforma protestante del libro unico di preghiere. All’epoca, infatti, la Cornovaglia era principalmente cattolica. L’introduzione di questo libro con l'”Atto di uniformità” creò particolare scontento in questa regione, perché il testo era solo in inglese, mentre all’epoca molti cattolici parlavano il cornico e non l’inglese. Si pensa che durante questa rivolta sia stato ucciso circa il 20 per centro della popolazione della Cornovaglia. Ciò fu uno dei fattori che più ha contribuito al declino del cornico.

La Cornovaglia svolse un ruolo significativo durante la guerra civile inglese, dato che in un sud-ovest generalmente parlamentarista era una zona fedele alla corona. Per tre volte le forze parlamentari invasero la regione, dove furono anche combattute le due battaglie di Lostwithiel (1642 e 1644). Va anche ricordato l’assedio del Castello di Pendennis, a Falmouth. La difesa della Cornovaglia di Jonathan Trelawny, vescovo di Exeter, che era uno dei sette vescovi imprigionati da Giacomo II nel 1688, fu commemorata nella ben nota “Canzone degli uomini dell’ovest”.

L’attività estrattiva (1800-1900)

I secoli diciottesimi e diciannovesimi hanno visto un fiorire dell’industria estrattiva in Cornovaglia e nel Devon. L’aspetto del territorio è stato completamente modificato da questa nuova fonte industriale e l’UNESCO, nel 2006, ne ha riconosciuta l’importanza aggiungendo il territorio ai Patrimoni dell’umanità con il nome di Paesaggio minerario della Cornovaglia e del Devon occidentale.

 

Cose da fare in Cornovaglia…

  1. Visitare Port Isaac

 

Probabilmente Port Isaac è il villaggio di pescatori più filmato di tutta la Cornovaglia, però la fama cinematografica e televisiva non gli ha tolto la genuinità tipica dei paesini costieri britannici. Gli appassionati di film e telefilm riconosceranno in questo luogo Port Wenn, dove Doc Martin fa il medico condotto, oppure la location del film “L’Erba di Grace”.

  1. Mangiare il Cornish Pasty

Non si può dire di aver conosciuto davvero la Cornovaglia senza aver mai assaggiato un Cornish Pasty, il celeberrimo fagottino di pasta cotto al forno, ripieno di manzo tritato e verdure, la cui origine si perde nei lontani tempi in cui questa era una terra di pirati e contrabbandieri. Il Cornish Pasty è uno dei capisaldi della gastronomia britannica, perciò non comprarlo al supermercato ma cercalo in uno dei tanti posti dove la preparano ancora in modo tradizionale.

 

  1. Andare alla ricerca dei fantasmi

In Gran Bretagna i fantasmi sono un classico: visitando i luoghi più infestati della Cornovaglia avrai certamente l’occasione di incontrane qualcuno e di fare esperienze soprannaturali. Una delle zone più famose in questo senso è la bellissima Chapel Street, la via più antica di Penzance, dove gli spettri dimorano al The Regent, una ex casa di tolleranza risalente a 400 anni fa.

  1. Scoprire gli antichi monumenti

La Cornovaglia è una terra abitata fin dalla preistoria. Qui troverai numerosi siti archeologici e non avrai che l’imbarazzo della scelta tra standing stone (megaliti), stone circle (circoli di pietre) e altre vestigia dalle lontane origini e dagli scopi misteriosi. Il monumento antico più famoso della Cornovaglia è forse la strana pietra forata chiamata Men-an-Tol.

  1. Visitare Saint Ives

Saint Ives è considerata un po’ come la Saint-Tropez della Gran Bretagna e durante la stagione estiva si riempie di barche a vela, turisti e mondanità. Oppure puoi visitarla in settembre, quando la sua vita ritorna alla normalità. In ogni stagione Saint Ives regala emozioni davvero magiche.

 

  1. Cercare il tuo panorama preferito

La Cornovaglia è una terra meravigliosa fatta di promotori, scogliere a picco sull’oceano Atlantico e splendide spiagge. Perché non prendersi il tempo per andare alla ricerca del paesaggio migliore? C’è chi dice che sia The Rumps (dalle parti di Polzeath), oppure la brughiera di Bodmin. A te la scelta: sappi che in Cornovaglia ogni panorama è il migliore che esista, devi solo trovare il tuo preferito.

 

 

  1. Passare una giornata in spiaggia

Porthcurno Beach

In estate la Cornovaglia è una destinazione perfetta per andare in spiaggia e potrai anche immaginare di essere un villeggiante d’inizio ‘900. Qui ci sono spiagge per tutti gusti, dall’ampia distesa sabbiosa alla caletta nascosta. Ad esempio possiamo consigliarti Porthcurno Beach, che si trova ai piedi di grandi scogliere, oppure Kynance Cove, forse il luogo più fotografato della regione. Non scordare la protezione solare.

 

 

  1. Bere una birra al Rashleigh Inn

La Gran Bretagna è la patria dei pub e la Cornovaglia non fa eccezione. Il Rashleigh Inn di Polkerris sorge in una bellissima zona e si trova praticamente in riva al mare: infatti è soprannominato the inn on the beach (la locanda sulla spiaggia). È uno dei pub più famosi della regione, dove troverai ottima birra e un ampio menu con pesce e specialità locali.

 

 

St Michael’s MountIMG_3656

St Michael’s Mount (Monte di San Michele) è un’isoletta situata davanti al paese di Marazion, lungo la costa meridionale della Cornovaglia. La sua particolarità sta nel fatto che si tratta di una cosiddetta isola tidale, che durante la bassa marea è collegata alla terraferma. Sicuramente avrai notato la similitudine con l’omonimo Mont Saint-Michel, altra celebre isola tidale che si trova in Normandia. In effetti le due località sono storicamente collegate, visto che nel XI secolo l’isola della Cornovaglia fu donata da re Edoardo il Confessore all’ordine monastico dell’isola francese.

St Michael’s Mount non è solo una curiosità geografica. Infatti qui sorgono un vero e proprio villaggio, un magnifico castello (residenza della famiglia St Aubyn) costruito sulla cima del monte, e una chiesa medievale risalente al XV secolo. Inoltre quest’isola è particolarmente nota per i suoi giardini, nei quali crescono anche piante di habitat subtropicali grazie al particolare microclima locale donato dalla Corrente del Golfo e dalla conformazione rocciosa del luogo.

Potrai raggiungere St Michael’s Mount a piedi durante la bassa marea, attraversando la stradina che la collega alla terraferma, oppure in barca quando c’è l’alta marea. Esplora il pittoresco villaggio e il suo porticciolo, visita il suo castello, ammira i suoi incredibili giardini e lasciati avvolgere dalla sua atmosfera unica: questa è una tappa imperdibile per ogni viaggiatore che si reca in Cornovaglia.

Land’s End (in cornico Penn an Wlas) è un capo della penisola di Penwith, nella contea della Cornovaglia (Inghilterra), celebre per essere il punto più a sud-ovest d’Inghilterra e della Gran Bretagna. Si trova a 1400 chilometri di distanza dall’estremo nord-est dell’isola (John o’ Groats), situato in Scozia.

Land’s End è il punto più occidentale della terraferma d’Inghilterra. Fa parte del territorio della parrocchia civile di Sennen. Non risulta anche il punto più occidentale di tutta l’isola della Gran Bretagna in quanto Corrachadh Mòr, in Scozia, si trova 36 km più a ovest.

Le Longships, un gruppo di isolotti rocciosi, sorgono a pochi chilometri di distanza al largo di Land’s End, mentre le Isole Scilly si trovano circa 45 km a sud-ovest; si suppone che la mitica isola perduta di Lyonesse (a cui si fa riferimento nella letteratura Arturiana) fosse ubicata tra le Scilly e la terraferma.

L’area del promontorio è stata designata quale Important Plant Area da parte dell’organizzazione Plantlife, in ragione delle rare specie botaniche.

 

Storia

Nell’anno 1987 Peter de Savary acquistò Land’s End per quasi 7 milioni di sterline da David Goldstone. Egli fece costruire due nuovi edifici e gran parte dello sviluppo dell’attuale parco a tema si deve alla sua iniziativa; nel 1991 vendette sia Land’s End sia John o’ Groats all’uomo d’affari Graham Ferguson Lacey. Gli attuali proprietari hanno acquistato Land’s End nel 1996, costituendo una società denominata Heritage Attractions Limited. Le attrazioni e il parco a tema includono un campo giochi per bambini; due volte la settimana nel mese di agosto vengono organizzati spettacoli pirotecnici. Nei pressi sorge il Land’s End Hotel.

Nel mese di maggio 2012, Land’s End è stato al centro dell’attenzione mondiale in quanto punto di partenza della staffetta della torcia olimpica dei Giochi della XXX Olimpiade

 

St.Ives

St. Ives è una cittadina di mare molto pittoresca che si trova sulla costa settentrionale della Cornovaglia che nel 2007 è stata nominata dal quotidiano inglese The Guardian come la miglior città rivierasca d’Inghilterra.IMG_3251

Un luogo suggestivo, dove l’andamento della marea batte un tempo a parte. Quando le barche restano in secca St. Ives si trasforma in una cartolina bizzarra, con i legni inclinati conficcati nella sabbia assetati di acqua. Questo luogo è particolarmente amato dagli artisti per il piccolo porto, le spiagge sabbiose, i profondi dirupi, ma soprattutto per la sorprendente luce che la avvolge.

 

La piccola località nacque sulla fortunata pesca alle sardine che diede una certa prosperità relativa al luogo. Solo dopo, solo nel novecento, arrivarono gli artisti in cerca di risposte e ispirazioni da quel pittoresco connubio.

La via principale di St. Ives è Fore Street parallela al lungomare. Nei pressi della Fore Street si trova l’atelier della scultrice Barbara Hepwort, esponente di spicco dell’astrattismo insieme a Henry Moore e Ben Nicholson negli anni Trenta. Dopo la scomparsa della scultrice, morta in un incendio scoppiato nel suo laboratorio nel 1975, il luogo e il giardino sono stati trasformati nel Barbara Hepworth Museum & Sculpture Garden.

Nella zona nord dell’abitato si trova la St. Ives Tate. Si avete letto bene, in questo villaggio si trova una sede distaccata della Tate Gallery di Londra. Aperta nel 1993 in un moderno edificio caratterizzato da ampie vetrate, progettato dagli architetti Evans e Shalev, la Tate di St. Ives espone opere di Ben Nicholson, Barbara Hepwort, Naum Gabo, Terry Frost e di altri artisti locali.

Nella periferia di St. Ives si può visitare il Leach Pottery, dedicato ai lavori d’ispirazione giapponese di uno dei più rappresentativi ceramisti inglesi, Bernard Leach. Le spiagge di St. Ives e quelle nelle immediate vicinanze sono molto belle: Porthmeor sulla costa settentrionale frequentata molto dai surfisti; la piccola baia di Porthgwidden; la lunga spiaggia di Porthminster a sud,  Carbis Baya a sud-ovest, adatta alle famiglie.

Da visitare il caratteristico villaggio di Zennor, dove lo scrittore inglese D.H. Lawrence scrisse “Women in Love”, raggiungibile anche a piedi, seguendo la costa, in circa tre ore di passeggiata (agevole).

TATE GALLERY

Porthmeor Beach – St. Ives – Cornwall – TR26 1TG

Tel: +44 1879 796226

E-mail: information@tate.org.uk

Orari di visita:

Novembre-febbraio da martedì a domenica h 10.00-16.30

marzo-ottobre tutti i giorni h 10.00-17.30

Barbara Hepworth Museum & Sculpture Garden

Barnoon Hill – St Ives – Cornwall – TR26 1AD

Tel: +44 1879 796226

Orario di visita:

novembre-febbraio da martedì a domenica h 10.00-16.30

Marzo-ottobre tutti i giorni h 10.00-17.30

 

Tra Tor e Cavalli del Dartmoor National ParkIMG_5217

Il Parco Nazionale di Dartmoor occupa quasi tutta la parte occidentale del Devon. E’ una regione collinare, ricca di leggende e di storia. Il nome Dartmoor è associato ai pony, l’animale simbolo del parco, che compare sul logo del Dartmoor National Park, qui vive ancora allo stato brado. Il fiume Dart attraversa il parco, al quale dà il nome, ed ha qui le proprie sorgenti.IMG_7187

Questa zona, anticamente riserva di caccia reale, si estende su 945 km2 ed è tra le più piovose d’Europa. I suoi due punti più alti sono l’High Willhays (621 m) e lo Yes Tor (619 m). Circa il 15% della superficie totale è usata per le esercitazioni militari dal Ministero della Difesa ed è quindi di difficile accesso. Quest’area è stata dichiarata parco nazionale nel 1949. Caratteristiche del paesaggio sono i Tor, imponenti rilievi granitici che si innalzano nella brughiera in forme spesso bizzarre.IMG_7188

In molte località i massi vennero radunati, in periodo preistorico, per costituire delle tombe megalitiche, tumuli e cerchi di pietre. Le impressionanti similitudini tra i circa 80 cerchi e file di pietre disseminati sull´altopiano di Dartmoor e Stonehenge, distante 180 km a est, suggeriscono che questi monumenti potrebbero essere opera dello stesso “popolo”, inoltre, l´allineamento delle pietre con i solstizi d´estate e d´inverno sembra identica a quella di Stonehenge. Gran parte di questo territorio è ricoperto dalla brughiera costantemente spazzata dal vento e cosparsa di arbusti, soprattutto ginestra ed erica, tradizionalmente riservata a pascolo ad eccezione della zona sud-orientale, che offre un paesaggio meno selvaggio con valli boscose e villaggi di case col tetto di paglia.
Pur essendo un parco nazionale vi si trovano piccole città, molti edifici e chiese, anche se l’architettura più famosa è il carcere di massima sicurezza di Princetown. In una località vicina a Tavistock, Crowndale, in passato uno dei maggiori produttori di rame, qui nacque il famoso pirata Sir Francis Drake.IMG_7186

 

 

Dozmary pool

Uno strano lago formato nel periodo post-glaciale che si trova a circa 17 km dal mare in Cornovaglia, l’unico lago naturale di acqua dolce della Cornovaglia. Si trova nel Bodmin Moor a circa 300 metri sul livello del mare.

La leggenda dice che questo è il famoso lago dove fu gettata la spada Excalibur che la Dama del Lago prese. Si diceva anche che il lago non avesse fondo e portasse, tramite una serie di tunnel direttamente al mare.

Bambina inglese trova la sua spada Excalibur in un lago leggendario.

La piccola Matilda Jones ha ritrovato Excalibur nel lago inglese dove la spada fu restituita alla Dama del Lago. Leggi la simpatica storia del ritrovamento.

Si chiama Matilda Jones ed è la bambina protagonista di una vera e propria favola mediatica. La sua famiglia non immaginava di certo che una tranquilla giornata al lago li avrebbe trasformati nei protagonisti di un nuovo capitolo della saga di Re Artù. Matilda ha solo 7 anni e ha avuto la fortuna di trovare la sua Excalibur sul fondo del leggendario lago Dozmary Pool, in Cornovaglia.

Daily Mail

Matilda Jones con la spada ritrovata

Secondo la leggenda la Dama del Lago donò ad Artù la sua Excalibur, la spada il cui nome significa “in grado di tagliare l’acciaio”. Dopo essere stato ferito a morte nella battaglia di Camlann, Artù ordinò al cavaliere Sir Bedivere di restituire la spada alla sua precedente proprietaria. Sembra che il cavaliere abbia assolto il suo compito gettando Excalibur nel Lago Dozmary Pool. Dopo il lancio, una misteriosa mano è fuoriuscita dalle acque del lago per portare sul fondo la spada.

Mentre faceva il bagno, Matilda si è accorta proprio di un luccichio sul fondo del lago. La bambina ha subito avvertito i genitori e il padre, Paul Jones, ha raccontato che inizialmente hanno pensato tutti a un errore. Poi Paul si è tuffato e ha recuperato la spada lunga 1,20 metri. Matilda sarà dunque la nuova proprietaria di Excalibur. E che la spada sia sua non c’è da dubitarne, dato che è alta esattamente quanto la sua nuova proprietaria. La futura regina d’Inghilterra?

 

Salisbury

Salisbury fa parte di quel suggestivo percorso turistico del sud ovest dell’Inghilterra che comprende anche Stonehenge, che dista solo 14 chilometri.  La città che ha circa 42000 abitanti, a soli 140 km da Londra è celebrata in molti antichi libri e in vecchie canzoni. Bagnata dalle acque del Nadder, del Bourne e dell’Avon, Salisbury è famosa in tutto il mondo per la sua bellissima cattedrale, la più alta del Regno Unito, costruita nel 1220. Originata da una roccaforte romana conosciuta con il nome di Old Sarum, Salisbury diventò più avanti un importante centro commerciale anche grazie alla costruzione di varie infrastrutture come il ponte sul fiume Avon e da qui l’edificazione di un importante mercato, il Market Square, nel XIII secolo.IMG_6146

Si ritiene che Old Sarum sia stato primo luogo visitato in Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore dopo la battaglia di Hastings nel 1066.

Salisbury offre numerosi monumenti da ammirare, primo tra tutti la famosa Salisbury Catheadral. La Cattedrale di Salisbury, edificata in ben 38 anni tra il 1220 e il 1266, è una chiesa perfettamente conservata in stile Gotico primitivo, con un’unica addizione nella ‘Tower’edificata inizialmente nel 1285-1290 e continuata con l’aggiunta della guglia prima del 1315 (di ben 123 metri). La cattedrale viene descritta come unica tra le cattedrali evangeliche del medioevo nel Regno Unito, fonte di forti pellegrinaggi dall’Inghilterra e dal resto d’Europa. Al suo interno, il visitatore rimane estasiato dalla grandezza e dall’imponente semplicità secolare della sua navata a ricordare la potenza di Dio, che termina nella bellissima Trinity Chapel. Nella stessa navata sul lato sud troviamo la scultorea tomba del Vescovo Joscelyn e quindi proseguendo, il reliquiario di Saint Osmund, la Tomba diWilliam Longespée Conte di Salisbury a cui si deve l’edificazione della Cattedrale stessa, le varie tombe di Sir Richard Mompesson, di Edward Seymor e di Lady Catherine Grey, mentre nella parte del transetto a nord, si ammira la maestosa statua di Sir Richard Colt Hoare.

Da non perdere altri pezzi rari della cattedrale, il suo magnifico orologio, conosciuto per essere il più antico orologio funzionante dell’Inghilterra e d’Europa, l’Altare Alto (The High Altar) nella Trinity Chapel a Est con la bellissima finestra conosciuta con il nome di Prisoner of Conscience del Gabriel Loire, l’Icona del Sudan nella cappella di St Edmund, le magnifiche decorazioni della volta nella parte nord della cappella di Audley, e altre ancora. Dall’annesso Chiostro si accede a un altro sito, splendido per la sua imponenza storica e architettonica. Si tratta della Sala Capitolare edificata tra il 1263 e il 1284, in perfetto stile gotico, ospitante un rarissimo documento, le quattro copie originali della Magna Carta del 1215.

 

La città di Kingsbridge descritta né “I pilastri della terra” è immaginaria, nonostante in Gran Bretagna esistano vari luoghi con questo nome.

Ken Follett colloca la sua Kingsbridge più o meno dove oggi sorge la cittadina di Marlborough, a nord di Salisbury e Winchester, nel sud dell’Inghilterra.

Per descrivere l’architettura della cattedrale di Kingsbridge, Ken Follett si ispira alle cattedrali di Salisbury e Wells.

 

L’opera compiuta assomiglierà strutturalmente alla cattedrale di Salisbury, con file di alte finestre dai bellissimi vetri decorati e aguzzi pinnacoli che svettano diritti verso il cielo.

Nei dintorni della Cattedrale troviamo diversi e bellissimi edifici isolati dalla cinta muraria e dalle sue antiche porte. La parte all’interno delle mura viene denominata ‘The Close’e qui si trovano il Museo di Salisbury & South Wiltshire annoverato tra i monumenti storici dell’Inghilterra (Grade 1) e conosciuto a livello internazionale, il quale ospita importanti collezioni archeologiche (tra cui alcuni reperti provenienti dalla vicina Stonehenge e Old Sarum roccaforte romana da cui ha preso origine Salisbury, anche detta per questo New Sarum), opere d’arte di notevole bellezza e documenti di storia locale. Nell’interessante Galleria dei Costumi (Costume Gallery) troviamo una ricca collezione di costumi e tessili della zona. Il Museo del Reggimento Reale del Duca di Edinburgo (Museum of the Duke of Edinburgh’s Royal Regiment) edificato in onore delle famose Giubbe Rosse. Si ammirano inoltre gli splendidi palazzi d’epoca, come la Mompesson House e la Malmesbury House, il College of Matrons e il Palazzo Vescovile.

Salisbury conosciuta nel mondo intero per la sua Cattedrale offre altri importanti monumenti storici al visitatore, tra questi ricordiamo il Guildhall, il municipio settecentesco, i palazzi d’epoca medievale di Port e Russel, la Chiesa di St. Thomas’s del XV secolo che ospita il bellissimo dipinto del Giudizio Universale, del XV secolo, il famoso edificio conosciuto con il nome di The Old George Mall, la bella libreria d’antiquariato chiamata The Beach’s Bookshop situata in una casa del XIV secolo, il Mitre Corner del XV secolo, l’antico King’s Arms Hotel, il Red Lion Hotel e il Trinity Ospital, fondato nel 1379.

 

Nel vecchissimo pub The Haunch of Venison fino a non molto tempo fa si trovava la mano mummificata di un baro che era stato scoperto (è stata rubata di recente). Nello stesso pub Winston Churchill e Dwight Eisenhower si incontrarono in una piccola stanzetta sul retro mentre pianificavano lo sbarco in Normandia.

 

 

 

 

Winchester

Nella Contea dell’Hampshire, a sud-ovest rispetto a Londra, sorge Winchester, cittadina di circa 40.000 abitanti fondata dagli antichi romani. Il periodo di massimo splendore di Winchester fu senza dubbio l’età medievale, intorno all’anno mille, quando fu la capitale del regno di Wessex e venne scelta per ospitare le cerimonie di incoronazione dei re. Nonostante gli antichi fasti siano superati, ne rimane un vivo ricordo grazie alle numerose testimonianze storiche che accolgono il visitatore, pronte a lasciarlo a bocca aperta e a gettarlo in un vero e proprio viaggio nel passato.

Un vero e proprio capolavoro architettonico, ineguagliata o quasi nell’intera Gran Bretagna, è la maestosa Winchester Cathedral, edificata in più riprese e realizzata in impeccabile ed elegante stile gotico-normanno.  Iniziata nel lontano 1079, la Cattedrale porta i segni del passaggio Normanno specialmente nella cripta e nel transetto, mentre la grande navata venne ristrutturata nel XIV secolo, diventando la più lunga navata di Cattedrale in stile gotico. Oltre alle numerose opere d’arte, gelosamente custodite da questo imponente scrigno millenario, la chiesa comprende all’interno un’importante biblioteca, visitabile insieme al resto dell’edificio ogni giorno dell’anno, dalle 8.30 del mattino alle 6 del pomeriggio, mentre le visite guidate sono dal lunedì al sabato e si svolgono dalle 10 alle 15. La visita guidata è compresa nel prezzo del biglietto d’ingresso, che costa 5 pounds per gli adulti, 4 pounds per gli studenti, ed è gratuito per i ragazzini al di sotto dei 16 anni.

Dal lunedì al venerdì, fatta eccezione per il mercoledì e i periodi delle vacanze scolastiche, il coro della cattedrale può essere ascoltato intorno alle 17.30. Un’altra affascinante attrattiva è il Great Hall, ovvero ciò che rimane del leggendario castello fatto erigere da Guglielmo il Conquistatore e che oggi ospita la celebre e ambitissima Tavola Rotonda di Re Artù (almeno così dicono). Situato in cima all’High Street e mantenuto in buono stato dall’Hampshire County Council, il castello è stato in passato uno dei più imponenti dell’Inghilterra e oggi è sicuramente il più bello che sia sopravvissuto al logorio dei secoli.

Il maniero è visitabile ogni giorno dell’anno dalle 10 alle 17, tranne nel giorno di Natale e del Boxing Day, e su richiesta è possibile usufruire di una visita guidata. La storia ricca e appassionante di Winchester viene ripercorsa nel City Museum, un museo che riporta in vita la città dall’epoca romana sino al regno di Re Alfredo, che la scelse come sede del potere, e ancora proseguendo fino al periodo Anglo-Sassone e Normanno, per terminare con la graziosa cittadina che Winchester era già divenuta nel XVIII secolo.

Gli amanti della scienza e della tecnologia non potranno farsi scappare l’Intech Science Centre, un centro scientifico con ben 90 diverse attrazioni esposte e attività dedicate a tutta la famiglia. Oltre ad assistere agli esperimenti scientifici e a rimanere stupiti di fronte a qualche miracolo della tecnica, qui ci si può rilassare nell’area picnic o dei negozi, o si possono organizzare feste e varie attività ricreative. All’interno del centro, nel marzo del 2008 è stato aperto il più grande Planetario del Regno Unito, visitabile unitamente al resto delle esposizioni pagando un biglietto di 2 pounds.

 

Da vedere poi è il St.Cross Hospital, tra le prime istituzioni di carità del paese che ancora oggi, come in passato, offre cure e ospitalità ai più bisognosi. La bellissima costruzione, incastonata nel verde di un sereno scenario degno di un dipinto, comprende edifici del 1132, una sala medievale, una torre del XV secolo e un chiostro risalente all’età dei Tudor.

Tra i festival e gli eventi a cui Winchester fa da sfondo ricordiamo il May Fest, quattro giorni pulsanti di musica, canti e balli nelle strade e nei locali. Il festival si svolge verso la metà del mese di maggio ed ha ospitato, di anno in anno, ospiti sempre più famosi e importanti. La maggior parte dei concerti è gratuita e diverse esibizioni si svolgono nella Guildhall, nelle Lawrence’s Church, nella High Street o nella piazza. L’Art and Mind Festival si svolge a metà giugno e dura un paio di giorni, durante i quali si sperimentano i più bizzarri rapporti tra le varie forme d’arte, lasciando ampio spazio alla fantasia e alla creatività, scegliendo di anno in anno un tema diverso e sempre più stimolante.

In luglio si tengono il Winchester Hat Fair, che dura tre giorni e consiste in una variegata e colorita rassegna di esibizioni di artisti di strada, e il Winchester Festival, che celebra la bellezza di teatro, letteratura, pittura e musica in dieci giorni di festa e spettacoli.

 

 

Cosa mangiare e bere

La Cornovaglia propone un’ottima cucina, con prodotti freschi e locali. Si passa dal pesce fresco, che viene pescato proprio in queste acque, alla carne allevata fra le vaste vallate. Non perdetevi i tortini Stargazy che sono ripieni di pesce, originari della cittadina di Mousehole.

Il Cornish Pasty

E’ considerato un piatto unico molto sostanzioso e diffuso come street food un po’ ovunque in Inghilterra. Tuttavia il fagottino ripieno di carne, cipolle e patate è molto più che semplice cibo da strada, è in grado di raccontare la storia e il vissuto di un’intera comunità.

Cornish Pasty

Considerato il piatto maggiormente rappresentativo della Cornovaglia, il Cornish Pasty è un fagottino di pasta frolla salata, di sfoglia o di pane a forma di mezzaluna e riempito con carne, patate, cipolle e rutabaga o navone, più conosciuta come rapa svedese perché diffusa nel nord Europa. Una volta chiuso, viene condito con sale e pepe prima di essere cotto in forno.

Vagamente simile alle plaziche rumene e austriache, il cornish pasty ricorda anche le panadas sarde e – secondo alcuni – potrebbe derivare dalla palacinta, un tipico alimento dei legionari romani.

Cornish Pasty, storia e ricetta

Il nome cornish pasty è stato utilizzato per la prima volta nel 1860 ma le sue origini sono molto più antiche nonostante le informazioni in tal senso siano poche e incerte.

Nel 2006, un ricercatore del Devon ha scoperto la prima ricetta codificata risalente al 1510, in cui era calcolato il costo di un pasticcio di selvaggina; ciò ha fatto presumere che la prima data precisa sul cornish pastry fosse questa e non il 1746 come si riteneva fino a quel momento.

In realtà i pasties sono menzionati nei libri di cucina tradizionale di varie epoche e non solo in essi. Le prime ricette pare risalgano al 1300 ma riferimenti importanti si trovano già in una carta risalente al XIII secolo, rilasciata da Enrico III alla città di Great Yarmouth. In essa si legge come la città fosse tenuta a inviare annualmente al sovrano, per il tramite del signore del castello di East Carlton, 100 aringhe cotte e posizionate all’interno di 24 pasticci. È inoltre documentato che, nel 1465, circa 5500 pasticci di cervo furono serviti a una grande festa organizzata in onore di George Neville, arcivescovo di York e cancelliere d’Inghilterra.

Di certo c’è che inizialmente i pasties venivano serviti nelle mense dei reali e consumati unicamente dalla nobiltà. A questo riguardo disponiamo della testimonianza di un panettiere che, in una lettera degli inizi del 1500 destinata a Jane Seymour – terza moglie di Enrico VIII – si dice speranzoso che il pasticcio inviato a corte sia giunto intatto a differenza di quanto accaduto in precedenza.

Dalle mense reali alla merenda dei minatori

Solo in seguito, tra il XVII e XVIII secolo, i pasties divennero popolari anche presso le classi meno abbienti e soprattutto tra i minatori che nel 1800 affollavano le miniere di rame e di stagno della contea. Essi, infatti, li adottarono come cibo quotidiano perchè costituivano un pasto semplice e completo allo stesso tempo, facile da trasportare e da mangiare con le mani, in grado di garantire il giusto apporto di proteine, verdure e carboidrati, utile a supportare un lavoro faticoso. Posizionando poi il pasticcio sulla pala posta a sua volta sopra una candela, lo si poteva scaldare agevolmente.

Le mogli dei minatori erano solite farcirli generosamente con un ripieno di carne da una parte e di fragole dall’altra, in modo da avere il dolce e il salato nello stesso pasto. Quando erano ancora in uso i forni comuni, ogni pasty veniva inciso con le iniziali del minatore cui era destinato, per evitare confusione nel momento in cui venivano sfornati e, soprattutto, litigi tra gli uomini all’ora di pranzo.

 

 

Tanti ripieni dolci e salati

Il termine pasty, in realtà, è da considerarsi il nome generico riferito a una tipologia di pietanza. I ripieni, infatti, possono variare e, se oggi vengono generalmente riempiti con patate, cipolle, verdure di stagione e carne di manzo a cui alcuni aggiungono una noce di burro, le prime ricette includono carne di cervo e vitello, oltre al manzo.

Solo tra il XVII e XVIII secolo si diffonderà una versione più simile a quelle in uso oggi con un ripieno di maiale e mele, pollo tikka oppure di sole verdure così da accontentare anche i vegetariani. Non mancano neppure le versioni dolci con mele e fichi o banana e cioccolato, molto comuni in alcune aree della Cornovaglia.

Versione dolce del Cornish Pasty

Un fagotto goloso da chiudere con cura

Chiuderli bene per non far uscire il ripieno è sempre stata considerata un’operazione particolarmente importante. Soprattutto nel passato la perizia nel racchiudere gli ingredienti all’interno del fagottino di pasta e l’accurata sigillatura di essa, derivavano dalla necessità di garantire ai propri compagni un pasto caldo in grado di rendere meno aspre le lunghe ore trascorse sottoterra.

 

Una bontà tra tradizione e superstizione

Come spesso accade, non mancano superstizioni e credenze anche intorno all’umile pasto dei minatori, tramandate attraverso i secoli e accettate alla fine come rituali.

Tra queste si racconta che il Diavolo non avrebbe mai attraversato il fiume Tamar in Cornovaglia per paura di diventare parte del ripieno di un Pasty dopo che gli era giunta voce dell’inclinazione delle donne della Cornovaglia a trasformare qualsiasi cosa in un gustoso ripieno per i fagottini di carne.

È poi diffusa una seconda leggenda, di cui però esistono due versioni, e riguarderebbe l’abitudine dei minatori a gettar via l’ultimo boccone del Pasty. La prima versione racconta che essi lanciassero l’ultimo boccone agli Knockers, gli spiriti delle miniere, così da calmare le loro ire ed evitare il loro sopraggiungere. Si credeva che questi causassero il caos e la sfortuna a meno che non fossero corrotti con piccole quantità di cibo. Per lungo tempo si ritenne che le iniziali incise sui pasticci facessero in modo che i Knockers potessero distinguere coloro che lasciavano ad essi un pezzetto del fagottino da quelli che, invece, non lo facevano.

La seconda versione della leggenda, verosimilmente la più concreta, invece, vuole che l’ultimo boccone di Pasty non fosse mangiato dai minatori per proteggersi dall’arsenico, un potente veleno presente nelle miniere. I minatori erano soliti consumare il loro pasto con le mani sporche e, proprio per questo motivo fosse loro consuetudine tenere il fagottino dai bordi, gettando l’ultimo pezzetto, l’unico che era entrato in contatto con le mani, così da evitare la contaminazione da arsenico.

L’economia della Cornovaglia ha ruotato per lungo tempo intorno alle miniere di rame e stagno. Nella seconda metà del XIX secolo, tuttavia, l’attività estrattiva entrò in crisi e molti minatori si videro costretti a emigrare, portando con sé oltre alle loro conoscenze e al loro saper fare anche la ricetta dei Pasties che presero perciò a diffondersi anche in altre regioni del pianeta. Oggi, infatti, essi sono diffusi in Australia, Stati Uniti, Argentina e Messico.

Un pasticcio tutelato a livello europeo con l’IGP

The Cornish Pasty Association l’associazione che tutela il famoso fagottino, nell’agosto del 2003 ha ottenuto lo status di protezione europea (IGP) per il Cornish Pasty, il che significa che solo i pasticci fatti in Cornovaglia, secondo una ricetta e modi tradizionali, possono essere definiti legalmente pasticci della Cornovaglia.

Come tutti i prodotti protetti, affinché esso possa essere venduto con il nome Cornish Pasty, oltre a dover essere prodotto unicamente in Cornovaglia, deve rispettare alcune norme precise. Secondo l’IGP, in particolare, un Cornish Pasty deve avere le seguenti caratteristiche:

  • la forma a D, arricciato da una parte e non in cima;
  • Includere tra gli ingredienti manzo crudo, rape o patate, cipolle tagliate a cubetti e una leggera spolverata di sale e pepe a condirlo;
  • La sfoglia deve essere dorata e mantenere la sua forma anche una volta che il pasticcio è stato cotto ed è stato fatto raffreddare.

Il tipo di pasta, invece, non è definito e se oggi si usa indifferentemente la briseè, la sfoglia o la pasta di pane, in origine sappiamo con certezza che si utilizzava un impasto composto da farina di orzo, ideale per garantire una maggiore consistenza.

Ricetta dei Cornish Pasty (per 4 persone)

Cornish Pasty appena sfornati

Ingredienti per la pasta

  • 500 gr di farina
  • 125 gr di burro
  • 125 gr di strutto
  • 2 cucchiaini di sale
  • latte qb
  • 1 uovo per spennellare i Pasties prima della cottura

In alternativa, potrete anche scegliere di acquistare un rotolo di pasta briseè già pronta all’uso. In questo caso dovrete semplicemente preoccuparvi di ricavare 4 dischi con un diametro di circa 10 o 15 cm oppure 8 dischi dal diametro inferiore.

Ingredienti per il ripieno

  • 500 gr di carne di manzo a cubetti
  • 200 gr di patate e/o 200 gr di patate o 1 rutabaga
  • 1 cipolla tritata non troppo finemente
  • 250 ml di brodo di carne
  • 2 cucchiai da minestra di olio d’oliva
  • sale e pepe qb
  • erbe miste: salvia, timo e rosmarino, qb (facoltativo)
  • 1 cucchiaio da minestra di Worcestershire Sauce (facoltativo)

Procedimento

  • In un ampio tegame rosolare con l’olio di oliva la cipolla tritata e lasciar cuocere per 5 o 6 minuti.
  • Aggiungere la carne tagliata a cubetti, insaporirla con sale e pepe, unirvi il brodo e, eventualmente, la Worcestershire Sauce e il trito di erbe aromatiche.
  • Nel frattempo scottare in acqua salata le patate e sgocciolarle con l’uso di una schiumarola. Se utilizzate anche le rape o la rutabaga, tuffarle nella medesima acqua di cottura delle patate e sbianchite qualche minuto.
  • Unire le verdure a tocchetti al composto di carne e cuocere fino alla riduzione completa del brodo. Spegnere il fuoco e lasciar riposare il pasticcio di carne e verdure.
  • Intanto, a mano o utilizzando un mixer o una planetaria, mescolare la farina al sale, unire il burro e lo strutto e a filo aggiungere anche il latte.
  • Lavorate il composto fino a ottenere un impasto che si stacchi dal contenitore usato.
  • Dividere l’impasto in 8 porzioni o in 4 (se vorrete realizzare dei fagottini più grandi) e, con l’uso di un mattarello, stendete la pasta così da ricavare dei dischi che andrete a farcire con il pasticcio di carne e verdure, cotto precedentemente.
  • Chiudete ciascun disco così da formare un fagottino a forma di mezzaluna, sigillarne i bordi pizzicando il lato aperto o chiudete il Pasty con la tecnica a “spighetta”.
  • Spennellate con l’uovo sbattuto e lasciate riposare in frigorifero per circa 30 minuti.
  • Cuocere in forno preriscaldato a 200° per circa 20 minuti, successivamente abbassate la temperatura a 180° e proseguite la cottura per altri 20 minuti. Sfornare appena la superficie dei Pasties sarà dorata.
  • I Pasties si mangiano caldi o freddi. Naturalmente appena usciti dal forno sono una vera delizia.

Il Cornish cream Teaa04245f3-3a60-41d0-9b98-3382abdbc031

Devon e Cornovaglia si contendono la paternità di una specialità golosa e particolare, il cream tea. Vi spiego di che cosa si tratta e come gustarlo.

In effetti, se non si ha idea di che cosa sia il cream tea, è facile immaginare che si tratti di tè a cui si è aggiunta della panna. Se poi si ricorda che è una tipica specialità inglese, il gioco è fatto: tutti sanno che oltremanica si suole offrire il tè con il latte. Ebbene, se anche voi avete pensato a qualcosa di simile, siete fuori strada. Il tè c’è, ma se ne sta garbatamente per i fatti suoi.

Il cream tea è  più che altro un’usanza culinaria pomeridiana, molto in voga in Cornovaglia e nel Devon, benché anche a Londra lo si possa ordinare senza troppe difficoltà. Oltre all’immancabile tazza di tè, vi verrà servito uno scone con, a parte, marmellata di fragole e clotted cream. Quest’ultima, tradotta alla lettera, sarebbe della panna rappresa. Per consistenza, aspetto e sapore si avvicina molto al nostro mascarpone. Se invece non avete mai avuto il piacere di assaggiare uno scone, ricordatevi di provarne uno la prossima volta che visitate la Gran Bretagna (ma anche in Irlanda si trovano). Per motivi a me ignoti, gran parte dei dizionari rendono la parola con “focaccina” oppure con “pasticcino”. Sinceramente lo scone non si avvicina né all’una né all’altro. E’ una sorta di panino piuttosto secco e friabile, alto almeno tre dita, dal sapore non particolarmente definito e guarnito di uvetta. Lo si mangia anche da solo, più che altro per raggiungere un senso di sazietà, visto che sa di poco. La poca personalità dello scone si sposa a meraviglia con gli altri due ingredienti, decisamente più interessanti dal punto di vista del gusto, del cream tea. Insomma: anche l’umile scone riesce a farsi apprezzare.

Una volta ottenuti scone, clotted cream e marmellata, bisogna armarsi di coltello, tagliare lo scone a metà nel senso della larghezza (come per preparare un panino) e poi spalmare gli altri due ingredienti. Qui, però, inizia il vero dilemma: i puristi del Devon sostengono che prima si debba mettere uno strato di marmellata e poi la panna, mentre in Cornovaglia si giura che è tutto il contrario, cioè prima la panna e poi la marmellata. Dal punto di vista del risultato finale non cambia molto, quanto a praticità credo che il metodo proposto nel Devon sia un tantino più pratico. D’altra parte, la foto che vi presento è stata scattata in Cornovaglia, ma con tutta evidenza la signora che ci ha servito il cream tea doveva essere del Devon!

Eseguita l’operazione di cui sopra, finalmente non resta che versare il tè, sistemarsi comodamente sulla seggiola e sorseggiare la prelibata bevanda gustando anche lo scone così guarnito. Ogni ospite riceve uno scone, cioè due metà, e vi assicuro che è più che abbastanza.

Se vi state chiedendo qual è l’origine di questa merenda, ebbene nessuno lo sa! Infatti, a Tavistock (Devon) si ricorda con orgoglio che già nell’XI secolo i monaci della locale abbazia solevano mangiare pane, panna e marmellata. Non mi sembra che questi benedettini fossero particolarmente originali perché credo che a nessuno di noi verrebbe mai in mente di indagare dove e quando sia nata quella leccornia che è pane, burro e marmellata. Vero è, d’altro canto, che l’abbazia di Tavistock aveva numerosi possedimenti in Cornovaglia e questo spiegherebbe la ragione per la quale il cream tea è particolarmente diffuso nelle due regioni. La locuzione “cream tea“, invece, è assai più recente perché la si trova citata in alcuni romanzi solo a partire dal XX secolo. Forse, semplicemente, un’antica tradizione tornò di moda per una qualche ragione… i corsi e i ricorsi storici ci sono anche in cucina!

 

In ogni caso, un viaggio in Cornovaglia (ma anche nel Devon) non può concludersi senza una pausa pomeridiana a base di cream tea. Anche perché, anche quando il tempo è uggioso, i colori decisi e il gusto dolce e delicato di questa merenda sono capaci di mettere chiunque di buon umore.

La Birra Inglese

Beh, il primo pensiero va all’immagine del “Pub”, la “public house”, dove gli anglosassoni si ritrovano per socializzare, conoscere, acculturarsi e ovviamente consumare cibo e bevande.. una su tutte la birra.

In inglese si usa la parola “bier” per tradurre il concetto generico, ma poi ci si affida molto agli stili di birra per definire e riconoscere il prodotto principe di tutti i pubs.

Quella che più viene usata in vari stili è la Ale. Con questa parola si indica un tipo di birra ad alta fermentazione. A differenza di altre tradizioni brassicole europee, è il prodotto più tipico e riconosciuto nel Regno Unito, insomma la birra di casa.

In Gran Bretagna e in Irlanda si usa consumare di più la birra in fusti (cask), piuttosto che in bottiglia. In questo modo, con la presenza di lieviti vivi nel prodotto, la birra continua a maturare nelle cantine dei pubs, fino al momento di essere consumata.

La Birra Inglese ha una tradizione importante, molto diversa dagli altri paesi. Circa quaranta anni fa, fu fondato il “CAMRA”, Campaign for Real Ale, un’associazione di consumatori che voleva tutelare la qualità della birra tradizionale inglese, a dispetto della nascita e sempre più forte distribuzione di birre commerciali e poco piacevoli da parte dell’industria. Oggi il Camra conta più di 120 mila iscritti e ha ottenuto leggi a beneficio delle piccole birrerie tradizionali che riconoscono le birre di qualità come “Real Ale”, birre vere e ne favoriscono la conoscenza e lo sviluppo.Raven Ale

Tipicamente, le birre inglesi (quelle “real”) si bevono a temperature più alte di quelle usate per le birre a bassa fermentazione, per comprenderne a pieno gusto e personalità. Il metodo di spillatura “a pompa”, cioè che inserisce aria dentro al fusto, aiuta ad alleggerire il sapore spesso intenso e a renderle “vive”.

Gli stili delle birre anglosassoni sono ormai famosi nel mondo e rappresentano di solito le varie regioni di produzione, nonché il carattere e la personalità di coloro che le producono.

In Inghilterra, punto di partenza, per la tradizione brassicola anglo-sassone, abbiamo la più grande varietà di stili e tendenze. Questo dovuto anche al fatto che gli ambienti di produzione e le possibilità di materie prime variavano molto di regione in regione. Gli stili più riconosciuti anche oggi sono parole molto usuali per chi almeno una volta ha visitato un pub inglese: Pale Ale, Bitter, Lager, Porter, Ipa.

Con Pale Ale si intende una birra “pallida” ad alta fermentazione, insomma la birra chiara, prodotta con la tradizione inglese, di solito di grado alcolico contenuto e molto equilibrata e rotonda.

Con Bitter e con tutte le sue varianti (XB – Extra Bitter, Special Bitter ecc.) si intende invece una birra dove i luppoli hanno prevalenza di gusto e rendono la birra amarognola e leggermente secca.

Con IPA – India Pale Ale si intendono quelle birre, adesso molto di moda, che erano una volta prodotte per le Indie, le colonie più lontane dell’impero britannico, che venivano volutamente rese leggermente più alcoliche e amare, per la perdita di gusto e freschezza che causava il trasporto verso le colonie.

Con Porter si intendono invece le birre scure, cremose e intense, precursori dello stile Stout, più tipico dell’Irlanda.

Con Lager invece si intendono quelle birre, prodotte con bassa fermentazione, più vicine alla tradizione germanica e sicuramente prodotte all’inizio per soddisfare un pubblico più estero che anglosassone.

Tradizione simile ma con le dovute differenze si hanno in Irlanda, regno della birra Stout. Questa birra particolare nasce da una versione più forte (stout) della Porter inglese. Una su tutte quella prodotta da Arthur Guinness a Dublino, famosa in tutto il mondo. Si producono anche ottime Ales, caratterizzate da una estrema morbidezza e rotondità, dovute al fatto che non si utilizzano luppoli nella loro produzione. Una novità nel panorama irlandese, è la Irish Red Ale, una ale dai malti affumicati più di carattere.

In Scozia invece, per tradizione (e penso per necessità di temperatura esterna!) si producono birre più strutturate e corpose. La Scotch Ale, originariamente “strong ale” è una birra tipicamente corposa, abbastanza alcolica e carica di sapori, inventata e riproposta da John Martin, mastro birraio scozzese, trasferitosi in Belgio. Grazie alle attività del Camra recentemente si vengono a scoprire altri stili più vecchi e tradizionali.

Lo stile “Barley Wine”, che da un tipo di birra molto forte, di solito quasi sciropposa e poco beverina, piuttosto luppolata, con un finale dolce e maltato; lo stile “Mild Ale”, che da una birra scura, molto beverina, delicata e saporita nonostante la gradazione leggera; lo stile “Olde Ale”, che da una birra ambrata o scura, dolciastra, ma di forte gradazione.

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